C’è un precedente che preoccupa i tifosi della Juventus. La Cassazione, il 25 novembre del 2020, ha confermato le misure interdittive per il presidente del Chievo, accusato di reati fiscali. Secondo gli ermellini di piazza Cavour, con gli scambi di calciatori a prezzi non reali, si realizzava “una operazione di maquillage contabile, onde far risultare delle apparenti plusvalenze, legate alla valorizzazione di giovani calciatori”, determinando tra l’altro una ipotesi di evasione fiscale.

È vero che il tema delle “plusvalenze” è ostico da far digerire ai giudici, come del resto appare chiaro anche in questa inchiesta. Il gip di Torino, infatti, respingendo la richiesta dei pm di misure cautelari per Andrea Agnelli, Fabio Paratici, Cesare Gabasio, ha espresso “dubbi relativi alla sussistenza del dolo richiesto”. Ma c’è l’altro filone della inchiesta ben più solido, le cosiddette manovre stipendi, come riconosce lo stesso gip: “Certamente illecite e in relazione alle quali si condivide con la pubblica accusa la sussistenza di gravi indizi”.

Nel caso degli indagati della Juve, siamo dunque di fronte a contestazioni di reato ben più gravi rispetto ai procedimenti che hanno coinvolto società e dirigenti di altre squadre: dal falso nelle comunicazioni sociali alle false comunicazioni rivolte al mercato, all’aggiotaggio, manipolazione del mercato, essendo la Juventus una società quotata in Borsa.

Al di là delle previsioni di tifosi, commentatori, uomini e donne del mondo del calcio, è la stessa Juventus che nella relazione finanziaria annuale, al 30 giugno del 2022, espone i rischi a cui va incontro. “Qualora l’esito dei procedimenti in corso o di eventuali ulteriori che si dovessero instaurare fosse sfavorevole per Juventus, si potrebbero determinare impatti negativi, anche significativi, sull’attività, le prospettive e la situazione economica, patrimoniale e finanziaria del gruppo”. La Juve spera nella Cassazione, che a giorni si dovrà pronunciare sulla competenza territoriale della inchiesta, ritenendo che la sede competente dovrebbe essere Milano (o Roma), dove ha sede la Consob, che vigila sulla Borsa.

Comunque quelli disegnati dalla Juve sono scenari apocalittici, come del resto lascia intuire anche il ministro dello Sport, Andrea Abodi, che nei giorni scorsi ha commentato: “La cosa bella dello sport è che si può morire e rinascere. È successo a tante squadre, il Napoli, il Palermo e alla Juventus stessa, che è andata in serie B”.

La procura federale del calcio potrebbe affondare il coltello nella piaga delle scritture private tra società e calciatori, nelle quali sottobanco la Juve prometteva di restituire, spalmate nel tempo, tre delle quattro mensilità non corrisposte durante la sospensione del campionato di calcio per la pandemia. Siamo di fronte a una violazione del codice di giustizia sportiva, perché queste scritture private non coincidono con quanto ufficialmente depositato. L’articolo 94 delle “Norme organizzative interne” della Federazione italiana gioco calcio prevede esplicitamente: “sono vietati, nulli e privi di efficacia, accordi in contrasto e comunque finalizzati a eludere il presente articolo”; e la eventuale sottoscrizione di accordi e patti in contrasto con quelli ufficialmente depositati costituisce illecito disciplinare, come previsto dall’articolo 31 del Codice di giustizia sportiva. “La società che pattuisce con i propri tesserati o corrisponde comunque loro compensi, premi o indennità in violazione delle disposizioni federali vigenti, è punita con l’ammenda da uno a tre volte l’ammontare illecitamente pattuito o corrisposto, cui si può aggiungere la penalizzazione di uno o più punti in classifica”.

In via teorica, non si può escludere neppure la retrocessione in serie B, anche se appare difficile dimostrare che la Juve si sia iscritta al campionato non avendo i requisiti economici, solo grazie alle “anomalie” riscontrate nei bilanci. Sono tre i fronti da cui si deve guardare la Juventus. Quello della giustizia sportiva, della Consob e della procura di Torino. Partiamo dalla Consob, l’organismo ispettivo del mercato. La Juve rischia che il titolo venga ritirato dal mercato azionario, o che la Consob chieda di applicare una sanzione economica per le dichiarazioni rese che si siano dimostrate false. Consob ha comunicato alla società torinese “di aver rilevato alcune criticità con riferimento alla contabilizzazione operata da Juventus di taluni fatti di gestione relativi al bilancio di esercizio al 30 giugno 2020, al bilancio consolidato e d’esercizio al 30 giugno 2021 e alla relazione finanziaria semestrale al 30 dicembre 2021”. E intanto ha chiesto alla società torinese di rispettare l’articolo 154-ter del “Testo unico della finanza”, che stabilisce che “per i bilanci non conformi alle norme che ne disciplinano la redazione, la Consob può chiedere, in questo caso alla Juve, di rendere pubblica tale circostanza e di provvedere alla pubblicazione delle informazioni supplementari necessarie a ripristinare una corretta informazione del mercato”.

Tra Consob e Juve, in questi ultimi mesi, si è avviato un carteggio di relazioni e controdeduzioni divergenti sullo stato dell’arte di questi bilanci. Il 21 settembre scorso, anche sulla base delle informazioni raccolte alla procura di Torino, la Consob “ha rappresentato taluni elementi di fatto che supportano quanto contestato in merito alla manovra sui compensi delle stagioni 2019-2020 e 2020-2021”. Insomma, il fronte Consob può essere foriero di provvedimenti che mettono in crisi la credibilità della Juventus sul mercato, cioè di Exor, della famiglia Agnelli. Il titolo sta perdendo molto in Borsa.

Ma il vero problema è che l’ispezione della Consob si intreccia con la inchiesta della procura torinese. E le due attività si confermano a vicenda, legittimando le ipotesi accusatorie e lasciando intravedere scenari apocalittici. Nella “Relazione finanziaria annuale” del 30 giugno scorso, la Juve ricostruisce la cronologia e i contenuti della inchiesta penale torinese che la vede indagata in quanto società e con i suoi dirigenti più rappresentativi, a partire dal presidente (oggi dimissionario) Andrea Agnelli. È vero che le “plusvalenze”, per la giustizia sportiva non sono un illecito – ed è materia reale del contendere la valutazione del valore dei calciatori oggetto delle compravendite –, ma, dal punto di vista del processo penale, la procura di Torino le ha ritenute funzionali alla alterazione dei tre bilanci di esercizio, del 2018, 2019 e 2020. E le intercettazioni, e quanto sequestrato agli indagati, rappresenterebbero la prova degli illeciti.

Insomma, i consulenti tecnici dell’accusa sono arrivati alle conclusioni che i tre bilanci hanno “minori perdite di esercizio” rispetto alla realtà. La perdita denunciata nel 2018 è stata pari a 39.896.000 rispetto agli 84.506.000 milioni reali. Nel 2019, la perdita reale era di 236.732.000 milioni e non 89.682.000 milioni. Infine, nel 2020 è stata indicata una minore perdita di esercizio pari a 209.514.000 milioni anziché 222.477.000. Ma il vero nervo scoperto è quello degli stipendi ai giocatori spalmati nel tempo. Ed è un capitolo molto pop, perché coinvolge gli idoli dei tifosi, che hanno dovuto piegarsi alle decisioni della società, pur consapevoli di partecipare a operazioni illecite.