• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Opinioni » Ex-Ilva, necessario un nuovo blocco sociale

Ex-Ilva, necessario un nuovo blocco sociale

In dialogo con il segretario della Fiom–Cgil di Taranto, Giuseppe Romano, la proposta della costruzione di una prospettiva egemonica che includa i diritti di tutti, a cominciare da quello alla salute

4 Ottobre 2021 Alessandro Marescotti  1561

“Ex-Ilva, urge l’avvio della transizione ecologica”. Con questo titolo, su questo sito, viene riportato il pensiero di Giuseppe Romano, segretario Fiom-Cgil di Taranto. Vi si legge: “L’attuale stabilimento col ciclo integrale e con questo tipo di impianti – ancor più in assenza di massicce dosi di manutenzioni straordinarie, ma anche ordinarie – non è più sostenibile”. Giuseppe Romano è un sindacalista attento e ben documentato. Sull’Ilva di Taranto ha già dichiarato al giornalista Guido Ruotolo: “La questione vera, oltre alla compatibilità ambientale e sanitaria, è come si tiene l’occupazione attuale che prevede per il ciclo integrale l’equazione un milione di acciaio prodotto e mille dipendenti. Già col forno elettrico il rapporto scende a un milione di acciaio e trecentocinquanta-quattrocento lavoratori”.

Seguiamo allora il filo del discorso immaginando che l’Europa finanzi interamente i forni elettrici, sostituendo il carbone e utilizzando energie rinnovabili non inquinanti per produrre l’idrogeno. Immaginiamo che questo sistema di produzione dell’acciaio “pulito” passi rapidamente dalla fase del prototipo su piccola scala a quella della produzione su larga scala. E immaginiamo che l’Europa paghi persino l’energia necessaria a farlo decollare. Insomma, una partenza gratis per una svolta totale che affranchi Taranto dai veleni siderurgici attuali.

Il sindacato sarebbe felice per questa transizione ecologica? Il problema è che con questa “transizione” si scende – lo dice Romano – a trecentocinquanta-quattrocento addetti per milione di tonnellate/anno di acciaio.

Il nuovo ciclo produttivo decarbonizzato, altamente automatizzato, è di tipo labour saving e compensa i maggiori costi iniziali di investimento con una netta riduzione della forza-lavoro e, in prospettiva, con una minore tassazione, in vista di una carbon tax sempre più pesante per i cicli produttivi basati sul carbone.

Immaginiamo una produzione a sei milioni di tonnellate/anno di acciaio. Facendo la nuda contabilità degli apporti occupazionali di un simile stabilimento siderurgico decarbonizzato, possiamo dire che un’Ilva totalmente “green” passerebbe da oltre diecimila posti di lavoro a un numero di occupati pari a circa un quarto: duemilacinquecento lavoratori, e anche meno. Il taglio sarebbe almeno del 75% rispetto al tempo dei Riva. E se la produzione aumentasse a sette milioni di tonnellate/anno? Non si arriverebbe a tremila lavoratori. E anche nell’ipotesi di arrivare a otto milioni di tonnellate/anno – irrealistica stando all’attuale effettiva richiesta di acciaio –, ecco che l’occupazione sarebbe comunque di un terzo rispetto ai tempi dei Riva.

Di fronte a questo scenario, è lecito chiedersi se non sia diventato centrale, per il futuro dei lavoratori di quello che fu il più grande stabilimento siderurgico d’Europa, una riconversione che vada oltre la fabbrica e abbracci il territorio nel suo complesso. Questione mai affrontata con la necessaria convinzione da parte sindacale, in quanto si è puntato sulla ripresa occupazionale, cosa che si sta rivelando irrealistica. Dai numeri che emergono (la decarbonizzazione non darà posti di lavoro ma li toglierà), la riconversione economica è la vera questione che riguarda il futuro dei lavoratori, i quali, in grande maggioranza, non andranno mai in pensione come lavoratori del comparto siderurgico. E i quali, da tempo, portano a casa un reddito pagato di fatto dai contribuenti italiani, viste le enormi perdite economiche dello stabilimento.

L’urgenza di una scelta di riconversione complessiva poggia sui dati drammatici emersi dalla recente ricerca pubblicata su “Environmental Research” e qui che certifica un eccesso di mortalità, nei quartieri vicini alla fabbrica, di cento persone l’anno. È il dato drammatico che è stato esposto dai ricercatori, autori dello studio, alla delegazione dell’Onu che si occupa di diritti umani e che da Ginevra si è recata a Taranto il 2 ottobre scorso. E se cento tarantini che muoiono ogni anno in più non sono capaci di smuovere la compassione del mondo, si sappia almeno che lo stabilimento è un “mostro climatico” che si classifica al primo posto in Italia per emissioni di CO2, sommando ciò che esce dai camini a ciò che fuoriesce dalle centrali termoelettriche dello stabilimento che si alimentano dai gas siderurgici. A che serve gridare contro i cambiamenti climatici – com’è accaduto nella Pre-Cop26 di Milano conclusasi il 2 ottobre –, se poi si lasciano salire al cielo le emissioni dei mostri climatici, che associano al danno sanitario locale anche il danno ecologico globale?

