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Fine vita, il centrosinistra vota compatto

Era iniziato il 13 dicembre scorso, per arenarsi il giorno stesso, il primo esame nell’aula della Camera del provvedimento sulla morte volontaria medicalmente assistita,...

“Dolce morte”: ora tutto dipende dal parlamento

La Consulta ha giudicato inammissibile il referendum sull’eutanasia perché “non tutela la vita”, come trapelato ieri in una nota dell’ufficio stampa e comunicazione, in attesa che la sentenza venga depositata a giorni. Non era scontato, anzi. In moltissimi si aspettavano che venisse data la parola ai cittadini che, secondo i sondaggi, sarebbero a maggioranza a favore della “dolce morte”. Invece sembra chiudersi qui il tentativo di rendere giustizia ai tanti che soffrono senza possibilità di guarigione né di futuro, e che spesso non sono in grado di porre autonomamente fine alla propria vita, prigionieri del proprio corpo inerme.

Con questa sentenza, la Corte costituzionale ha voluto sottolineare l’importanza, a cui si rifà anche se non esplicitamente la nostra Costituzione, della tutela della vita umana, con particolare riferimento alle persone deboli o cagionevoli. Ma in questo caso sono proprio i più vulnerabili a non avere il diritto di essere ascoltati. Ci sarebbe da chiedersi che tutela sia quella destinata a chi affronta una vita senza dignità, una non-vita, quel tipo di “esistenza” che nessuna persona sana può capire fino in fondo, ma che è fortemente respinta da chi soffre, superando lo stesso fortissimo istinto di sopravvivenza.

Suicidio assistito: il rinvio di un disegno di legge così così

Erano pochi i deputati in aula alla Camera, l’altroieri 13 dicembre, durante la prima discussione in plenaria del disegno di legge sulla morte volontaria medicalmente assistita o suicidio assistito. E benché la discussione, durata quattro ore, sia stata di “alto profilo”, si è risolta con un bel rinvio a febbraio, dopo la rinuncia alla replica da parte dei relatori, Alfredo Bazoli del Pd e Nicola Provenza dei 5 Stelle. Quindi il testo, frutto del lavoro difficile e delicato delle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali, approvato il 9 dicembre scorso, rivedrà la luce solo dopo l’elezione del nuovo inquilino del Quirinale, tema che sta ben più a cuore a tutte le forze politiche.

“È un giorno storico per i diritti civili in questo Paese: l’approdo in aula del testo sul fine vita, dopo tre anni dalla sua prima calendarizzazione e molti rinvii, concretizza la possibilità di far fare un salto in avanti al nostro Paese che potrà dotarsi di norme certe per andare incontro ai malati senza speranza” aveva dichiarato il presidente della commissione Giustizia della Camera, il grillino Mario Pierantoni. Ma si potrebbe dire di più: erano almeno quindici anni che si aspettava una legge sul suicidio medicalmente assistito, almeno dalla morte di Piergiorgio Welby avvenuta nel 2006.

Disegno di legge Zan: il caro estinto

La peggiore previsione di ieri si è avverata oggi nell’aula del Senato. La “tagliola”, con la concessione del voto segreto, ha fatto sì che il disegno di legge Zan contro l’omobitransfobia – il cui titolo breve reca “Contrasto della discriminazione o violenza per sesso, genere o disabilità” – sia stato affossato. Le due proposte presentate da Lega e Fratelli d’Italia, le cosiddette “tagliole”, volte a non far passare l’aula all’esame degli articoli della legge uno per uno, hanno funzionato; così come ha funzionato la scelta della presidente di provenienza berlusconiana, Maria Elisabetta Alberti Casellati, di concedere il voto a scrutinio segreto. La mossa della destra è passata con 154 voti a favore e due astenuti; i contrari sono stati 131.

