Ogni storia è a sé, non pensiate che si voglia generalizzare. Ma c’è qualcosa che lega fatti tra loro molto diversi, che hanno a che fare con reati commessi da militari statunitensi nel nostro Paese. La morte di Nicola Calipari, a suo tempo, fu un fatto criminale e politico, niente a che vedere con il recente episodio di Pordenone, dove una soldatessa di venti anni ubriaca, Julia Bravo, alla guida di un’auto ha travolto un ragazzo quindicenne, Giovanni Zanier. Ucciso nelle vicinanze dell’aeroporto di Bagdad, il 4 marzo del 2005, mentre riportava in Italia la giornalista del “manifesto” Giuliana Sgrena, appena liberata dai suoi rapitori, il funzionario di polizia Nicola Calipari non ebbe giustizia, perché la Cassazione decise – confermando la sentenza della Corte d’assise di Roma, che aveva disposto il “non luogo a procedere” per mancanza di giurisdizione – che nessun processo si sarebbe svolto in Italia nei confronti di Mario Lozano, il soldato statunitense accusato di avere sparato.

Anche la tragedia del Cermis, del 3 febbraio 1998, è un’altra storia: un aereo militare statunitense, con quattro militari a bordo, tranciò i cavi della funivia di Cavalese. I ragazzi volavano troppo basso. I morti furono venti, e tutto è finito senza colpevoli. Persero la vita turisti di varie nazionalità: sette tedeschi, cinque belgi, due polacchi, due austriaci, un olandese e tre italiani. Le associazioni antimilitariste diedero battaglia, ma non venne dato loro neanche un briciolo di civica soddisfazione nel rispetto delle vittime. 

Nel caso di Julia Bravo – e qui veniamo ai punti di contatto tra queste storie – se gli Stati Uniti vorranno procedere loro alla giurisdizione, l’Italia non potrà dire “no, possiamo assicurare noi giustizia”: si aprirà, invece, un’istruttoria per ascoltare i pareri della procura generale e del ministero degli Esteri, poi ci sarà una valutazione affidata al ministro della Giustizia che – con potere del tutto discrezionale – dovrà decidere sulla base degli interessi lesi dal reato e dal danno causato alle persone offese. Per il momento, non c’è stata alcuna richiesta in questo senso, da quel che si sa. Ma, se arrivasse, l’Italia potrebbe trovarsi ancora una volta di fronte all’umiliante gesto di chinare la testa, perché la Convenzione di Londra del 1951 prevede che i soldati statunitensi della Nato siano giudicati, per qualsiasi reato, nel Paese d’origine dell’accusato. 

Una norma imperiale, voluta dalle autorità di Washington per garantire chi tutela i loro interessi nei lontani o vicini “possedimenti”. Fino a ora, si è fatta eccezione per Robert Scott Gardner, militare statunitense, in servizio alla base aerea di Aviano (Pordenone). Bontà loro, le autorità americane hanno lasciato che venisse giudicato da un nostro tribunale: era accusato di avere violentato un quattordicenne. Anche se poi qualcosa è andato storto: dopo undici anni dai fatti e dieci e mezzo dalla sentenza di primo grado che lo aveva condannato a sei anni di reclusione, venne azzerato tutto perché gli erano stati mandati gli atti in italiano, e lui parla sono inglese. Poi è stato arrestato.

Dennis Gray – parà statunitense condannato a sette anni e mezzo di carcere per avere violentato una studentessa a Vicenza, successivamente condannato anche per altre molestie ai danni di una donna incinta – è uno dei pochi soldati americani nelle carceri italiane. E c’è stato ancora il caso “minore” dei dodici militari americani di stanza alla Caserma Ederle, protagonisti di una maxi-rissa fuori da una discoteca di Bassano del Grappa (Vicenza): furono convalidati gli arresti. 

Vedremo come finirà la vicenda della soldatessa Bravo, che ora è in prigione. Il suo avvocato ha fatto sapere che, per ora, non hanno neanche chiesto la detenzione domiciliare ma solo la visione degli atti, mentre il capo della base Usa ha voluto incontrare i genitori del giovane per esprimere le sue condoglianze. Le circostanze sono talmente chiare che sarebbe odioso il tentativo di una “esfiltrazione” di una militare al fine di evitarle la condanna per un grave reato comune. Ma tutto dipenderà dagli umori americani, dal possibile ritorno d’immagine, supponiamo.