Le tecnologie che possono salvare le persone e contrastare i cambiamenti climatici ci sono. Lo dice Greta. Lo dicono tutti gli scienziati. Ma quelle tecnologie non salvano tutti i posti di lavoro, anzi li falciano inesorabilmente. E proprio per questo un sindacato pro-attivo, capace cioè di anticipare i tempi e di fornire risposte prima che si verifichino gli effetti inaccettabili, dovrebbe essere pienamente consapevole che un’epoca è finita e che difendere il passato non servirà a nulla. I tempi che ci aspettano richiedono qualcosa di completamente diverso dal passato. Richiedono una difesa delle persone e dei loro diritti, non quella di obsoleti processi produttivi che hanno ridotto la speranza di vita dei lavoratori anziché aumentarla. I tempi nuovi richiedono un sindacato che, facendosi carico del destino dei lavoratori, si faccia carico anche del destino degli “altri”, di quelli che sono fuori del muro di cinta della fabbrica. Un tempo gli studenti andavano ai cancelli delle fabbriche per unirsi agli operai. Oggi non più: anzi, a Taranto vanno a quei cancelli apponendo, com’è successo, dei lucchetti e scrivendoci sopra “chiusura”. La costruzione di un blocco sociale capace di “egemonia” è l’unica strada per contrastare ingiustizie e per costruire un’idea equa di futuro, in cui nessuno sia posto in un angolo, dimenticato, o in un reparto a fare chemioterapia.

L’egemonia è un sistema di alleanze costruito con una cultura nuova, sugli intellettuali. Oggi più che mai sulla scienza e sulla ricerca. Questo ci insegnò Gramsci con i suoi Quaderni: costruire alleanze fra gruppi sociali non omogenei fra loro, ma potenzialmente convergenti per un bisogno radicale di giustizia sociale. Questa idea di egemonia, basata sul dialogo fra diverse forze sociali, è l’unica che può allargare le alleanze di una classe operaia oggi isolata, riportandola – come un tempo – al centro di un’idea di futuro basata sulla giustizia sociale e sulla condivisione di una prospettiva che includa i bisogni e i diritti di tutti.

1.575
Archiviato inOpinioni
TagsAlessandro Marescotti blocco sociale diritto alla salute Giuseppe Romano Greta Thunberg Guido Ruotolo Ilva lavoro occupazione siderurgia sindacato Taranto transizione ecologica

Articolo precedente

Finale di partita per Abu Mazen?

Articolo successivo

Scossa di centrosinistra, le urne riaprono la partita

Alessandro Marescotti

Articoli correlati

Ex Ilva, il gioco dell’oca

Ex Ilva, ancora in attesa

Ex Ilva, lo spegnimento dell’area a caldo

L’ex Ilva e il ministro della catastrofe

Dello stesso autore

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Pensioni, promesse e tradimenti
Paolo Andruccioli    29 Settembre 2026
No alle primarie, in Francia come in Italia
Rino Genovese    25 Settembre 2026
Quote, la scuola ridotta a un numero
Stefania Tirini    23 Settembre 2026
Ultimi articoli
Tsipras ci riprova: l’obiettivo è vincere
Vittorio Bonanni    2 Ottobre 2026
Lula o Bolsonaro figlio? Il Brasile al bivio
Claudio Madricardo    1 Ottobre 2026
Vannacci in Calabria
Paolo Barbieri    30 Settembre 2026
Per chi suona la campana a Madrid
Agostino Petrillo    29 Settembre 2026
In Marocco i giovani disertano le urne
Luciano Ardesi    29 Settembre 2026
Ultime opinioni
Decreto sugli studenti “stranieri” a scuola
Giorgio Graffi    28 Settembre 2026
Escissione amore mio
Rino Genovese    22 Settembre 2026
La Sassonia-Anhalt, una culla della cultura europea
Jens-Eberhard Jahn    10 Settembre 2026
Renzi e la sua volontà di sopravvivere
Vittorio Bonanni    27 Luglio 2026
La Francia vieta i social agli “under 15”
Stefania Tirini    27 Luglio 2026
Ultime analisi
Hamas, questo sconosciuto
Eliana Riva    30 Settembre 2026
Sul declino industriale dell’Occidente (2)
Vincenzo Comito    14 Settembre 2026
Ultime recensioni
“Senza patria”, un romanzo di confine
Paolo Andruccioli    18 Settembre 2026
Le diseguaglianze in questione
Paolo Andruccioli    24 Luglio 2026
Ultime interviste
Il nucleare italiano tra fantasmi e bugie
Paolo Andruccioli    2 Ottobre 2026
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia armi Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia scuola sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA