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Il diritto all’eutanasia riguarda tutti

Oggi, parafrasando un famoso slogan femminista degli anni Settanta, dovremmo gridare “la vita è mia e la gestisco io”. Sì, perché l’autodeterminazione dell’individuo, sancita dalla Costituzione, è sacrosanta. Eppure, a differenza di altri Paesi europei e non, in Italia non c’è una legge che definisca ed estenda il concetto di autodeterminazione a tutta la sfera sanitaria, incluso il fine vita. I notevoli passi avanti della scienza e della tecnologia hanno portato alla possibilità di salvare molte più vite umane rispetto al passato, ma troppo spesso a scapito della dignità dell’individuo. Non si contano i casi balzati all’onore della cronaca di persone ridotte a una vita insostenibile e invalidante, senza possibilità di cura, che non hanno la possibilità di scegliere se continuare o meno la propria esistenza. E non sono pochi coloro costretti a raggiungere la Svizzera per avere la tanto agognata “dolce morte”.

Proprio per il rispetto dovuto a questa tematica che riguarda tantissimi e con la quale tutti noi dobbiamo fare i conti, l’Associazione Luca Coscioni – con l’appoggio di numerosi partiti e il sostegno di Arci e Cgil nuovi diritti – ha dato il via alla raccolta firme per il referendum sulla eutanasia legale che dovrà raccogliere almeno cinquecentomila adesioni entro il 30 settembre. La campagna si è già aperta a Roma e a Milano, e dal 30 giugno sarà estesa a tutto il territorio nazionale.

Parità di genere? Nel Piano di Draghi quasi non si vede

“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”: così recita l’articolo 37 della nostra Costituzione. E l’uguaglianza di remunerazione per un lavoro di egual valore è un principio che era già contenuto nella Costituzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) del 1919, organizzazione della Società delle nazioni, nata con l’obiettivo di perseguire la giustizia sociale e il riconoscimento universale dei diritti umani nel lavoro, attraverso la promozione di un lavoro dignitoso – il cosiddetto decent work – in condizioni paritarie in termini di uguaglianza, libertà e sicurezza per tutte le donne e tutti gli uomini.

Nel secondo dopoguerra questo principio fu rafforzato nella Convenzione OIL n. 100, che venne ratificata dall’Italia nel 1956 dando il via a un processo di riforme, culminato con la legge 903/77 con cui il parlamento ratificò la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro. Eppure, dati Istat alla mano, il cosiddetto gender pay gap – cioè il differenziale retributivo di genere che misura le sperequazioni tra donne e uomini a parità di mansioni – continua a esistere nel nostro Paese.

In ricordo di Rita, donna e giornalista fuori dal comune

Al primo impatto ti colpiva per la sua bellezza, il viso armonioso e solare, rassicurante; poi ti conquistava del tutto quando parlava: intelligente, preparatissima,...

8 marzo: si fa presto a dire “auguri!”

Non bastano gli auguri per tutte le donne che oggi vivono la ricorrenza della loro festa, perché la fase terribile che stiamo vivendo – complici la crisi economica che ci accompagna da più di un decennio e un anno di pandemia che ci sta mettendo in ginocchio sotto tutti i punti di vista – corrisponde a un periodo nero per il mondo femminile. Una crisi che, dal punto di vista occupazionale, ha colpito principalmente i lavoratori autonomi e quelli a tempo determinato. E proprio per questo ha inciso negativamente sull’occupazione femminile. Basti pensare che, pur in presenza del blocco dei licenziamenti, che resterà in vigore fino alla fine di marzo, i dati Istat 2020 ci dicono che su 101mila lavoratori che hanno perso il lavoro a dicembre (-0,4% rispetto a novembre), ben 99mila sono donne e solo duemila uomini.

Non solo le donne, tra i lavoratori, sono le più colpite dal Covid e hanno lavori più precari o irregolari, ma detengono anche un altro primato: sono quelle che continuano a morire per mano del partner o dell’ex. Solo tra gennaio e febbraio si contano in Italia già dodici donne uccise, dodici femminicidi, un problema culturale che abbiamo già toccato su terzogiornale. Non c’è quindi molto da festeggiare in questo 8 marzo 2021.

