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Home » Articoli » America latina, elezioni nell’epoca del disordine

America latina, elezioni nell’epoca del disordine

Due tornate elettorali impegnative in Perù – con il combattimento all’ultimo voto tra Fujimori e Castillo, passato in testa nello spoglio – e in Messico, con il presidente Obrador che non ha raggiunto l’obiettivo di una maggioranza qualificata alla Camera bassa del Congresso

8 Giugno 2021 Flavio Fusi  1516

Ricorderemo questi anni latinoamericani come l’epoca dei troubles, cioè dei turbamenti e del disordine. È davvero all’insegna del disordine il convulso messaggio che arriva in queste ore dalle contemporanee elezioni in Perù e Messico. Nel grande paese andino si combatte ancora all’ultimo voto tra due rivali irriducibili, anche sotto il profilo umano: Keiko Fujimori, figlia dell’antico presidente dittatore che langue in carcere per aver trasformato in carcere l’intero Perù, e Pedro Castillo, fino a ieri sconosciuto maestro rurale, populista sulle piazze, statalista in economia, oscurantista nel moderno capitolo dei diritti civili. 

Prima in testa Keiko, con i voti scrutinati di Lima e delle città bianche della costa, poi il sorpasso di Pedro, con le schede che arrivano dal centro andino, dall’altipiano indio cuore di tenebra della nazione. Ago della bilancia saranno ancora una volta le periferie meticce senza storia e senza futuro, dove la pandemia ha falciato intere comunità: 190mila morti, e le vittime che non si contano ormai più, rigurgitate fuori dagli ospedali a crepare in strada come nelle cronache della peste nera medievale. 

Ecco la frattura che, da generazioni, condanna il Paese: una irrimediabile e profondissima faglia geografica, economica e sociale, la pelle degli umani che da secoli determina storia, vita e destino di un intero popolo. In Perù le campagne, il gelo e le miserie sono ancora quelli descritti nei cantares di José María Arguedas e Manuel Scorza o nel ciclo andino di Mario Vargas Llosa. Ma nella realtà non c’è un eroe popolare o un vendicatore come l’invisibile Garabombo, capace di riscattare dalla schiavitù la classe degli ultimi. Confessa il giovane scrittore Carlos Dávalos, intervistato dal Guardian: “In queste ore è difficile dire chi vincerà tra un populista che potrebbe portare il Perù indietro di mezzo secolo e la complice mai pentita di un turpe dittatore. La scelta è tra morire di fame e morire di indegnità”.

È la stessa analisi di Vargas Llosa che oggi, a sorpresa, si schiera a fianco della figlia del dittatore, descritta come “la meno peggio tra due sciagure”. Il premio Nobel, sconfitto nel 1990 proprio da Alberto Fujimori nella sfida presidenziale, ha trascorso gli ultimi trent’anni denunciando i tossici effetti sociali e politici della dinastia nippo-peruviana: il liberismo sfrenato, la corruzione sfacciata, il disprezzo razziale. Eppure, e nonostante tutto, nel giudizio del vecchio scrittore prevale la maschera bianca e anticomunista della buona società peruviana: l’incancellabile marchio dell’origine sociale, lo sprezzo congenito verso le classi subalterne. 

Del resto quella che si combatte oggi in America latina è una guerra di maschere. E non c’è maschera più intrigante del presidente del Messico Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo, che nelle importanti elezioni di mezzo termine ha fallito l’obiettivo di conquistare la maggioranza qualificata dei due terzi alla Camera bassa del Congresso, come era nei suoi piani, perdendo anche quella assoluta. Nel commento al voto – davanti alle telecamere – il presidente si è dichiarato “felice, felice, felice”, mentre il suo volto tradiva il dispetto per un risultato deludente.

Amlo, antica bandiera della sinistra messicana, sindaco progressista di Città del Messico nel 2000, più volte candidato sconfitto alle elezioni presidenziali, ha trovato la via della vittoria solo nel 2018 quando, alla testa del suo nuovo partito Morena (Movimento di rigenerazione nazionale), ha terremotato l’antico panorama politico messicano imboccando l’ampia autostrada del populismo nazionalista. Amlo è affascinante, affabulatore, autoritario, presenzialista e popolare. Il suo rating personale sfiora ancora il 60%, ma i risultati di due anni di governo sono deludenti: “disastrosi”, denuncia l’economista Federico Estévez.

Se l’economia va male e il grande Paese si dibatte ancora nella morsa violenta delle famiglie del narcotraffico, il bilancio della lotta al Covid è terribile. Nei primi mesi della pandemia Amlo ha sottovalutato il pericolo, e ancora i cronisti lo ricordano quando nei comizi affidava se stesso e il Messico alla protezione della Vergine di Guadalupe. Risultato: oggi si contano 230mila morti e il virus appare ancora nella sua fase ascendente.  Ma è la violenza, la più grande piaga del Paese da decenni, a essere fuori controllo: durante la campagna elettorale – scandita da agguati, attentati e scontri a fuoco – sono stati uccisi trentasei candidati.

L’allarme più preoccupante per il presidente viene oggi dal centro pulsante del Paese: Città del Messico, dove l’opposizione ha conquistato nove circoscrizioni su sedici. Storicamente i partiti allineati con Amlo hanno dominato la capitale sin dai tardi anni Novanta, ma il voto di ieri – è ancora l’analisi di Federico Estévez – ha diviso la città tra Est e Ovest, tra “populisti”, da un lato, e “cosmopoliti” dall’altro, in una secca frattura culturale e di classe.

“Le elezioni metropolitane – scrive in una severa analisi la giornalista Sonia Morena – hanno messo in evidenza che non esiste in questo momento né un partito né un movimento politico che capisca né rappresenti gli abitanti di Città del Messico. Morena, il partito del presidente, ha abbandonato la strada e si è persa per costruire una narrazione in bianco e nero: o stai con me o stai contro di me”. Questa rottura è alla base della sconfitta del presidente nella capitale. E in Messico nessuno governa a lungo se non conquista il cuore e l’anima, e le trippe, del gigantesco distretto federale.

Oggi in Perù e in Messico – come precedentemente in Bolivia e in Ecuador – la parola chiave è identica: rottura, frattura, disordine. A Lima, generazione dopo generazione, si sono dissolte tutte le famiglie politiche del Novecento: conservatori, liberali e socialisti. Al loro posto, un pulviscolo di improbabili formazioni elettorali. Ancora peggio, tutti i capi di Stato degli ultimi trent’anni sono finiti sotto processo: Fujimori in carcere, Alan García suicidatosi per sfuggire all’arresto. In Messico, il movimento del presidente Obrador – che ha scompaginato un assetto politico scolpito nel marmo – mostra già crepe profondissime a partire dal laboratorio sociale ed economico della capitale-megalopoli.

I prossimi giorni porteranno nuove maschere nei palazzi presidenziali ma non chiariranno il futuro. In Perù, Keiko già denuncia “massicci brogli elettorali”, e il vincitore dovrà fare i conti con la ressa di partiti e partitini personali che reclamano un boccone di potere e impunità. In Messico, Amlo dovrà scendere a patti con un parlamento non pacificato e una capitale senza rappresentanza, mentre tutti i capitoli del governare sono ancora aperti e squadernati: il virus, la violenza, la corruzione, la miseria delle campagne e delle periferie urbane, la fuga verso il sogno del Nord.  L’epoca del disordine è appena cominciata.

(Nella foto il presidente del Messico Andrés Manuel López Obrador)

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TagsAmerica latina Amlo Andrés Manuel López Obrador elezioni Flavio Fusi Keiko Fujimori Messico Pedro Castillo Perù

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