L’eredità politica degli ultimi cinque anni, come pure la pandemia dei due appena trascorsi, ci pone davanti a delle atipiche e confuse elezioni amministrative, zeppe di incognite sociali, politiche e perfino morali. Il fallimento del movimento 5 Stelle a livello nazionale peserà sulla ricandidatura di Raggi a Roma, mentre l’exploit massmediatico di De Luca in Campania dovrebbe invece spianare la strada a Manfredi a Napoli. Ed è qui che la partita offre interessanti spunti interpretativi, da inserire nel periodo storico-politico bislacco che stiamo vivendo.  

L’ex ministro Manfredi incarna alla perfezione la nuova idea di alleanza del Partito democratico con i 5 Stelle, e intanto strizza l’occhio a Forza Italia. Una generale ammucchiata centrista, insomma, vestita in una maniera che poco si confà a un elettorato puro di sinistra. Manfredi viaggia comunque verso palazzo San Giacomo dove, salvo imprevisti, sperimenterà il primo governo cittadino giallo-rosso.

Napoli ripropone però anche Antonio Bassolino, e questa, con tutte le sue romantiche ripercussioni, è una candidatura assai interessante. Dove cerca voti l’ex sindaco? Nella sua potenziale roccaforte, rivolgendosi cioè a quei simpatizzanti piddini scontenti, a quella fascia di elettorato che si considera ancora nostalgicamente comunista ed è disposta a puntare sul cavallo in partenza perdente. Bassolino potrebbe essere così l’ago della bilancia, la goccia che può far traboccare il vaso di un’elezione apparentemente scontata, e che vede in corsa anche Alessandra Clemente e Catello Maresca. Mentre la prima ha dalla sua il coraggio di mettersi in gioco in prima persona – incarnando la giovane Napoli desiderosa di riscatto –, il secondo, esponente del centrodestra, ancora incespica sulle alleanze, provando ad acchiappare quante più simpatie possibili con una trasversalità dei principi, che però getta la maschera nel momento in cui invita Salvini per un comizio insieme.

Ad ogni modo, nessuno dei candidati di questa campagna elettorale napoletana affronta il tema probabilmente più delicato: quello ambientale. Si aspetta da anni la bonifica dell’area industriale (prevista dal ministero dell’Ambiente già nel 1999) in cui, nel 1985, avvenne l’esplosione di un deposito Agip che fece di Napoli Est un sito di interesse nazionale, provocando morti, feriti e danni ambientali incalcolabili. Quasi due tonnellate di gasolio entrarono nelle fogne, in quella occasione, fino ad arrivare al mare. La questione resta irrisolta, ma quella zona è una terra intossicata che fa un rumore troppo tenue per riuscire a riportarsi al centro dell’attenzione. Nella stessa situazione di dimenticanza rientra l’eterna incompiuta Bagnoli, orfana dell’Italsider, che vive di sogni di ricostruzione da ormai trent’anni, ma giace ancora silente sul suo mare di veleni.

Gli aspiranti alla poltrona di palazzo San Giacomo ereditano anche una gestione disastrata dell’igiene urbana, con una raccolta differenziata dei rifiuti mai attivata in diversi quartieri della città, mentre fino a questo momento nessuno dei candidati si è ancora espresso sulla necessità di stilare un piano urbano per fronteggiare tale non insolita emergenza.

La terra dei fuochi di Pianura – che circa tredici anni fa fece entrare in mobilitazione un intero quartiere contro la riapertura della discarica di Pisani –, ancora non bonificata, continua a emettere sentenze di morte mediante la crescita dei malati oncologici tra i residenti in quell’area partenopea. Tema, quello ecologico, che non potrà non entrare con forza nell’agenda del futuro primo cittadino. Le prossime elezioni amministrative segneranno dunque la città di Napoli. Al tempo stesso saranno una verifica più generale, che potrebbe essere perfino decisiva per le sorti del dopo Draghi, confermando la bontà di un’alleanza giallo-rossa, oppure urlando a gran voce la necessità di una nuova forza politica di sinistra.

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