• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Accedi
Home » Articoli » Tasse sulle imprese, quanto vale il quindici per cento deciso dal G7?

Tasse sulle imprese, quanto vale il quindici per cento deciso dal G7?

Al di là delle critiche alla dimensione finanziaria, ritenuta da più parti insufficiente, l’intesa raggiunta a Londra ha tutte le carte in regola per passare alla storia come uno degli strumenti della lotta alle disuguaglianze

7 Giugno 2021 Paolo Barbieri  1007

“Hanno messo l’asticella così in basso che le aziende possono semplicemente scavalcarla”: è un giudizio quasi liquidatorio quello emesso da Gabriela Bucher, sull’intesa raggiunta a Londra fra i ministri delle Finanze del G7 per un’aliquota minima al 15% di tassazione per le cento principali imprese multinazionali e per il superamento dello storico criterio della tassazione nei Paesi dove le aziende sono fisicamente presenti (la cosiddetta “stabile organizzazione”). Bucher è direttrice esecutiva della confederazione di Ong Oxfam International, che si occupa di povertà e progetti di sviluppo (in origine Oxford Committee for Famine Relief, nato in Gran Bretagna nel 1942). Una voce di parte, si dirà. Ma anche l’economista Gabriel Zucman, coordinatore dell’Osservatorio fiscale europeo, centro di ricerca promosso dall’Unione europea, giudica “ridicolmente basso” il livello fissato per l’aliquota minima. La stessa amministrazione Biden, in un primo momento, aveva ipotizzato un’aliquota minima globale del 21%. I decisori politici sono comprensibilmente più generosi con se stessi di quanto non siano stati Bucher e Zucman: e Mario Draghi ha parlato di “passo storico”.

La posta in gioco

Del tema avevamo parlato più volte anche su “terzogiornale”, per esempio qui. Per chiarire la dimensione del problema, è sempre il caso di ricordare che, da soli, i cinque giganti dell’economia digitale hanno superato i mille miliardi di dollari di ricavi annui a livello globale nel 2020, non lontano dalle proporzioni del Pil dell’Italia, fermo a 1.600 miliardi di euro circa nell’anno della pandemia. Nel nostro Paese, questi colossi finanziari pagano poche decine di milioni di euro di tasse. 

In concreto, non si può negare che le poste fissate nell’intesa, e la prospettiva di lungo periodo per la sua concretizzazione (ancora da definire prima in sede G20 e poi nel negoziato Ocse che si trascina da molti anni, successivamente da ratificare a opera delle nazioni che sottoscriveranno il patto), rendono consigliabile molta prudenza nel valutare l’impatto reale dell’intesa. Secondo l’Osservatorio europeo, una aliquota minima globale del 25% (mutuata peraltro dalle proposte dell’Icrict, Independent Commission for the Reform of International Corporate Taxation, una coalizione di organizzazioni della società civile mondiale, qui il documento) avrebbe reso in prospettiva 170 miliardi di gettito aggiuntivo a livello europeo. Con la scelta di indicare il 15%, la proiezione si riduce a meno di 50 miliardi l’anno, 2,7 per quanto riguarda l’Italia. Indubbiamente l’aggettivo “ridicolo” non appare abusato, almeno sul piano degli effetti finanziari reali a vantaggio degli Stati.

Non solo cifre

Il discorso, tuttavia, non può esaurirsi esclusivamente sul piano delle cifre. Per valutare appieno il significato dell’accordo raggiunto a Londra ci vorrà tempo, certo. Ma sarà necessario tenere presente che l’evento non si riduce alla dimensione finanziaria insufficiente e aspramente criticata da più parti. Innanzitutto rappresenta un passo in direzione del ritorno alla più tradizionale cooperazione internazionale, in particolare sull’asse euroatlantico, attraversato da tensioni fortissime negli anni della presidenza Trump (passo che probabilmente l’Unione europea pagherà con una partecipazione più disciplinata alle mosse geopolitiche di Washington, comprese quelle che rischiano di alimentare la nuova guerra fredda). Inoltre cancella, come nota un editoriale del Financial Times, il rischio di nuovi dazi doganali statunitensi per ritorsione contro i progetti di web tax europei a danno dei giganti nordamericani. Potrebbe essere accettato anche dalla Cina: le sue imprese saranno tassate all’estero, ma gli introiti fiscali di Pechino potranno essere compensati dalle imposte pagate da grandi compagnie occidentali come Apple, la cui presenza in quel Paese è tutt’altro che irrilevante.