“Hanno voluto fermare il futuro e riportare l’Italia indietro. Sì, oggi hanno vinto loro e i loro inguacchi, al Senato. Ma il Paese è da un’altra parte. E presto si vedrà”, ha dichiarato a caldo Enrico Letta dopo la bocciatura de facto del disegno di legge. Un provvedimento identitario per il centrosinistra e per il Pd in particolare, dopo lo sforzo che lo stesso Letta, in discontinuità con la posizione tenuta a luglio, aveva avviato una frenetica corsa alla mediazione con le altre forze politiche negli ultimi giorni. Una volontà che non ha sortito alcun effetto.

Chi si rivede? Il disegno di legge Zan

Il disegno di legge Zan riprende il suo iter interrotto a luglio con la novità che ci sarà una mediazione, annunciata dal segretario del Pd Enrico Letta, che ha affidato al padre della legge – Alessandro Zan – di avviare un’esplorazione con le altre forze politiche al fine di cercare un’intesa per l’approvazione del testo. La legge deve essere portata a casa, pur se con alcune modifiche definite da Letta “non sostanziali”. L’obiettivo è riprendere il dialogo con Italia viva e arrivare a un compromesso anche con Forza Italia, e farlo in tempi record.

La deadline è per domani, mercoledì, giornata in cui il disegno di legge verrà discusso in aula al Senato, dove Lega e Fratelli d’Italia sarebbero intenzionati a presentare due proposte “tagliola” che affosserebbero definitivamente la legge, non facendo passare all’esame dell’aula gli articoli del provvedimento. Zan, insieme alla capogruppo Pd a Palazzo Madama, Simona Malpezzi, stanno in queste ore portando avanti una consultazione tra le forze politiche volta a scongiurare questo atteggiamento ostruzionistico.

Quel nuovo welfare che passa anche dai Tampax. L’esempio francese

Il modo di contenere il flusso mestruale ha cambiato, nei secoli, la vita delle donne. Dall’antichità, in cui si usavano lana, tessuti, pelli di animali, papiro ammorbidito, per citare solo alcuni metodi, fino ad arrivare alla “rivoluzione” introdotta dall’uso degli assorbenti: esterni, con l’adesivo, e soprattutto interni, come i Tampax. Si può dire che l’emancipazione della donna sia stata accompagnata dalla possibilità, data dall’utilizzo di questo nuovo dispositivo per l’igiene intima, di governare quei giorni in cui, prima, era costretta a casa. Dopo l’introduzione degli assorbenti, le donne hanno potuto finalmente uscire di casa, essere autonome, controllare la propria vita, lavorare e svolgere tutte le mansioni che svolgevano nei giorni di assenza del ciclo. La libertà di movimento è anche una forma di libertà di pensiero.

Ma oggi, nel 2021, ci si scontra ancora con quell’escalation negli anni della tassazione degli assorbenti, un bene di largo consumo necessario, basilare nella vita di qualsiasi donna in età fertile, che sono tassati con aliquota al 22 per cento, come i beni di lusso. Al contrario, il rasoio da barba è tassato al 4 per cento. Come si può associare un assorbente ad un prodotto di élite? Una condizione che si aggiunge come altro importante elemento di difficoltà economica nel periodo delicato in cui stiamo vivendo.

Omotransfobia, in parlamento e in spiaggia

Il Paese sperimenta direttamente cosa voglia dire omotransfobia proprio quando il disegno di legge Zan, ora in discussione generale nell’aula del Senato, probabilmente dovrà attendere settembre per poter proseguire nel suo contrastato iter. Non che siano rari gli episodi di aggressioni anche violente verso chi appartiene alla comunità Lgbt, ma nel caso specifico il combinarsi della discussione sulla legge Zan, con tutte le polemiche del caso, e la divulgazione tramite social di un video che stigmatizza un caso di omotransfobia, permette di mettere ancora meglio a fuoco il contenuto reale del disegno di legge presentato dall’esponente del Partito democratico. Si tratta infatti del classico episodio di discriminazione sessuale ai danni di due ragazze lesbiche “ree” di non aver nascosto il proprio orientamento. Un caso per il quale, se la legge Zan venisse approvata così com’è, gli aggressori verrebbero giudicati con le aggravanti previste per gli atti di discriminazione basati sull’orientamento sessuale.

