Alla fine, Andrés Manuel López Obrador (detto Amlo) rimarrà al potere fino alla scadenza naturale del suo mandato nel 2024. Nessuno, del resto, aveva messo in discussione la sua permanenza nella residenza presidenziale di Los Pinos a Città del Messico, che secondo la Costituzione dura sei anni. E nemmeno rischiava molto, dal momento che il gradimento di cui gode è sì calato dall’inizio del suo mandato, nel gennaio 2019, di 18 punti, ma rimane invidiabilmente comunque alto col 62% del sostegno. Ciononostante, l’uomo politico che governa il Messico, l’esponente di quello che è stato definito il “populismo di sinistra” – o, meglio, del progressismo, se si vuole iscriverlo, per comodità di ragionamento, nella famiglia dei regimi latinoamericani del Ventunesimo secolo –, si è sottoposto volontariamente a un referendum sulla continuazione del suo mandato.

Il 91.86% dei votanti, pari a 15,1 milioni di messicani, ha detto Que siga en la Presidencia de la República. Quanto alla partecipazione – in quello che è stato il primo referendum sulla revoca del mandato di un presidente, non previsto dalla Costituzione –, è stata abbastanza contenuta, avendo aderito solo il 17.77 % dei 93 milioni di elettori aventi diritto al voto. Il partito Movimento per la rigenerazione nazionale (Morena) ha salutato l’esito come “un netto risultato a favore del nostro presidente”, per quanto la scarsa partecipazione non abbia nemmeno validato l’esito della consultazione.

Al di là di quello che a giudizio di molti è stata una semplice mobilitazione dei propri aficionados, conta poter fare un veloce bilancio sull’operato di Andrés Manuel quando, doppiata la boa della prima parte del suo mandato, si appresta a percorrere l’ultimo tratto di strada di una presidenza attraverso la quale si propone di lasciare una traccia indelebile nella storia del Paese.

Un punto critico della sua narrazione sono le quotidiane conferenze stampa conosciute come mañaneras, in cui Amlo si esercita in attacchi ai giornalisti locali e stranieri, che hanno avuto il demerito di mettere in discussione la comunicazione ufficiale. Nulla di nuovo rispetto a quanto già visto con Donald Trump, che basava la sua strategia comunicativa su un confronto continuo con i giornalisti. La cosa nuova, se si vuole, è che il presidente messicano – al contrario di Trump e di Bolsonaro, pure lui noto per strapazzare la stampa – gode di un largo appoggio popolare che i primi due non hanno mai avuto.

Di fatto, Amlo sta facendo proseliti in America latina, dove già annovera il salvadoregno Nayib Bukele e il peruviano Pedro Castillo tra i seguaci. Nel tracciare la strada verso quella che è una forma di autoritarismo, facente perno sul superamento di un filtro critico tra il leader e il suo popolo, il presidente messicano delinea i contorni di una realtà virtuale a lui gradita. Nel tentativo di contrastare la più prosaica realtà fattuale, riportata dai giornali non allineati, che liquida come maldicenza o frutto di inconfessabili interessi.

Così, fin dall’inizio del suo mandato, il presidente ha collezionato una serie di insulti da record nei confronti della stampa. Basta ricordarne alcuni. Dall’accusa di “mordere la mano a chi gli ha tolto la museruola”, a “malavita del giornalismo”, a “stampa fifí”. Definizione che usa per alcuni suoi esponenti, che a suo parere sono “fantocci, conservatori, sapientoni, doppi” paladini della trasparenza e dell’onestà.

Per smascherare quelli che per lui sono “golpisti e mercenari”, ha dato vita a una selezione settimanale delle sue conferenze stampa chiamandola Quién es quién en las mentiras de la prensa (“Chi è chi nelle menzogne della stampa”), soprattutto dopo che il presentatore Carlos Loret de Mola, molto famoso in Messico, ha svelato lo stile di vita poco francescano di suo figlio negli States, che contraddice la narrazione che gli è cara, tutto vocato, come sarebbe, alla lotta alla corruzione e alla eliminazione del superfluo. Nell’intento di screditare l’inchiesta che ha portato in luce una realtà che gli fa male, si è spinto fino al punto di rendere pubbliche le entrate del suo autore, accusato moralisticamente di guadagnare quindici volte più del suo compenso di presidente. Campagne del genere hanno dato alla lunga i loro frutti, tanto che il Digital News Report 2021 del Reuters Institute ha certificato la continua caduta della credibilità della stampa in Messico, scesa l’anno scorso al 37%. Non sarà certo tutta colpa di López Obrador, ma di certo qualche merito gli va riconosciuto.

Di sicuro, non è un caso se Artículo 19, l’organizzazione che difende la libertà di espressione e il diritto all’informazione, ha denunciato come le uscite di Amlo contro la stampa possano favorire attacchi e incrementare il livello di vulnerabilità per chi esercita la professione di informare, in un Paese che risulta essere il più mortifero per i giornalisti (ne abbiamo già parlato su queste pagine qui). Da quando ha assunto la presidenza, nel dicembre 2018, sono stati sessanta i giornalisti assassinati, e gli mancano ancora due anni di mandato. Con i presidenti precedenti, Enrique Peña Nieto e Felipe Calderón, erano stati uccisi rispettivamente quarantasette e quarantotto operatori dell’informazione.

