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Home » Editoriale » Spunta la loggia Ungheria: nuovi arresti nella vicenda dell’Ilva

Spunta la loggia Ungheria: nuovi arresti nella vicenda dell’Ilva

8 Giugno 2021 Guido Ruotolo  1332

E adesso che dirà il segretario del Pd Enrico Letta sull’Ilva di Taranto? In altri tempi, non poi tanto lontani, bastava una sentenza del Consiglio di Stato, o una assoluzione in tribunale, per chiudere la partita. Insomma per continuare come se nulla fosse, sia pure appellandosi alla vigilanza ambientale. Ma proprio in queste ore due vicende apparentemente scollegate tra loro potrebbero imprimere un colpo d’accelerazione al destino della più grande acciaieria d’Europa.

La procura di Potenza, infatti, ha appena ottenuto arresti in carcere, ai domiciliari e misure interdittive per una associazione criminale finalizzata alla corruzione in atti giudiziari, ai tentativi di aggiustare inchieste e processi. Due i personaggi chiave: l’ex procuratore di Trani e Taranto, Carlo Maria Capristo, oggi pensionato e solo per questo non finito in carcere, e l’avvocato Piero Amara, faccendiere già agli onori della ribalta per aver raccontato dell’esistenza della loggia Ungheria, una confraternita paramassonica, di cui abbiamo parlato su “terzogiornale” in questo articolo.

Questa associazione è riuscita a far gestire nei fatti l’acciaieria da un suo componente, Nicola Nicoletti, consulente dei commissari che gli avevano dato carta bianca nella conduzione dell’acciaieria, e che era riuscito a condizionare le scelte circa gli incarichi difensivi da parte dei dirigenti Ilva finiti sotto processo. L’avvocato Amara era così riuscito a ottenere due incarichi dall’Ilva: consulente nel processo per il disastro ambientale e per quello riguardante l’incidente sul lavoro che aveva provocato la morte di un operaio.

Una seconda vicenda è l’imminente decisione del Consiglio di Stato sulla chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva, chiesta dal sindaco Pd e accolta dal Tar.

Potremmo trovarci quindi alla vigilia di un terremoto economico, industriale, ma anche politico e culturale. La sensazione è che ormai l’Ilva che conoscevamo non ha più un futuro. Che il ciclo integrale con gli altiforni e il carbone andranno in pensione. E che il futuro sarà quello dell’acciaio “green”. Impianti che andranno a idrogeno verde e blu, per esempio. La questione ancora aperta – escludendo l’esito più radicale, quello della chiusura della acciaieria – è semmai sui tempi della riconversione, e dunque sulla necessità di una fase di transizione che veda ancora l’utilizzo di materiali fossili, che si spera siano meno inquinanti di quelli utilizzati finora.

Il dilemma lavoro e/o salute ha provocato storicamente profonde lacerazioni nel movimento operaio e nella sinistra. Oggi, però, lo scenario si sta capovolgendo. E si guarda a sabato, quando il segretario del Pd, partito di governo, espliciterà la sua posizione.

Sono due gli elementi che giocano a favore di una scelta netta di Enrico Letta. L’iniziativa del sindaco Pd di Taranto, che ha dato un ultimatum di sessanta giorni all’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, per chiudere gli altiforni, l’area a caldo. E le parole pronunciate dal presidente della Puglia, Michele Emiliano, l’altra sera: “È inevitabile la chiusura dell’area a caldo, all’indomani della sentenza della Corte d’assise di Taranto che ha riconosciuto la strage (ambientale) dolosa e non colposa”.

Del resto un governo che ha, tra i suoi ministeri, quello della riconversione ecologica se non si occupasse di Taranto e della ex Ilva sarebbe del tutto inutile. Palazzo Chigi deve prendere atto che a Taranto l’acciaieria ha provocato un disastro ambientale. E non vale il discorso che la sentenza emessa è di primo grado, e che si deve aspettare la decisione dei giudici d’appello e della Cassazione. L’onere della prova che l’ex Ilva non inquina spetta all’azienda.

Sono passati nove anni da quando la magistratura tarantina ha commissariato l’Ilva, ha dato delle prescrizioni rigide da seguire per tamponare il disastro ambientale. Si è aperto un conflitto tra il potere politico e quello giudiziario. I vari governi hanno cercato in tutti i modi di ridurre al minimo l’impatto delle ordinanze della magistratura.

Colpisce il diffuso inquinamento ambientale delle varie magistrature a vario titolo coinvolte nella vicenda Ilva.

La banda Amara-Capristo è una diramazione di quel gruppo di potere che Amara aveva cementato con il magistrato ex Csm Palamara, su cui abbiamo pubblicato varie puntate a firma Rita Di Giovacchino su “terzogiornale”, di cui qui la prima.

Nelle diverse inchieste, aperte dalle procure di mezza Italia (da Messina a Roma e a Milano), vi sono tracce di corruzione anche di giudici amministrativi e favori e raccomandazioni chiesti anche al Consiglio superiore della magistatura. Come si può essere fiduciosi che la sentenza del Consiglio di Stato non risenta di “compatibilità” esterne? Come credere in un giudizio avulso da condizionamenti, dopo quello che sta emergendo dalle ultime inchieste delle procure della Repubblica?

E perché ancora oggi dovremmo salvarci l’anima affidandoci alle sentenze dei magistrati? Il problema continua a essere il vuoto della politica. Di una politica che riesce solo a sopravvivere.

Se il Consiglio di Stato dovesse annullare la decisione del Tar, Taranto potrebbe mai sopportare l’offesa che tutto torni come prima?

Siamo in un vicolo cieco. Qualcuno riduce la questione Taranto a un conflitto tra magistratura e politica. Non è così. È ingeneroso se si pensa alle centinaia di vittime del lavoro e dell’inquinamento. Serve subito una grande bonifica ambientale e sociale, mentre si organizza una produzione d’acciaio “green”. Sono stati sprecati nove anni di chiacchiere, finora. Sarebbe il caso di passare ai fatti.

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TagsCarlo Maria Capristo Enrico Letta Guido Ruotolo Ilva loggia Ungheria Piero Amara

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