La Consulta ha giudicato inammissibile il referendum sull’eutanasia perché “non tutela la vita”, come trapelato ieri in una nota dell’ufficio stampa e comunicazione, in attesa che la sentenza venga depositata a giorni. Non era scontato, anzi. In moltissimi si aspettavano che venisse data la parola ai cittadini che, secondo i sondaggi, sarebbero a maggioranza a favore della “dolce morte”. Invece sembra chiudersi qui il tentativo di rendere giustizia ai tanti che soffrono senza possibilità di guarigione né di futuro, e che spesso non sono in grado di porre autonomamente fine alla propria vita, prigionieri del proprio corpo inerme.

Con questa sentenza, la Corte costituzionale ha voluto sottolineare l’importanza, a cui si rifà anche se non esplicitamente la nostra Costituzione, della tutela della vita umana, con particolare riferimento alle persone deboli o cagionevoli. Ma in questo caso sono proprio i più vulnerabili a non avere il diritto di essere ascoltati. Ci sarebbe da chiedersi che tutela sia quella destinata a chi affronta una vita senza dignità, una non-vita, quel tipo di “esistenza” che nessuna persona sana può capire fino in fondo, ma che è fortemente respinta da chi soffre, superando lo stesso fortissimo istinto di sopravvivenza.

Non resta che guardare alla legge sul suicidio assistito, di cui abbiamo scritto su “terzogiornale”, che, secondo quanto emerso da Montecitorio, riprenderà il suo iter parlamentare da domani, 17 febbraio. Licenziata il 9 dicembre dalle Commissioni, ha vissuto un unico giorno di discussione prima di venire accantonata in attesa dell’elezione del presidente della Repubblica. Non è equiparabile all’abrogazione dell’“omicidio del consenziente” – che il referendum avrebbe forse realizzato, tagliando il nodo gordiano e liberando dalle trafile burocratiche quella che è la scelta più grave che si possa profilare nel corso di una vita –, ma, se approvata, prevederebbe una dolce morte per chi possa procurarsela attivamente e abbia dimostrato di possedere tutti i requisiti che la consentirebbero. Non è una tutela della libera scelta dell’individuo tout court, ma sarebbe pur sempre meglio del vuoto legislativo a cui la stessa Consulta chiede di porre riparo al più presto.