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In Svezia sdoganata l’estrema destra

In Svezia sono ormai un lontano ricordo i tempi del premier Olof Palme, forse il leader socialdemocratico più avanzato della storia dell’Occidente, assassinato nel...

Pordenone, i militari Usa non vanno a processo in Italia 

Ogni storia è a sé, non pensiate che si voglia generalizzare. Ma c’è qualcosa che lega fatti tra loro molto diversi, che hanno a...

La Svezia, la Finlandia e il biglietto di ingresso nella Nato

Siamo al paradosso. Da un lato, vogliamo difendere i valori democratici e l’Occidente dall’aggressione russa che potrebbe non fermarsi all’Ucraina, arrivando fino a minacciare...

Un Enrico Berlinguer per tutti e per nessuno

Ognuno fa il suo mestiere. Così, da quando il presidente russo Vladimir Putin ha dato fuoco alle polveri invadendo l’Ucraina, ecco che è arrivato...

Che cosa c’è nell’ostilità della Turchia all’ingresso di Svezia e Finlandia...

Dal mai ratificato e mai applicato Trattato di Sèvres del 1920 (firmato, dopo la Prima guerra mondiale, tra le potenze alleate e l’impero ottomano),...

Russia-Ucraina, un conflitto informatizzato

Commentando lo storico discorso con cui il premier britannico Churchill proclamò la guerra a oltranza contro Hitler, il conte di Halifax, leader della fazione...

Resistere al clima bellicista

Non ci si deve far trascinare dalla visione dell’orrore. In Etiopia è in corso una “pulizia etnica” contro i tigrini, punto di approdo della guerra in quel Paese (vedi l’articolo del nostro Vittorio Bonanni), e ciò sta avvenendo nell’indifferenza generale. Nel Mali, alla fine di marzo, l’esercito regolare, insieme con i mercenari russi del gruppo Wagner (su cui vedi ancora Bonanni), ha compiuto una strage di civili in un mercato, per dare la caccia ai terroristi jihadisti. Solo in quanto avvezzi alla circostanza che queste atrocità accadano in Africa (hic sunt leones, segnavano gli antichi nelle loro carte), e perché immagini televisive di ciò che è accaduto non ne abbiamo, avvenimenti del genere non ci scuotono. Per quanto riguarda l’Ucraina, invece, l’orrore viene servito giorno dopo giorno.

E allora è necessario ribadire che l’Occidente – l’Europa in particolare – dovrebbe proporre una road map per l’uscita dalla crisi. Sarebbe puerile affidarsi alla Turchia o alla Cina (che tra l’altro non vuole saperne di tentare una mediazione). Le sanzioni, perfino le armi inviate per sostenere Zelensky, vanno bene solo se c’è al tempo stesso uno sforzo diplomatico per arrivare a un “cessate il fuoco” e, successivamente, a un accordo basato – inutile girarci attorno – su una divisione dell’Ucraina. Sarà un nuovo “muro” nel centro del continente europeo? Pazienza! Ma l’intenzione, rivelata dalle esternazioni fuori misura di Biden, di arrivare a rovesciare Putin e la sua cerchia implicherebbe una guerra prolungata, la continuazione dei massacri, senza contare che – dalla caduta di Putin – potrebbe venir fuori addirittura qualcosa di peggiore: per esempio una dittatura militare.

Conte contro il riarmo, in equilibrio su un filo

Il 19 febbraio del 2021 “Youtrend.it”, sito specializzato nell’analisi dei sondaggi e delle tendenze politiche e sociali, pubblicò la supermedia dei sondaggi politici, la sua tradizionale sintesi che incrocia i dati delle diverse rilevazioni demoscopiche sui partiti. Con il via libera al governo Draghi, appena insediato, il Movimento 5 Stelle era stimato al 14,8% delle intenzioni di voto degli italiani. Tredici mesi dopo i 5 Stelle, secondo la stessa fonte, sono al 12,7%. Impossibile non ricordare che la stessa forza politica aveva largamente superato il 30% nelle urne solo quattro anni fa. Non può sorprendere, dunque, la scelta di Giuseppe Conte di avviare una campagna di comunicazione che provi a rianimare la sbiadita identità politica del Movimento.

Appena riconfermato leader da un plebiscito online fra gli iscritti, con oltre il 94% dei votanti a suo favore – ma era candidato unico ed è atteso comunque a un nuovo round di ricorsi giudiziari –, Conte ha scelto come tema privilegiato il “no” all’aumento, entro un biennio, delle spese militari al 2% del Pil. Aumento che è un’antica richiesta di Washington, finora ignorata, assecondata con moderazione o procrastinata dai governi italiani e dalla maggioranza dei partner della Nato.

Tra la Russia e l’Ucraina una mediazione cinese?

La crisi ucraina ci deve fare riflettere sul fatto che gli Stati Uniti e l’Unione europea non hanno ancora saputo, o voluto, risolvere i...

Che cosa fare per l’Ucraina

Certamente bisogna accogliere i profughi nei Paesi europei, è la cosa più importante in questo momento. È stato giusto porre dure sanzioni economiche nei confronti di Mosca, perfino la Svizzera stavolta non si è sottratta. Neanche si può sfuggire al dovere di inviare armi a Kiev, come l’Occidente sta facendo, affinché resista il più possibile. Sebbene si tratti di una decisione che mette in difficoltà la nostra coscienza pacifista, rafforzare la difesa dell’Ucraina è l’unico modo per cercare di giungere a una ripresa della via diplomatica. Ciò che non può essere messo in calendario, invece, è un ingresso del Paese ipso facto nell’Unione europea. Uno Stato in una situazione bellica non può essere ammesso, sia pure soltanto per una dimostrazione di solidarietà. Non si può prevedere come la guerra evolverà, se ci sarà, a un certo punto, un governo ucraino in esilio. Quale sarebbe allora l’entità statale da accogliere nell’Unione? E soprattutto, dal punto di vista della prudenza politica, se si vuole favorire un negoziato per arrivare, a breve, a un “cessate il fuoco”, la scelta europea dell’Ucraina (in linea generale del tutto comprensibile e legittima) sarebbe ora d’intralcio.

Una prospettiva di pace non potrà che passare per un accordo che comprenda la Crimea, i territori del Donbass, e una moratoria per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea e nella Nato. Peraltro questa seconda opzione non era affatto imminente, anzi suscitava perplessità nella stessa Nato. Con il senno del poi, si è rivelato piuttosto un pretesto per l’invasione da parte di Putin. Anche perché ci sono già Paesi limitrofi della Russia, come le Repubbliche baltiche, che fanno parte dell’Alleanza atlantica, e se questa volesse dirigere dei missili contro Mosca ciò sarebbe possibile già adesso.