• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Opinioni » 5 Stelle e Casaleggio, un divorzio quasi consensuale

5 Stelle e Casaleggio, un divorzio quasi consensuale

L’accordo fra i pentastellati e la piattaforma Rousseau risolve la vertenza legale, ma i problemi di metodo politico restano

9 Giugno 2021 Luca Baiada  1142

Era prevedibile che qualche controversia interna ai 5 Stelle sarebbe stata l’occasione per una resa dei conti. Ora i nuovi sviluppi portano a un profilo d’ordine, e si notano forme di polverizzazione e accaparramento della presenza politica. Ricapitolando. La piattaforma digitale Rousseau, gioiello ormai datato, appartiene a Casaleggio junior, che non permetteva di usarla e si rifiutava di condividere nomi e indirizzi dei partecipanti, anche perché era aperta la questione di un debito, accumulato per pagamenti dovuti dagli eletti. Aspetti imbarazzanti, per una formazione che ha messo sulla sua bandiera le regole, la trasparenza e il rispetto della parola data.

Nel movimento si è aperta una questione di rappresentanza, aggravata a livello legale dall’intervento dell’autorità giudiziaria civile. Conte voleva diventare rappresentante, Di Maio non lo era più, Crimi non era in regola per ripartire. Come triste corollario della lite, si è vista la nomina processuale di un curatore: un dettaglio, certo, ma che ha avvicinato la diatriba al clima che si respira nella canzone di un altro Conte famoso, Paolo. Al bar Mocambo, si sa, c’è il curatore fallimentare, quello che sembra un buon diavolo e ti offre anche un caffè. Insomma, come metodi, somiglia più a una storia di immobilismo sospettoso uscita dalla provincia italiana, che a un progetto per rifare il paese.

La cosa si complica con un altro intervento, quello del garante per la protezione dei dati personali, un’autorità, ma non giudiziaria. E questa è l’Italia dei mille poteri, delle agenzie, dei comitati e dei tavoli. Quando non si riesce a far funzionare la politica si corre in tribunale, e se non basta ci sono i “paragiudici”. I 5 Stelle erano vistosi giustizialisti, diventano burocratisti: se non bastano le toghe, ci si rivolge alle grisaglie. Gli uffici del garante non sono l’ideale per risolvere controversie su un partito, ma tant’è. E poi, oggi la questione dei dati entra dappertutto: c’è chi vuole difenderli, chi cancellarli e chi semplicemente metterci le mani.

L’obliquo intervento imprime un’accelerazione imprevista, ma neppure il provvedimento del garante è risolutivo sino in fondo. Come in ogni storia di conflitto e di lusinga, di pugni e di tasche, qualcosa si prende e qualcosa si dà. Il credito di Casaleggio non era campato per aria – e quelli che non l’avevano pagato non ne escono bene – se alla fine, almeno in parte, chi si era rivolto al garante ha messo mano al portafogli. Se Casaleggio ha avuto 250.000 euro, significa che il valore di un appartamento ha permesso la ripartenza di un movimento politico. In fondo, c’è chi ha cominciato con meno e chi ha finito lasciando un buco più grosso. I dati hanno diritto a tutela, ma i creditori anche e il compromesso si trova.

È un difetto d’impostazione iniziale dei 5 Stelle, aver pensato che la politica potesse stare in uno schermo, in un click, in una clausola. Ecco il vincolo di mandato, meglio col limite ai mandati successivi; ecco l’iscrizione a una piattaforma; ecco la contrattualizzazione del consenso (come precedente, nel 2001, il turpe “contratto con gli italiani” di Berlusconi). L’ambizione di rifare la democrazia con le clausole di un formulario è fragile e nevratile come le smanie forcaiole, destinate a sedersi in poltrona (da ultimo, Di Maio e le sue scuse a un amministratore pubblico, assolto ma non limpido).

Queste furberie non solo non funzionano, ma naufragano in violazioni spudorate, ripicche, transazioni chiuse al tira e molla perché tutto s’accomoda. Si grida contro i condoni e le amnistie, poi non si pagano i debiti – magari modesti, per la verità, e basati su regole cervellotiche che sembrano fatte apposta per litigare – e infine si paga o si lascia pagare una quota. Si comincia con grandi ambizioni, slanci da cattedrale gotica, si finisce in bottega.

La convocazione di un’assemblea per il rilancio del movimento e la futura Carta dei principi e dei valori hanno antefatti prosaici. Su queste basi, l’ex presidente del Consiglio parla di riforme costituzionali, di riduzione delle tasse e di ambizione all’elettorato moderato. E Di Maio, con convinta adesione al metodo partecipativo e grande disponibilità agli imprevisti, dichiara che bisogna “blindare” Conte alla guida.

