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Home » Opinioni » Un Enrico Berlinguer per tutti e per nessuno

Un Enrico Berlinguer per tutti e per nessuno

Nel lento e progressivo distacco del segretario comunista dal mondo sovietico, non c’era soltanto l’idea che le democrazie occidentali fossero tutto sommato preferibili, ma anche che bisognasse superare la politica delle alleanze militari e dei blocchi contrapposti

25 Maggio 2022 Vittorio Bonanni  1933

Ognuno fa il suo mestiere. Così, da quando il presidente russo Vladimir Putin ha dato fuoco alle polveri invadendo l’Ucraina, ecco che è arrivato lo scontro tra chi, giornalisti o analisti politici che siano, vede la Nato come sinonimo di difesa delle democrazie dall’autoritarismo e chi, invece, ne stigmatizza il ruolo negativo che, nel caso specifico, non avrebbe fatto altro se non spingere verso lo scoppio del conflitto per ragioni di egemonia mondiale. A cento anni dalla nascita di Enrico Berlinguer, e a quasi trentotto dalla sua drammatica morte, coloro che sostengono l’Alleanza atlantica non esitano a utilizzare, a proprio uso e consumo, la famosa frase dell’allora segretario del Partito comunista italiano, che disse di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della Nato. Ma le cose non stanno esattamente così, o quanto meno furono più complesse.

Nell’intervista rilasciata a Gianpaolo Pansa, nel giugno 1976, pubblicata dal “Corriere della sera”, il dirigente sardo inserisce questo concetto in un ragionamento molto più ampio. “Mi sento più sicuro stando di qua, ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia”. Insomma, tiriamoci fuori dal pantano sovietico, ma non illudiamoci che, da questa parte, ci sia il “Paese di bengodi”. Tanto è vero che – nello stesso giorno, in tv – non esitò a dire che quella organizzazione militare, fondata nel 1949 in piena guerra fredda, tollerò “per anni la Grecia fascista (sostenuta dagli Stati Uniti, ndr) e il Portogallo fascista”. Come sottolinea lo storico Guido Liguori, si trattò di un grande equivoco alimentato da chi, per mestiere, sintetizza estrapolando ciò che gli fa più comodo.

In realtà, le riflessioni di Berlinguer sugli scenari mondiali, determinati in gran parte dallo scontro Usa-Urss, non nascevano dal nulla. Quale collocazione internazionale, e quale linea adottare di conseguenza – per il più grande partito comunista occidentale, che nella sua originalità giocò un ruolo decisivo nella costruzione della democrazia italiana – fu un vero e proprio dilemma. Un tormento che conobbe diverse tappe. Già nel 1956, in occasione dell’invasione sovietica dell’Ungheria, nel Pci e nella Cgil cominciò a farsi strada il dubbio. Il segretario del più grande sindacato italiano, Giuseppe Di Vittorio, non ebbe esitazioni. Si sta con i lavoratori ungheresi. Ma la sua linea venne stroncata dal segretario comunista, Palmiro Togliatti, legato a Mosca, pur essendo stato il teorico della “via nazionale” al socialismo.

Il dissenso, però, aveva cominciato a farsi strada. Intellettuali e politici, anche iscritti al Pci, redassero il cosiddetto “Manifesto dei 101”, di netta condanna della invasione da parte di Mosca. Alcuni, come Antonio Giolitti, uscirono dal partito. Ma i “dissidenti” non guardavano all’atlantismo come a un modello. Si era in piena guerra fredda, e gli Stati Uniti, di fatto padroni dell’Alleanza atlantica, non erano certo (vedi l’America latina) esportatori della democrazia.

Diverso lo scenario nel 1968, perché il segretario del Pci, Luigi Longo, condannò l’invasione sovietica della Cecoslovacchia ai danni di quella che venne definita la “primavera di Praga”. Anche allora, tuttavia, si continuò a guardare a Est. Troppo per il gruppo de “il manifesto”, che chiedeva una condanna più netta dell’intero universo sovietico, ma con l’obiettivo di spostare a sinistra l’asse del partito. Posizione che costò la radiazione del gruppo dal partito. Anche qui, ovviamente, nessuna attenzione per l’atlantismo da parte dei dissidenti, ben distanti da ciò – come peraltro tutta la sinistra italiana.

Le cose cominciarono a cambiare, nel Pci, dopo il colpo di Stato dell’11 settembre 1973 in Cile, dove il governo di sinistra, presieduto dal socialista Salvador Allende e con dentro i comunisti, venne abbattuto nel sangue dai militari capeggiati da Augusto Pinochet. Berlinguer non esitò a trarre le conseguenze da quel tragico avvenimento. In un articolo pubblicato su “Rinascita”, storico settimanale del Pci, il 12 ottobre dello stesso anno, il segretario sostenne che non si poteva finire come in Cile, dove un governo di unità a sinistra aveva dovuto soccombere al golpe. Il rischio – che già era possibile intravedere nella strategia della tensione, in atto nel Paese, al fine di bloccare l’avanzata della sinistra – era troppo grosso. Una riflessione doverosa ma anche paradossale, considerato che, dietro il golpe, c’erano gli Stati Uniti, Paese leader di quel mondo occidentale al quale il Pci ormai guardava, sia pure con mille dubbi. Per un governo che comprendesse i comunisti sarebbe stata necessaria, dunque, un’alleanza con la Democrazia cristiana, che prese il nome di “compromesso storico”. Una scelta malvista, questa, a Est come a Ovest. Berlinguer auspicava, del resto, il superamento di ambedue le alleanze, della Nato non meno che del Patto di Varsavia: il che avvenne solo riguardo a quest’ultimo, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989.

La presa di distanza da Mosca ebbe un ulteriore impulso nello stesso anno. Il 3 ottobre del 1973, a Sofia, l’auto su cui viaggiava il segretario comunista venne coinvolta in un incidente sospetto, nel corso del quale morì l’interprete, mentre Berlinguer ne uscì indenne. Non ci furono mai prove che quello fosse un attentato, e d’altronde sarebbe stato impossibile trovarle. Ma i dubbi restarono, considerata l’ostilità con la quale a Est si guardava ai comunisti italiani.

Dunque ci fu una serie di avvenimenti, diversi tra loro, che spinsero il segretario del Pci a rilasciare quelle dichiarazioni a Pansa. La morte di Moro nel 1978 tolse ogni speranza di realizzare un governo comunque sgradito ai due blocchi, rendendo anche vano l’ennesimo tentativo di tranquillare gli Stati Uniti. Per arrivare a una presa di posizione netta nei confronti di Mosca, bisognerà però aspettare ancora molto tempo. Il 15 dicembre 1981 – quando in Polonia prendeva il potere il generale Jaruzelski, per mettere fine al movimento di protesta guidato dal sindacato Solidarnosc –, Berlinguer dichiarava esaurita “la spinta propulsiva della rivoluzione d’Ottobre”, sancendo così un definitivo, quanto terribilmente tardivo, allontanamento dall’esperienza sovietica.

Dopo un percorso così irto di ostacoli, il Pci entra nell’orbita occidentale, avviando un interessante dialogo con i grandi partiti socialdemocratici europei, a cominciare da quello tedesco. Una strada che il Pci avrebbe dovuto intraprendere già da tempo, visto che in Italia si trovò a sostituire di fatto il socialismo europeo. Resta una storia complicata, quella del Pci, drammatica e appassionante, da un lato, ma foriera per il Paese, dall’altro, di molti problemi che ancora oggi ci affliggono. Perciò osservatori di vario genere, più o meno a conoscenza dei fatti, farebbero bene ad astenersi dal tirare per la giacchetta, dopo morto, un uomo nobile che fu destinato ad affrontare qualcosa più grande di lui.   

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