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Home » Articoli » Cile, a giorni il referendum sulla nuova Costituzione

Cile, a giorni il referendum sulla nuova Costituzione

Ma i pronostici non sono rassicuranti, la maggioranza della popolazione sarebbe contraria all’adozione della Magna Carta sostenuta dal presidente Boric

26 Agosto 2022 Ludovica Costantini  1118

Ci sono voluti mesi di manifestazioni, repressioni, tavole di confronto e un nuovo governo per far arrivare il Cile a concludere un percorso lungo più di due anni: il 4 settembre, con il referendum che lascerà decidere al popolo il destino della nuova Costituzione, il Paese dovrà scegliere se approvare la bozza stilata dalla Convenzione costituzionale o lasciare in vigore la Carta ereditata dagli anni della dittatura di Augusto Pinochet.

Il Cile ha iniziato il suo viaggio verso la stesura della nuova Carta nel 2019, con l’estallido social. Il 18 ottobre di tre anni fa, infatti, gli studenti iniziarono a protestare contro l’aumento dei prezzi dei mezzi di trasporto pubblici, aprendo una stagione di rivoluzione per il Paese, che ha poi portato alla luce la necessità di una Costituzione nuova e più attuale. Questo per dare al Cile una Carta al passo con i tempi, in grado di garantire una serie di diritti – e che inserisca nel testo costituzionale termini come ambientalismo, femminismo e questione indigena –, ma soprattutto per coronare la necessità principale, quella di rompere definitivamente con il passato sanguinoso del Paese ed eliminare anche l’ultima traccia, a livello istituzionale, della dittatura di Pinochet.

Una grande vittoria del movimento di protesta arrivò un anno dopo, con il primo referendum del 2020, in cui il 78% dei cittadini affermò di volere una nuova Costituzione e che la stesura sarebbe stata affidata a una Convenzione appositamente eletta ex novo. Dopo dieci mesi di deliberazione, la Convenzione costituzionale ha prodotto una prima bozza, pubblicata il 13 maggio, in cui si fanno passi avanti in materia di diritti sociali, clima, questione di genere e giustizia; si propone una ristrutturazione delle istituzioni di governo e, infine, si parla del riconoscimento del carattere plurinazionale del Cile, includendo nella Carta fondamentale le undici nazionalità indigene. Il 4 luglio scorso, la Convenzione ha reso nota la sua bozza definitiva, che conta 388 articoli.

Un anno fa il percorso per l’approvazione della nuova Costituzione sembrava tutto in discesa, ma ora l’esito del voto è molto dubbio. I principali sondaggisti cileni lavorano, da mesi, per captare le oscillazioni dell’opinione pubblica: gli ultimi dati resi noti da Pulso ciudadano, a sedici giorni dal referendum, registrano che il 45,8% della popolazione propende per la bocciatura, il 32,9% voterà a favore dell’approvazione e circa il 16% è indeciso. La maggior parte dei cittadini che ha manifestato una preferenza per la bocciatura, si dichiara non in linea con le idee del governo in carica, il governo di sinistra guidato dal giovane Gabriel Boric. Se si guarda al posizionamento politico dei votanti, può risultare semplice capire chi sceglierà l’approvazione e chi no, ma più interessante è guardare all’età: tra gli intervistati, la maggioranza di chi ha dichiarato che voterà per la bocciatura rientra nella fascia tra i 30 e i 50 anni, una generazione che non ha vissuto gli orrori della dittatura sulla propria pelle, che quindi potrebbe non manifestare l’urgenza di rompere con il passato, e che, contemporaneamente, non rientra nella nuova cittadinanza globale, generalmente più sensibile alle tematiche sociali e ambientali.

Nonostante i sondaggi, è difficile comunque prevedere l’esito del referendum, poiché ci si trova davanti a uno scenario simile a quello che ha vissuto la Gran Bretagna con la Brexit, o gli Stati Uniti con l’elezione di Trump, in cui la comunicazione politica gioca e continuerà a giocare un ruolo fondamentale, e avrà il potere di influenzare l’opinione pubblica lavorando in modo capillare fino all’ultimo momento.

Diversi sono i temi che dividono l’opinione pubblica, alcuni indicati da Pamela Figueroa, accademica dell’Università di Santiago, in un’intervista rilasciata alla Bbc: tra questi, si trova la definizione dello Stato cileno come Stato plurinazionale. Se, da un lato, è fondamentale per il Cile risolvere il conflitto storico con i popoli indigeni e riconoscerne l’esistenza e la sovranità, dall’altro, i gruppi che portano avanti la campagna referendaria per la bocciatura hanno basato su questa nuova definizione una critica importante, che è riuscita a far sorgere dubbi nella popolazione: il timore è quello della divisione interna del Paese e del favoreggiamento dei popoli originari rispetto al resto dei cittadini. “Questo discorso ha permeato un bel po’ il dibattito nazionale, in una società in cui le popolazioni indigene sono state storicamente rese invisibili, escluse dal dibattito pubblico” – afferma la politologa.

Un ulteriore fattore che accresce l’incertezza degli elettori è lo slogan alla base della campagna per l’approvazione: Chile necesita cambios (“il Cile ha bisogno di cambiamenti”). Basare la nuova Costituzione sul cambiamento radicale del Paese, può creare timori e confusione nell’elettorato, che risponderà in un modo non razionale e completamente emotivo, proiettando sull’intenzione di voto i dubbi creati da questo importante cambiamento.

Ci sono segnali crescenti che l’incertezza sulla Magna Carta potrebbe persistere ben oltre il referendum del 4 settembre, con il presidente Gabriel Boric che promette di puntare a un’altra riscrittura costituzionale, se l’attuale proposta dovesse essere bocciata. Questo però aprirebbe uno scenario indefinito: il popolo cileno ha già deciso, nel 2020, che c’era bisogno di una nuova Costituzione; e se è vero che, in caso di bocciatura, l’unica cosa da fare politicamente è riaprire il processo costituzionale, è altrettanto vero che ciò comporterebbe una situazione problematica a livello giuridico, poiché rimarrebbe in vigore la Costituzione di Pinochet del 1980, non riconoscendo la volontà espressa dagli elettori nel referendum del 2020 e vanificando il lavoro della Convenzione costituzionale. “Il processo è stato così complesso che nemmeno il governo ha potuto presentare un progetto che eccitasse, perché tutto ruota attorno a questa Costituzione che sta arrivando. Trascorrere altri due o tre anni in questo processo non sarebbe salutare” – ha affermato Roberto Méndez, professore dell’Università cattolica del Cile.

Forse però non importa quale sarà l’esito dell’interrogazione referendaria, perché in qualsiasi caso il Cile scriverà democraticamente la sua storia. Se sarà una storia di rinnovamento e di progresso, o di un parziale ritorno al passato, lo scopriremo il 4 settembre.

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TagsCile Costituzione Gabriel Boric Ludovica Costantini referendum voto

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