Non sappiamo, né ci interessa granché saperlo, chi sia precisamente il ragazzo che ieri ha dato un ceffone a Macron nel corso di una visita ufficiale, urlando: “Abbasso la Macronie” (espressione con cui in Francia si definisce il giro di interessi economici, opportunismi politici e carrierismi vari, ruotanti intorno a quello che è detto “il presidente dei ricchi”). Sarebbe, a quanto pare, un giovane monarchico (cosa strana, ma nel paese noto soprattutto per la sua destra bonapartista e gollista c’è da sempre una corrente monarchico-legittimista, rappresentata nel Novecento dall’Action française, un movimento che si schierò con Vichy). E potrebbe anche trattarsi di un militante del composito movimento dei “gilet gialli” che, nei mesi precedenti alla pandemia, mise in serie difficoltà la presidenza francese con una serie di manifestazioni a raffica. Certo è che il gesto ha mostrato, una volta di più, quale sia il clima politico in cui la Francia vive da tempo. Per trovare qualcosa di analogo – non solo in Francia, ma in Italia e altrove – bisognerebbe risalire al 1968: al congresso di Napoli del Psiup (un partito che riuniva una sinistra socialista insofferente all’accordo di governo con la Democrazia cristiana), quando un telecronista del telegiornale fu colpito con una torta in faccia proprio nel momento in cui appariva in video.

Nonostante la sua crescente impopolarità, la cosa più probabile è però che sia ancora Macron a contrastare Marine Le Pen nel ballottaggio delle elezioni presidenziali del prossimo anno. Lui è un figlio più o meno legittimo del Partito socialista che, dopo Hollande, non si è ripreso dal crollo ed è ancora lì a leccarsi le ferite con la segreteria di Olivier Faure, alle prese con dei sondaggi che lo inchiodano al 6%. La sola possibilità per la sinistra francese sarebbe quella di unirsi intorno al nome di un unico candidato – che nella fattispecie potrebbe essere un verde di Europe Ecologie – nel tentativo di superare Macron al primo turno, cercando poi d’imporsi al ballottaggio contro Le Pen. Ecco in cosa potrebbe veramente consistere un sonoro schiaffo a Macron, peraltro spostatosi sempre più a destra nell’intento di assorbire i voti del tradizionale neogollismo, sempre più in difficoltà tra il centrismo dello stesso Macron e l’incalzare dell’estrema destra.

Ma questa prospettiva in fondo elementare – dare la leadership a un esponente ecologista, o in subordine a una socialista-verde come la sindaca di Parigi Hidalgo – difficilmente si realizzerà. La chiamano in Francia “lotta degli ego”: leader e leaderini, molto probabilmente, andranno al primo turno in ordine sparso, ognuno per sé, lasciando così campo libero al presidente in carica.

È una iattura che conosciamo bene, quella di una sinistra divisa. Ciò che fa rabbia, tuttavia, è che in Francia, nel 2022, le condizioni di possibilità per il passaggio al secondo turno di una coalizione elettorale formata da verdi, socialisti, “populisti di sinistra” della France Insoumise, Pcf e altri piccoli gruppi, sarebbero tutte riunite; non ci sono grandi distanze programmatiche: la costruzione di una piattaforma unitaria appare impedita soltanto dalla proterva volontà di primeggiare di qualcuno. Tra questi “qualcuno” c’è sicuramente Jean-Luc Mélenchon – ex socialista, prima ancora ex trotzkista, leader dei “non sottomessi” (l’autodefinizione della sua formazione politica lascia già perplessi, specie perché unita al richiamo alla Francia) –, il quale, forte dei sondaggi che lo danno a un minimo dell’11%, e certo orgoglioso di essere arrivato quarto nel precedente scrutinio presidenziale, vorrebbe essere lui il capo dell’intera coalizione.

Singolare pretesa. Da che ci sono le sinistre, è l’esponente più moderato a guidare l’alleanza, non il più radicale (ammesso, poi, che Mélenchon lo sia davvero). Così fu, del resto, con Léon Blum, leader del vincente Fronte popolare nella Francia già semifascista del 1936.

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