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Tunisia, fine dell’eccezione democratica

Non sappiamo ancora chi veramente sia la professoressa di geologia a cui il presidente tunisino Kaïs Saïed, con una mossa a sorpresa, ha affidato qualche giorno fa l’incarico di formare il governo; ma tutto lascia pensare che si tratti soltanto di un’abile mossa per distogliere l’attenzione della comunità internazionale, soprattutto, dalle perplessità suscitate dalla Tunisia del dopo “colpo di mano” del 25 luglio scorso, giorno in cui fu sospesa d’autorità l’attività del parlamento. Se in un articolo, apparso su “terzogiornale” il 3 settembre a firma di Vittorio Bonanni, scrivevamo: “La rivoluzione tunisina dei gelsomini rischia di appassire”, oggi ci sentiamo di dire: l’eccezione tunisina, cioè il tentativo – unico nei Paesi toccati dalla “primavera araba” di dieci anni fa – di costruire una democrazia parlamentare è arrivato al capolinea. Il presidente, dopo aver prorogato sine die la sospensione del parlamento, il 22 settembre ha firmato un decreto che concentra nelle sue mani tutti i poteri, annunciando una “riforma politica” che sarà sottoposta a referendum.

Si va verso un modello plebiscitario basato sulla disintermediazione tipica di una “democrazia diretta” piramidale, che avrebbe nel vertice politico, cioè nella figura dello stesso Saïed e nel suo rapporto con il “popolo”, la massima espressione, a discapito dei partiti, ridotti tutt’al più a elementi di contorno. Saïed, del resto, era stato eletto nel 2019 con lo slogan “il popolo lo vuole”, e con oltre il settanta per cento delle preferenze, proprio come homo novus rispetto alla democrazia dei partiti. Ma il nodo dell’islam politico – che in Tunisia è dato da Ennahda, così come in Egitto era dato dai Fratelli musulmani – resta il principale punto da affrontare quando si discorre di un’evoluzione democratica dei Paesi arabi.

Tunisia nel ciclone

La rivoluzione tunisina dei gelsomini rischia di appassire. L’unica, tra le tante che scossero i Paesi arabi tra l’inverno e la primavera del 2011,...