Insomma, dopo i decenni della crisi fiscale dello Stato, il nuovo assetto potrebbe interrompere la corsa al ribasso fiscale e mettere fine all’età d’oro dei paradisi fiscali; soprattutto se l’intesa sarà accompagnata da efficaci misure multilaterali: non si può pretendere che siano l’Irlanda o il Lussemburgo a combattere il dumping fiscale, serve un impegno forte della comunità internazionale. Ma il vero punto di svolta è probabilmente quello simbolico: esattamente com’è accaduto per l’allentamento del vincolo sul debito pubblico e per il rilancio dell’idea stessa della spesa statale per tenere in vita l’economia e la società colpite dalla pandemia, la decisione di prendere di mira i profitti in crescita delle imprese multinazionali è un segnale che parla al mondo intero. Mette al centro la necessità di restituire la sovranità fiscale agli Stati e la consapevolezza del fatto che, nell’era della globalizzazione, questo si possa fare efficacemente solo cercando accordi di cooperazione multilaterale.

Occasione da non mancare

È un primo passo, ma è un passo. L’intesa di Londra ha tutte le carte in regola per passare alla storia, dunque, come uno degli strumenti della lotta alle disuguaglianze sempre più violente che caratterizzano la nostra epoca. Ma c’è l’altra faccia della medaglia. Il 20 gennaio 2009, quando Barack Obama si insediò alla Casa Bianca all’indomani del fallimento di Lehman Brothers e dell’esplosione della crisi finanziaria globale, la credibilità dell’establishment finanziario e delle regole che governavano i mercati era al minimo storico. Per un politico progressista, eletto sullo slancio di una straordinaria mobilitazione per il cambiamento, si trattò di una occasione irripetibile per porre mano alle riforme necessarie per invertire la rotta imboccata dagli Stati Uniti e dal mondo intero con la presidenza Reagan, tre decenni prima. Difficile sostenere oggi che quell’occasione sia stata effettivamente colta. Le conseguenze di una rinnovata timidezza nelle scelte dell’oggi rischiamo di pagarle per decenni.

1.011
Archiviato inArticoli
TagsCina Europa fisco G7 multinazionali Paolo Barbieri Stati Uniti

Articolo precedente

La Liguria ha la “peste bianca”

Articolo successivo

Spunta la loggia Ungheria: nuovi arresti nella vicenda dell’Ilva

Paolo Barbieri

Articoli correlati

Sulle carceri chiacchiere natalizie a destra

Dalla Siria, tra sfiducia e paura

Amico “spread”

Legge elettorale: difendere i collegi uninominali diventa essenziale per il centrosinistra

Dello stesso autore

Sulle carceri chiacchiere natalizie a destra

Amico “spread”

Legge elettorale: difendere i collegi uninominali diventa essenziale per il centrosinistra

Caso Garofani: un avvertimento

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Amico “spread”
Paolo Barbieri    9 Dicembre 2025
Banche, da piazzetta Cuccia a piazza Caltagirone
Paolo Andruccioli    3 Dicembre 2025
Salis e Schlein, una sfida?
Agostino Petrillo    2 Dicembre 2025
Ultimi articoli
Ecco come i ricchi stanno cercando di prendersi le chiavi del futuro
Paolo Andruccioli    12 Dicembre 2025
Sulle carceri chiacchiere natalizie a destra
Paolo Barbieri    12 Dicembre 2025
Honduras: Trump alla conquista di un altro Paese latinoamericano
Claudio Madricardo    10 Dicembre 2025
L’antisemitismo confuso con l’antisionismo
Vittorio Bonanni    9 Dicembre 2025
Il futuro bloccato della siderurgia in Italia
Guido Ruotolo    4 Dicembre 2025
Ultime opinioni
Delrio, da Israele con amore  
Vittorio Bonanni    12 Dicembre 2025
Ignoranza è incapacità di distinguere
Stefania Tirini    9 Dicembre 2025
Siamo tutti palestinesi
Tessa Pancani e Federico Franchina    24 Novembre 2025
A Prodi la sinistra non piace
Vittorio Bonanni    18 Novembre 2025
La scomparsa di Paolo Virno
Agostino Petrillo    10 Novembre 2025
Ultime analisi
Che cosa sono i clan a Gaza
Eliana Riva    21 Ottobre 2025
L’attacco israeliano al Qatar e le sue conseguenze
Eliana Riva    12 Settembre 2025
Ultime recensioni
Etica della vendetta
Rino Genovese    5 Dicembre 2025
Vincenti o perdenti
Katia Ippaso    26 Novembre 2025
Ultime interviste
Cosa significa uscire dal carcere
Marianna Gatta    11 Dicembre 2025
Oms, il piano anti-pandemico appena varato non va
Michele Mezza    22 Maggio 2025
Ultimi forum
È pensabile un programma per la sinistra?
Paolo Andruccioli    8 Ottobre 2025
Forum su movimenti e partiti
Paolo Andruccioli    8 Gennaio 2025
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo draghi governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sindacati sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2025 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA