“Hanno messo l’asticella così in basso che le aziende possono semplicemente scavalcarla”: è un giudizio quasi liquidatorio quello emesso da Gabriela Bucher, sull’intesa raggiunta a Londra fra i ministri delle Finanze del G7 per un’aliquota minima al 15% di tassazione per le cento principali imprese multinazionali e per il superamento dello storico criterio della tassazione nei Paesi dove le aziende sono fisicamente presenti (la cosiddetta “stabile organizzazione”). Bucher è direttrice esecutiva della confederazione di Ong Oxfam International, che si occupa di povertà e progetti di sviluppo (in origine Oxford Committee for Famine Relief, nato in Gran Bretagna nel 1942). Una voce di parte, si dirà. Ma anche l’economista Gabriel Zucman, coordinatore dell’Osservatorio fiscale europeo, centro di ricerca promosso dall’Unione europea, giudica “ridicolmente basso” il livello fissato per l’aliquota minima. La stessa amministrazione Biden, in un primo momento, aveva ipotizzato un’aliquota minima globale del 21%. I decisori politici sono comprensibilmente più generosi con se stessi di quanto non siano stati Bucher e Zucman: e Mario Draghi ha parlato di “passo storico”.

La posta in gioco

Del tema avevamo parlato più volte anche su “terzogiornale”, per esempio qui. Per chiarire la dimensione del problema, è sempre il caso di ricordare che, da soli, i cinque giganti dell’economia digitale hanno superato i mille miliardi di dollari di ricavi annui a livello globale nel 2020, non lontano dalle proporzioni del Pil dell’Italia, fermo a 1.600 miliardi di euro circa nell’anno della pandemia. Nel nostro Paese, questi colossi finanziari pagano poche decine di milioni di euro di tasse. 

In concreto, non si può negare che le poste fissate nell’intesa, e la prospettiva di lungo periodo per la sua concretizzazione (ancora da definire prima in sede G20 e poi nel negoziato Ocse che si trascina da molti anni, successivamente da ratificare a opera delle nazioni che sottoscriveranno il patto), rendono consigliabile molta prudenza nel valutare l’impatto reale dell’intesa. Secondo l’Osservatorio europeo, una aliquota minima globale del 25% (mutuata peraltro dalle proposte dell’Icrict, Independent Commission for the Reform of International Corporate Taxation, una coalizione di organizzazioni della società civile mondiale, qui il documento) avrebbe reso in prospettiva 170 miliardi di gettito aggiuntivo a livello europeo. Con la scelta di indicare il 15%, la proiezione si riduce a meno di 50 miliardi l’anno, 2,7 per quanto riguarda l’Italia. Indubbiamente l’aggettivo “ridicolo” non appare abusato, almeno sul piano degli effetti finanziari reali a vantaggio degli Stati.

Non solo cifre

Il discorso, tuttavia, non può esaurirsi esclusivamente sul piano delle cifre. Per valutare appieno il significato dell’accordo raggiunto a Londra ci vorrà tempo, certo. Ma sarà necessario tenere presente che l’evento non si riduce alla dimensione finanziaria insufficiente e aspramente criticata da più parti. Innanzitutto rappresenta un passo in direzione del ritorno alla più tradizionale cooperazione internazionale, in particolare sull’asse euroatlantico, attraversato da tensioni fortissime negli anni della presidenza Trump (passo che probabilmente l’Unione europea pagherà con una partecipazione più disciplinata alle mosse geopolitiche di Washington, comprese quelle che rischiano di alimentare la nuova guerra fredda). Inoltre cancella, come nota un editoriale del Financial Times, il rischio di nuovi dazi doganali statunitensi per ritorsione contro i progetti di web tax europei a danno dei giganti nordamericani. Potrebbe essere accettato anche dalla Cina: le sue imprese saranno tassate all’estero, ma gli introiti fiscali di Pechino potranno essere compensati dalle imposte pagate da grandi compagnie occidentali come Apple, la cui presenza in quel Paese è tutt’altro che irrilevante.

Insomma, dopo i decenni della crisi fiscale dello Stato, il nuovo assetto potrebbe interrompere la corsa al ribasso fiscale e mettere fine all’età d’oro dei paradisi fiscali; soprattutto se l’intesa sarà accompagnata da efficaci misure multilaterali: non si può pretendere che siano l’Irlanda o il Lussemburgo a combattere il dumping fiscale, serve un impegno forte della comunità internazionale. Ma il vero punto di svolta è probabilmente quello simbolico: esattamente com’è accaduto per l’allentamento del vincolo sul debito pubblico e per il rilancio dell’idea stessa della spesa statale per tenere in vita l’economia e la società colpite dalla pandemia, la decisione di prendere di mira i profitti in crescita delle imprese multinazionali è un segnale che parla al mondo intero. Mette al centro la necessità di restituire la sovranità fiscale agli Stati e la consapevolezza del fatto che, nell’era della globalizzazione, questo si possa fare efficacemente solo cercando accordi di cooperazione multilaterale.

Occasione da non mancare

È un primo passo, ma è un passo. L’intesa di Londra ha tutte le carte in regola per passare alla storia, dunque, come uno degli strumenti della lotta alle disuguaglianze sempre più violente che caratterizzano la nostra epoca. Ma c’è l’altra faccia della medaglia. Il 20 gennaio 2009, quando Barack Obama si insediò alla Casa Bianca all’indomani del fallimento di Lehman Brothers e dell’esplosione della crisi finanziaria globale, la credibilità dell’establishment finanziario e delle regole che governavano i mercati era al minimo storico. Per un politico progressista, eletto sullo slancio di una straordinaria mobilitazione per il cambiamento, si trattò di una occasione irripetibile per porre mano alle riforme necessarie per invertire la rotta imboccata dagli Stati Uniti e dal mondo intero con la presidenza Reagan, tre decenni prima. Difficile sostenere oggi che quell’occasione sia stata effettivamente colta. Le conseguenze di una rinnovata timidezza nelle scelte dell’oggi rischiamo di pagarle per decenni.

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