Quel nuovo welfare che passa anche dai Tampax. L’esempio francese

Il modo di contenere il flusso mestruale ha cambiato, nei secoli, la vita delle donne. Dall’antichità, in cui si usavano lana, tessuti, pelli di animali, papiro ammorbidito, per citare solo alcuni metodi, fino ad arrivare alla “rivoluzione” introdotta dall’uso degli assorbenti: esterni, con l’adesivo, e soprattutto interni, come i Tampax. Si può dire che l’emancipazione della donna sia stata accompagnata dalla possibilità, data dall’utilizzo di questo nuovo dispositivo per l’igiene intima, di governare quei giorni in cui, prima, era costretta a casa. Dopo l’introduzione degli assorbenti, le donne hanno potuto finalmente uscire di casa, essere autonome, controllare la propria vita, lavorare e svolgere tutte le mansioni che svolgevano nei giorni di assenza del ciclo. La libertà di movimento è anche una forma di libertà di pensiero.

Ma oggi, nel 2021, ci si scontra ancora con quell’escalation negli anni della tassazione degli assorbenti, un bene di largo consumo necessario, basilare nella vita di qualsiasi donna in età fertile, che sono tassati con aliquota al 22 per cento, come i beni di lusso. Al contrario, il rasoio da barba è tassato al 4 per cento. Come si può associare un assorbente ad un prodotto di élite? Una condizione che si aggiunge come altro importante elemento di difficoltà economica nel periodo delicato in cui stiamo vivendo.

La Lega è sempre la Lega. Vedi Vicenza

Questo inverno come ad agosto dell’anno scorso, alcuni senzatetto dormono sotto i portici di Monte Berico, a Vicenza. Arrivano gli addetti alla pulizia urbana dell’AIM, accompagnati dai vigili che danno l’ordine di usare gli idranti per “pulire la strada” senza curarsi di chi sta dormendo. Li bagnano tutti, gli gettano via le coperte, gli fanno anche una multa. La scena non è isolata, si ripete almeno un altro paio di volte in pochi mesi. La polemica arriva sui social e poi sui quotidiani nazionali solo negli ultimi giorni, dopo che l’Associazione Welcome Refugees di Vicenza, unitamente alla pagina Comune-info, denuncia su Facebook la guerra dichiarata dal Comune di Vicenza ai clochard.

Non si tratta solo di passaparola, ma di testimonianze raccolte in video-inchieste e pubblicate sulle pagine web. Ma il primo cittadino Francesco Rucco, di destra a capo di una Giunta a trazione leghista, in un comunicato stampa di due giorni fa, smentisce categoricamente l’accaduto e minaccia querele. Eppure il sindaco stesso, come affermato da un senzatetto in una video-testimonianza, si è recato di persona sotto i portici di Monte Berico per intimare ai clochard di andarsene. Dove? Non è stato specificato. L’importante è che quella ventina di persone senza fissa dimora non rovinino il decoro urbano.

I clochard vicentini, alcuni dei quali vivono in strada da decenni, hanno vissuto negli anni il graduale peggioramento della propria condizione dovuto sia al "sentire" della cittadinanza, probabilmente legittimata a infierire sui senzatetto dal comportamento delle autorità locali, sia alle disposizioni dell’amministrazione leghista della città veneta che è arrivata a trattare degli esseri umani come immondizia. Gli attivisti di Welcome Refugees, in una nota diramata l’8 febbraio scorso sulle pagine di Facebook, hanno chiesto un incontro con il sindaco per affrontare alcuni temi, tra i quali "l'iscrizione anagrafica e l'accesso alle cure e ai servizi per chi ha perso la residenza; la revoca di ordinanze, applicate come mostrano gli articoli da noi raccolti sul sito del comune, che prevedono multe a chi non ha una casa e creano un clima di ostilità verso chi vive ai margini della società; una maggiore sensibilità verso i senza fissa dimora evitando di gettar via le coperte, di sgomberare i loro giacigli e di allontanarli, talvolta forzatamente, dai luoghi in cui hanno scelto di dormire e ripararsi".

Benché la Lega si prepari ad entrare nel governo europeista di Mario Draghi, nei territori da essa amministrati si dimostra ancora una volta incapace di rispetto per la dignità umana e per i diritti civili e sociali dei cittadini che rappresentano la base della cittadinanza europea.

Il 25 novembre visto dagli uomini

Il 25 novembre, Giornata mondiale della violenza contro le donne, funestata da altri due femminicidi, uno in Calabria e l’altro in Veneto, che si...