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Giornalismo in trasformazione. Dov’è la sinistra?

15 Dicembre 2022 Michele Mezza  1267

Di cosa dovrebbe discutere la sinistra, nella congiuntura peggiore della sua storia nel nostro Paese, se non del destino del giornalismo e del prossimo congresso dei giornalisti? Esistono davvero interessi sociali, ceti professionali, figure produttive, culture tecnologiche più centrali e significative per il futuro della democrazia del mestiere di gestore degli apparati dell’informazione? (Uso il termine “centrali” proprio con chiaro riferimento al vecchio slogan sulla “centralità operaia” che tenne banco per due decenni nella sinistra italiana). Sembra che oggi, giunti proprio sull’orlo del burrone, su cui stiamo danzando come componenti del variegato e ormai anche eccentrico mondo della sinistra, sia venuto il momento di interrogarsi, prima ancora che sul nome del prossimo leader, sui ceti sociali che possono caratterizzare una nuova fase politica propulsiva delle forze progressiste.

In questa nuova base sociale, le figure del ciclo produttivo dell’informazione non possono non avere un ruolo centrale. Siamo nel pieno dell’espansione dell’economia dell’informazione. Si calcola che almeno il 75% del Pil si basi su uno scambio permanente di dati e comunicazione. Di più, la transizione dalle esperienze e pratiche di giornalismo tradizionale a quello digitale mettono in gioco sia l’idea di sicurezza nazionale, nell’epoca della guerra ibrida – in cui, come spiega il generale russo Gerasimov, “si combatte interferendo nel senso comune dell’avversario” –, sia la struttura e natura della democrazia attaccata dai monopoli degli algoritmi che scompongono, isolano e subornano moltitudini di individui attraverso flussi di informazioni altamente personalizzate.

Dunque, se riuscissimo a uscire dal cono d’ombra dell’ideologia – e soprattutto dalla pigrizia culturale, che vuole la sinistra esaurirsi nel rimpianto delle precedenti centralità “lavoriste” –, dovremmo lucidamente considerare la creatività distruttiva, come avrebbe detto Schumpeter, che sta scomponendo gli assetti del giornalismo: nodo strategico per una ricostruzione culturale e politica del campo progressista.

In questi giorni, si stanno completando le votazioni per il congresso della Federazione nazionale della stampa italiana. Un passaggio certo né lineare né indolore in questo mondo. In coincidenza con le procedure congressuali, sono stati divulgati anche i dati della diffusione dei quotidiani nell’ultimo trimestre. Il quadro conferma le peggiori tendenze manifestatesi negli anni passati. Si registra il prolungarsi della recessione, con la stragrande maggioranza delle testate che continua a perdere copie e pubblicità, senza riuscire a tamponare questi buchi con le pubblicazioni digitali. In edicola si vende più o meno lo stesso numero di copie del 1919, con un andamento che vede ulteriormente ridursi le tirature. Giornali come “Repubblica” – portaerei del gruppo Gedi, controllato dalla famiglia Agnelli-Elkann – vedono ridursi le tirature a un decimo, più o meno, di quanto si stampava solo quindici anni fa. Un accartocciamento che spinge gli editori a ridurre gli organici, scaricando sulla collettività, grazie a governi compiacenti, centinaia di pre-pensionamenti. Una pressione che ha portato – primo caso per una categoria cosi prestigiosa e nodale nel panorama professionale italiano – a chiudere l’istituto previdenziale e a confluire nel calderone dell’Inps.

Il giornalismo italiano si sta avviando, inesorabilmente, verso una generale cassa integrazione. I numeri indicano, in maniera solare, come più dell’aspetto commerciale sia quello politico-professionale a sfaldarsi. Da almeno tre decenni, il mondo del giornalismo è attraversato da una robusta transizione digitale, che ha modificato assetti organizzativi, modelli di business e soprattutto schemi narrativi dell’informazione.

La digitalizzazione (come spiegava Tim Berners-Lee, il padre del web) è un’innovazione sociale prima che tecnologica. Non si tratta di tradurre in byte quello che si faceva con il piombo. A cambiare – lo spiega efficacemente Manuel Castells – è proprio la funzione che caratterizza l’evoluzione della specie umana: la raccolta e lo scambio di simboli. Oggi questa funzione non è più limitata ad alcune figure professionali; è strettamente connessa a ogni aspetto della nostra vita. Di conseguenza, l’informazione relativizza ogni contenuto, rendendolo provvisorio e momentaneo. Ogni pagina, ogni testo, ogni servizio video registrato non chiude mai un argomento, ma semplicemente avvia una conversazione in cui ognuno, senza discriminazione di ruolo o gerarchia, può intervenire integrando, correggendo, contestando. In questo gorgo, il mediatore diventa un occasionale contributore, una delle tante voci. Una svolta che sposta, senza cancellarla, la mediazione dell’informazione dalla tradizionale figura del garante dei contenuti – com’era una volta il titolare delle news, il giornalista appunto – ai dispositivi intelligenti digitali, che automaticamente raccolgono e personalizzano i flussi informativi.

La politica dovrebbe dunque oggi occuparsi del giornalismo: per capire in quali circostanze, con quali ruoli e quali meccanismi, sia possibile negoziare i nuovi poteri di intermediazione algoritmica, sottraendo ai proprietari delle piattaforme il totale potere di discrezione nella selezione e distribuzione dei contenuti. Tanto più che i giornalisti non sembrano interessati ad affrontare questo tema.

La guerra in Ucraina ha confermato come ormai il giornalismo sia una pratica sociale intrecciata con la società civile, che produce e moltiplica le fonti rispetto ai fatti. Solo competenze e saperi di alto spessore possono rivendicare un approccio critico a questa azione di accorta e programmata confusione, che autorizza forze oblique a inquinare i pozzi. La guerra ha anche mostrato come proprio il giornalismo sia diventata logistica militare, diventando una tecnicalità stessa del combattimento. Due fenomeni – la moltiplicazione delle fonti e l’inquinamento dei fatti – che riclassificano i giornalisti e gli apparati editoriali, sbalzandoli sulla scena geopolitica. Una questione troppo delicata per lasciarla solo ai giornalisti, seppure sia chiaramente impossibile affrontarla senza di loro.

Quel segmento professionale, in grave crisi e disorientamento, rimane uno strumento essenziale per trasferire in un asettico e apparentemente neutro scenario digitale, valori, pretese e controlli maturati in due secoli di giornalismo sociale. Un dibattito, sulle nuove prospettive a sinistra, che rimbalzi anche nelle pieghe del prossimo congresso del Pd, non può ignorare questo aspetto. Se lo fa, significa che i nuovi protagonisti sono inadeguati come i precedenti.

In un dibattito quale quello che si sta conducendo nell’ambito della Fnsi – dove non si pongono i temi del controllo delle potenze di calcolo, della rinegoziazione dei sistemi editoriali, della trasparenza del mercato dei dati –, è necessario che irrompa un soggetto sociale che reclami una maggiore responsabilità e fatica nel rimettere in asse questi argomenti. Come trent’anni fa non si potevano ignorare i percorsi della Cgil e della Fiom, per comprendere l’orizzonte di una sinistra che voleva tenere il campo nei confronti del capitalismo industriale, oggi non possiamo ignorare l’epilogo del congresso dei giornalisti – per una sinistra che voglia realmente entrare nel Ventunesimo secolo, e non dalla porta di servizio.

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Tagscongresso Fnsi giornalismo giornalismo digitale informazione Michele Mezza sinistra

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