Letta, l’imprescindibile rigore contro i reati di odio

Per rendere più digeribile il disegno di legge Zan alla Lega, Italia Viva ha proposto di modificare nel testo “identità di genere” con la tutela “contro ogni forma di discriminazione fondata sul sesso, genere e orientamento sessuale nonché contro ogni forma di discriminazione fondata sulla disabilità”. È forse la stessa cosa? In questa definizione rientrano anche le sfumature di genere, la transessualità di fatto o anelata, la propria personale e profonda appartenenza a un genere che non sia quello anagrafico? Perché è proprio sul riconoscimento di queste differenze che batte il disegno di legge in questione, istituendo anche la giornata dedicata, individuata nel 17 maggio, che dovrebbe essere occasione di riconoscimento e confronto nelle realtà scolastiche, e che invece nella proposta di Italia Viva vengono depennate. Ma chi vuole far finta che queste realtà, tra le più vessate nelle molestie a sfondo sessuale, non esistano, o che debbano essere relegate a una forma di patologia, non ha alcun interesse a che vengano incluse nella legge che le deve tutelare. Parliamo delle destre e della Chiesa cattolica.

Il diritto all’eutanasia riguarda tutti

Oggi, parafrasando un famoso slogan femminista degli anni Settanta, dovremmo gridare “la vita è mia e la gestisco io”. Sì, perché l’autodeterminazione dell’individuo, sancita dalla Costituzione, è sacrosanta. Eppure, a differenza di altri Paesi europei e non, in Italia non c’è una legge che definisca ed estenda il concetto di autodeterminazione a tutta la sfera sanitaria, incluso il fine vita. I notevoli passi avanti della scienza e della tecnologia hanno portato alla possibilità di salvare molte più vite umane rispetto al passato, ma troppo spesso a scapito della dignità dell’individuo. Non si contano i casi balzati all’onore della cronaca di persone ridotte a una vita insostenibile e invalidante, senza possibilità di cura, che non hanno la possibilità di scegliere se continuare o meno la propria esistenza. E non sono pochi coloro costretti a raggiungere la Svizzera per avere la tanto agognata “dolce morte”.

Proprio per il rispetto dovuto a questa tematica che riguarda tantissimi e con la quale tutti noi dobbiamo fare i conti, l’Associazione Luca Coscioni – con l’appoggio di numerosi partiti e il sostegno di Arci e Cgil nuovi diritti – ha dato il via alla raccolta firme per il referendum sulla eutanasia legale che dovrà raccogliere almeno cinquecentomila adesioni entro il 30 settembre. La campagna si è già aperta a Roma e a Milano, e dal 30 giugno sarà estesa a tutto il territorio nazionale.

Parità di genere? Nel Piano di Draghi quasi non si vede

“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”: così recita l’articolo 37 della nostra Costituzione. E l’uguaglianza di remunerazione per un lavoro di egual valore è un principio che era già contenuto nella Costituzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) del 1919, organizzazione della Società delle nazioni, nata con l’obiettivo di perseguire la giustizia sociale e il riconoscimento universale dei diritti umani nel lavoro, attraverso la promozione di un lavoro dignitoso – il cosiddetto decent work – in condizioni paritarie in termini di uguaglianza, libertà e sicurezza per tutte le donne e tutti gli uomini.

Nel secondo dopoguerra questo principio fu rafforzato nella Convenzione OIL n. 100, che venne ratificata dall’Italia nel 1956 dando il via a un processo di riforme, culminato con la legge 903/77 con cui il parlamento ratificò la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro. Eppure, dati Istat alla mano, il cosiddetto gender pay gap – cioè il differenziale retributivo di genere che misura le sperequazioni tra donne e uomini a parità di mansioni – continua a esistere nel nostro Paese.