Due giorni per capire che cosa è diventata l’ex capitale del fordismo italiano e anche per comprendere che cosa è diventata la sinistra torinese. Una prova difficile perché per molti elettori la tentazione è forte: bocciata l’ultima giunta di centrosinistra guidata da Fassino, constatato il fallimento di quella grillina di Appendino, perché non buttarsi a destra?

Le quotazioni di Paolo Damilano, imprenditore moderato sostenuto da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, sono molto forti. Forse non tali da farlo vincere al primo turno ma certo sufficienti per presentarsi al ballottaggio da una posizione di forza. Finora è riuscito a tenere sullo sfondo l’anima nera dei suoi supporter, quella delle ronde leghiste e quella dei filofascisti nelle liste di Fratelli d’Italia. Probabilmente non riuscirà a nascondere l’identità dei suoi scomodi alleati al secondo turno, ma questa sarà comunque un’altra storia.

Il nodo è in realtà a sinistra. Solo un Pd nazionale privo di rapporti reali con l’area torinese poteva immaginare di proporre in città l’alleanza strategica con i grillini, che infatti è miseramente fallita. È stata un’illusione immaginare che tutto si potesse risolvere superando qualche difficoltà di rapporti a livello personale, come se la politica fosse un teatrino dei pupi dove il cattivo diventa buono e viceversa a ogni cambio di scena.

Il nodo che impedisce l’alleanza tra Pd, area riformista e grillini a Torino è invece di programmi e di culture politiche. Inconciliabili e alternative. Si poteva certo immaginare una via d’uscita dal fordismo più attenta all’ambiente e ai diritti delle persone che lavorano. Ma non è immaginabile percorrere strade ideologicamente contrarie a ogni sviluppo, come se una comunità potesse solo pensare a decrescere senza prospettive.

La sterile battaglia contro l’alta velocità, simbolo di un ambientalismo velleitario che vive di feticci, non ha risolto, come invece avevano promesso i grillini, i gravi problemi delle periferie della città. Che non sono più, da tempo, periferie operaie. Almeno nel senso novecentesco dell’espressione. Sono piuttosto comunità isolate di individui isolati, socialmente sempre più lontani dal centro.

Per queste persone, soprattutto dopo la pandemia, il problema principale da risolvere è il lavoro, il reddito di tutti i giorni. Un tempo si sarebbe detto, a sinistra, che la soluzione poteva essere nelle opere pubbliche, come insegnava Keynes. Le opere pubbliche che migliorano la qualità della vita e redistribuiscono il reddito. Il contrario dell’ambientalismo del non fare praticato dalle giunte grilline.

Così, chiusa la parentesi Appendino (il suo partito è accreditato intorno al 10%, forse meno), lo scontro nelle periferie torinesi è quello classico tra una destra che promette sicurezza e una sinistra che propone sviluppo e lavoro. Con l’integrazione degli immigrati, ormai giunti alla seconda generazione, a far da ago della bilancia.

In questo scenario, la sinistra che aveva creduto nelle promesse grilline (una parte della sinistra radicale della città) è ormai costretta a scegliere tra il voto a un candidato riformista come Stefano Lo Russo e il rischio di mandare la destra estrema alla guida della città negli assessorati chiave. Un dilemma che probabilmente andrà sciolto al ballottaggio di metà ottobre. 

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