“Reporter senza frontiere”, con sette assassinati e quindici desaparecidos nel 2021, colloca il Messico al penultimo posto al mondo dell’indicatore di sicurezza per i giornalisti, mentre, dal canto suo, Amlo si è definito come “il presidente più attaccato negli ultimi cento anni”. Da chi? Naturalmente dalla stampa.

Se, da un lato, è vero che la sua amministrazione ha aumentato le azioni di protezione a tutela dei lavoratori dell’informazione, dall’altro la violenza continua nell’impunità. Luis Enrique Ramírez, una delle voci più conosciute della stampa di Sinaloa, è stato trovato cadavere in un sacco di nylon lo scorso 5 maggio. Prima di lui, nel 2022, è toccato a Margarito Martínez e Lourdes Maldonado a Tijuana. A Roberto Toledo e Armando Linares nello Stato di Michoacán. A Heber López a Oaxaca. Jorge Luis Camero a Sonora, Juan Carlos Muñiz, nello Stato di Zacatecas, e a José Luis Gamboa a Veracruz. Le ultime due sono di lunedì scorso. Si tratta di Yesenia Mollinedo Falconi, direttrice di “El Veraz”, e della cameraman Sheila Johana García Olivera. Le hanno uccise mentre sostavano in macchina in un parcheggio di un negozio del municipio di Cosolecaque, sempre nello Stato di Veracruz. E, con queste ultime due, sono già undici le vittime dall’inizio dell’anno, in maggioranza reporter locali che lavoravano in località afflitte dalla violenza legata alla corruzione e al narcotraffico. Tante sono state le proteste, ma nulla pare impedire che López Obrador passi alla storia come il presidente con i peggiori indici di violenza.

 “Una delle principali debolezze dell’obradorismo” – afferma Hernán Gómez Bruera, autore di Amlo y la 4T. Una radiografía para escépticos – “è non avere un ambizioso programma di ridistribuzione della ricchezza e del reddito”, mentre una politica sociale sostenibile a lungo termine, che sappia scalfire la radicale disuguaglianza sociale, necessiterebbe di un sistema fiscale progressivo, che tassi le grandi fortune.

Con lo scopo di attuare i suoi megaprogetti, soprattutto nel Sudest del Paese, a cominciare dal Tren Maya, López Obrador ha dovuto tagliare salute, scienza e cultura, non riuscendo a emanciparsi da una vocazione desarollista, incapace di sostituirla – come già, prima di lui, è accaduto a più di qualche governante progressista latinoamericano – con un progetto di Paese alternativo.

Nelle politiche sociali, il presidente messicano ha aumentato la spesa, ma l’effetto è stato che 3,8 milioni di cittadini in più rispetto al 2018 si trovano in condizioni di povertà, stando ai dati pubblicati dal Consiglio nazionale di valutazione della politica di sviluppo sociale (Coneval). All’inizio della pandemia, il governo ne ha sottostimato il pericolo, dicendo che le vittime sarebbero state non più di seimila. Una sottovalutazione condivisa da tanti altri governi, che tuttavia seppero correggere la rotta e affrontare la vastità del problema. Non quello messicano, che ha registrato, sempre secondo i dati del Coneval, trecentomila decessi. Mentre quindici milioni di messicani, che erano coperti dalla sanità pubblica all’inizio del mandato di López Obrador, ora non lo sono più.

Sul piano ambientale, il programma Sembrando vida era natoper attuare la “riforestazione più grande del mondo”. Ma rispetto alla narrazione, i fatti, assieme a Greenpeace, si incaricano di dimostrare che tale iniziativa ha portato invece al taglio degli alberi e alla impennata del cambio d’uso del suolo, la causa principale della deforestazione in Messico.

Quello che López Obrador ha ereditato era un Paese altamente insicuro. La sua strategia per far fronte alla diffusione della criminalità e della violenza è stata improntata alla militarizzazione della lotta alla delinquenza, con l’uso dei militari privilegiati rispetto a una polizia in gran parte infiltrata e corrotta. Mentre alla delinquenza disposta a pentirsi si sono spalancate le braccia. A distanza di tempo, con il permanere degli altissimi livelli di violenza, è evidente che siamo in presenza di un fallimento, che il governo comunque è lungi dall’ammettere.

Con un tale bilancio, in una sostanziale incapacità di ammettere i propri errori e di porvi rimedio, a López Obrador non rimaneva che rinforzare i caratteri del suo presidenzialismo ricorrendo al discredito di chi lo critica, in primo luogo la stampa. Continuando a cullarsi nella realtà virtuale che con meticoloso lavoro quotidiano ha creato, e nel miraggio che il sostegno, di cui attualmente gode, lo possa consegnare alla storia. Per la quale, invece, non avendo fatto pressoché nulla, rischia di passare come un’occasione mancata.