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Home » Editoriale » Tunisia, fine dell’eccezione democratica

Tunisia, fine dell’eccezione democratica

4 Ottobre 2021 Rino Genovese  1197

Non sappiamo ancora chi veramente sia la professoressa di geologia a cui il presidente tunisino Kaïs Saïed, con una mossa a sorpresa, ha affidato qualche giorno fa l’incarico di formare il governo; ma tutto lascia pensare che si tratti soltanto di un abile stratagemma per distogliere l’attenzione della comunità internazionale, soprattutto, dalle perplessità suscitate dalla Tunisia del dopo “colpo di mano” del 25 luglio scorso, giorno in cui fu sospesa d’autorità l’attività del parlamento. Se in un articolo, apparso su “terzogiornale” il 3 settembre a firma di Vittorio Bonanni, scrivevamo: “La rivoluzione tunisina dei gelsomini rischia di appassire”, oggi ci sentiamo di dire: l’eccezione tunisina, cioè il tentativo – unico nei Paesi toccati dalla “primavera araba” di dieci anni fa – di costruire una democrazia parlamentare è arrivato al capolinea. Il presidente, dopo aver prorogato sine die la sospensione del parlamento, il 22 settembre ha firmato un decreto che concentra nelle sue mani tutti i poteri, annunciando una “riforma politica” che sarà sottoposta a referendum.

Si va verso un modello plebiscitario basato sulla disintermediazione tipica di una “democrazia diretta” piramidale, che avrebbe nel vertice politico, cioè nella figura dello stesso Saïed e nel suo rapporto con il “popolo”, la massima espressione, a discapito dei partiti, ridotti tutt’al più a elementi di contorno. Saïed, del resto, era stato eletto nel 2019 con lo slogan “il popolo lo vuole”, e con oltre il settanta per cento delle preferenze, proprio come homo novus rispetto alla democrazia dei partiti. Ma il nodo dell’islam politico – che in Tunisia è dato da Ennahda, così come in Egitto era dato dai Fratelli musulmani – resta il principale punto da affrontare quando si discorre di un’evoluzione democratica dei Paesi arabi.

Alla lunga non è risultata sufficiente la postura moderata assunta da Ennahda (diversamente, in questo, dai loro omologhi egiziani che, con il presidente Morsi, si erano spinti nel 2012 fino a varare una Costituzione integralista) alla creazione di un clima di rapporti politici distesi. Anche perché pesanti accuse di corruzione si sono riversate sulla formazione islamista.

In questo clima, aggravato dalla emergenza sanitaria e dalla conseguente crisi economica, è stato facile a un presidente già scelto fuori dai partiti, e con un enorme consenso, condurre il suo “colpo di mano” che assomiglia molto a un colpo di Stato a dosi omeopatiche, effettuato per gradi: prima si sospende il parlamento utilizzando, capziosamente, un articolo della Costituzione vigente; poi si protrae uno stato di eccezione che sarebbe dovuto durare solo trenta giorni; infine si mette mano a una revisione costituzionale che rafforza i poteri apicali del presidente, i quali avrebbero come contrappeso (ma vedremo di cosa si tratterà) degli organismi popolari a base locale che eleggerebbero, a scrutinio uninominale, dei consigli regionali e, tramite questi, i membri dell’assemblea parlamentare in modo indiretto. Un complicato regime “a scalini”, in cui, alla fine, il presidente sarebbe l’unico depositario di un’investitura a suffragio diretto.

Il populismo presidenzialista che si prospetta, se si mette da parte la pretesa fedeltà alla “rivoluzione”, non è in fondo granché diverso da quello operante in Turchia o, volendo fare un esempio più calzante per noi occidentali, è una forma di bonapartismo in sedicesimo mascherato da democrazia, come quello della Russia di Putin. Solo il recente passato della Tunisia fa la differenza: per cui si pretende di volere continuare la “rivoluzione” con mezzi legali, in un certo senso istituzionalizzandola. Una contraddizione in termini.

Di più: Saïed, che pure si distingue dall’islam politico, è sostanzialmente un conservatore in fatto di costumi e di ethos religioso. Avrà anche nominato premier una donna, ma per esempio si oppone alla equiparazione delle donne agli uomini riguardo al diritto di successione. Il che significa che i figli maschi sono privilegiati, nella trasmissione di un’eredità, rispetto alle figlie femmine. Da socialisti sostenitori in generale di una drastica limitazione di questo presunto diritto – e di tasse di successione altissime –, potremmo perfino considerarlo un aspetto secondario, se non fosse che attraverso di esso riappare una discriminazione uomo/donna.

Il senso delle rivolte che avvennero dieci anni fa in una parte consistente del mondo arabo era, ad ogni modo, quello di avviare un processo democratico, non certo un rivolgimento sociale complessivo. È andata male, molto male, in Egitto – Paese in cui il movimento di cambiamento vide una lunga e intensa partecipazione popolare –, con la restaurazione di un regime militare peggiore di quello precedente. Male è andata anche in Libia, in Siria, nello Yemen, con lo scoppio di spaventose guerre civili. Restava la Tunisia. Ma la via intrapresa dal suo presidente si avvicina a quella del suo omologo egiziano al-Sisi, a cui Saïed rese visita nell’aprile scorso, accolto con tutti gli onori, poco prima che le sue intenzioni autoritarie si palesassero.

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