Il senso di tutto questo è che il movimento si libera di Casaleggio e di quell’originario vizio di forma? Più modestamente, il senso è che risolve un contrasto, un problema di cronaca, ma non rifonda la sua storia. All’inizio si fece dipendere l’adesione dei militanti e la selezione del personale da una piattaforma imprenditoriale, con ricadute che parlano di cooptazione, sanno di opaco e lasciano un’impronta classista e aziendalista. Anche quel certo modo di essere ecologisti un po’ così, informali un po’ così, flessibili un po’ così, ma popolari tanto così, stava nel gioco di Internet che risolve, che permette di consultare la base, che impedisce la formazione di un notabilato perché guai alle deleghe.

Saltato il meccanismo faticoso della mediazione politica, può accadere di tutto. Da questo punto di vista, la piattaforma che funziona, quella contesa e quella infine costretta – con le buone e con le cattive – a mollare l’osso dei dati degli iscritti, sono tappe intercambiabili che parlano la stessa lingua. L’arnese è sempre un serbatoio di dati in cui tutti possono dire, ma di cui uno solo possiede la chiave, con buona pace per la fede nella rete. La democrazia diretta e il suo mito sul lavoro partecipativo reticolare, dal basso, paritario, alla fine si risolve nel fatto che un padroncino e una cordata si contendono un malloppo di indirizzi, per poi trovare un accordo dopo una lite e un assegno. Il provvedimento lo emette un ufficio che non è neppure un’autorità giudiziaria, ma una struttura tecnica funzionariale molto romana (le élite, ohibò!), col vertice di nomina politica (la casta, aiuto!). L’assegno invece è frutto di una contrattazione.

Quello, se i dati che circolano sono esatti, riguarda debiti che alla fine sono stati pagati per metà. Su questo, Giuseppe Conte dice “i debiti non si discutono, si onorano”, e c’è da credere a un avvocato professore. Sembra però che, rispetto alle richieste, quei debiti per l’altra metà restino insoluti: cioè, si è fatta politica e ci sono state le solite furberie sui costi. Se l’ombra di Bettino Craxi facesse ballare il tavolino con un “lo dicevo”, purtroppo, si potrebbe dargli torto solo sui numeri e sulla responsabilità penale, non sul problema di fondo. Anche in cima alla piramide di garofani, la sua boria non giunse mai a dargli il titolo di garante; ma il punto è che la voglia di padrone trova sempre il modo di far danno.

1.160
Archiviato inOpinioni
Tags5 stelle Davide Casaleggio Luca Baiada Rousseau

Articolo precedente

Uno schiaffo a Macron

Articolo successivo

Germania, in Sassonia un voto di rilevanza nazionale

Luca Baiada

Articoli correlati

“La coscienza collettiva non sopporta lo specchio”

I due volti di Conte

La partita degli “antifa” non finisce mai

Informazione e prepotenza del potere

Dello stesso autore

“La coscienza collettiva non sopporta lo specchio”

La partita degli “antifa” non finisce mai

Informazione e prepotenza del potere

L’Italia a colori, viaggiando in camicia rossa

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Salvini, il congresso ultima trincea
Paolo Barbieri    21 Ottobre 2026
Né ordine né disordine: gli studenti della generazione europea
Stefania Tirini    19 Ottobre 2026
Cittadinanza, in arrivo norme aberranti
Stefania Limiti    16 Ottobre 2026
Ultimi articoli
Spagna, non c’è vita a sinistra del Psoe
Vittorio Bonanni    23 Ottobre 2026
In Cisgiordania la violenza dei coloni
Eliana Riva    23 Ottobre 2026
Da Caivano ai “maranza”
Stefania Limiti    22 Ottobre 2026
In Marocco prima donna premier per un re che governa
Luciano Ardesi    21 Ottobre 2026
L’ondata di rivolta giovanile
Agostino Petrillo    19 Ottobre 2026
Ultime opinioni
Opposizione, ci vuole una visione del mondo
Andrea Ranieri    22 Ottobre 2026
Le piazze degli altri
Stefania Tirini    12 Ottobre 2026
Decreto sugli studenti “stranieri” a scuola
Giorgio Graffi    28 Settembre 2026
Escissione amore mio
Rino Genovese    22 Settembre 2026
La Sassonia-Anhalt, una culla della cultura europea
Jens-Eberhard Jahn    10 Settembre 2026
Ultime analisi
Questione dell’abitare: l’Italia non è un altro continente
Agostino Petrillo    13 Ottobre 2026
Hamas, questo sconosciuto
Eliana Riva    30 Settembre 2026
Ultime recensioni
“La coscienza collettiva non sopporta lo specchio”
Luca Baiada    16 Ottobre 2026
“Senza patria”, un romanzo di confine
Paolo Andruccioli    18 Settembre 2026
Ultime interviste
Il nucleare italiano tra fantasmi e bugie
Paolo Andruccioli    2 Ottobre 2026
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni Giuseppe Conte governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia scuola sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA