• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Analisi » Dopo le europee

Dopo le europee

Verifica “sperimentale”, guardando ai risultati, di ciò che avevamo detto prima delle elezioni

18 Giugno 2024 Antonio Floridia  1352

Alcuni giorni fa, su queste pagine, avevamo proposto una sorta di “piccola guida” alla lettura dei risultati delle elezioni dell’8 e 9 giugno (vedi qui): una serie di temi e criteri su cui valutare l’esito del voto. In questo articolo torniamo sull’argomento. Partendo da una premessa. Chi segue la politica sui giornali italiani sa bene che, per così dire, verba volant: abbondano i discorsi vuoti, si fanno analisi e retroscena sofisticati e arzigogolati, e il giorno dopo sparisce tutto, si scorda tutto, e si ricomincia da capo. Chi vuole analizzare le vicende politiche (come chi scrive) senza dissimulare il proprio essere “di parte”, ma vuole dare anche un po’ di rigore “scientifico” alle proprie analisi, dovrebbe sempre fare uno sforzo di tipo “sperimentale”: verificare alla luce dei fatti se le ipotesi iniziali, soprattutto quando assumono la forma della “previsione” (che, in politica, si sa, è sempre rischiosa), vengano confermate o smentite, e quali altre ipotesi di ricerca emergono. Cosa dicevamo, nel precedente articolo?

In primo luogo, il bilancio sull’esito del voto nelle ventinove elezioni dei comuni capoluogo di provincia. Si era detto che, ovviamente, esso si misura essenzialmente sul numero delle amministrazioni conquistate. Si partiva da un “pareggio” tra centrodestra e centrosinistra (tredici a tredici), a cui andavano aggiunte due amministrazioni del Movimento 5 Stelle e una civica. Alprimo turno, il centrosinistra ne conferma otto e ne conquista tre (Pavia, Cagliari e Sassari); il centrodestra ne conferma sei; e ci saranno poi – a riprova del generale equilibrio tra i due poli – ben dodici ballottaggi (a sua volta distinguibili in tre categorie: quelli favorevoli al centrosinistra (tre, tra cui Firenze) o al centrodestra (uno solo), e ben otto che appaiono invece decisamente incerti. Tra questi, due città significative come Perugia (che il centrosinistra strapperebbe al centrodestra, e che nel nostro precedente articolo avevamo segnalato come un caso da tenere sotto speciale osservazione) e Lecce (che il centrodestra strapperebbe al centrosinistra). Si vedrà alla fine, dopo i ballottaggi.

È ancora presto per trarre conclusioni sul dato che avevamo segnalato: ossia che, in questi ventinove comuni, in ben ventidue il Movimento 5 Stelle era presente in coalizioni, più o meno ampie, ma comunque insieme al Pd. Anche in questo caso, bisognerà attendere l’esito dei ballottaggi. Ciò ci introduce all’altro tema centrale dell’analisi di queste elezioni: come hanno mostrato le prime analisi sui flussi e i movimenti degli elettori (si veda qui in particolare quello del Cise-Luiss).

Il dato decisivo di queste elezioni è stato quello dell’astensione (sei milioni di voti rispetto alle politiche del 2022), ma (il che conferma la nostra precedente ipotesi) questa diserzione dalle urne non è stata omogenea e indifferenziata, è stata “asimmetrica”: ha colpito soprattutto il Movimento 5 Stelle (due milioni di voti in meno), e specialmente al Sud. Le analisi citate hanno per il resto giustamente rievocato un’espressione coniata a suo tempo da Ilvo Diamanti, “il muro di Arcore”, a significare la sostanziale, reciproca impermeabilità dei due elettorati della destra e del centrosinistra: spesso mobili, sì, ma all’interno del loro campo (a destra, oggi, premiano Meloni, ovviamente, a spese della Lega, rispetto al 2019).

In questo contesto di calo della partecipazione, le sole due forze che guadagnano anche in cifra assoluta sono il Pd (+ 250mila voti) e Alleanza verdi-sinistra (+ 550mila): sintomo di una buona mobilitazione della propria base elettorale, di una certa capacità di riattivazione di una parte di ex astenuti e di un qualche flusso in entrata (per es. dai 5 Stelle). E, si badi bene, non è una spiegazione che sminuisca o ridimensionai il valore politico di questi risultati: al contrario, appare oggi proprio un successo politico quello di saper “ri-motivare” i propri potenziali elettori. Non è una cosa scontata: ed Elly Schlein, da una parte, e il duo Bonelli-Fratoianni, dall’altra, ci sono riusciti. Nel precedente articolo, avevamo segnalato la soglia del 20% come metro di un successo politico per il Pd: ci eravamo tenuti “bassi”, ma in effetti il 20% era commisurato a una minore flessione dei votanti, che non c’è stata. I sei milioni e trecentomila voti del Pd, rapportati alla percentuale dei votanti delle politiche, corrispondono grosso modo al 20%: ma, come avevamo ricordato, il confronto con il 22,75 delle precedenti europee doveva scontare la presenza, allora, nelle liste del Pd sia di Renzi sia di Calenda (che oggi ottengono comunque, presi insieme, il 7%).

Rimane da capire il perché di questa massiccia astensione che ha colpito soprattutto i 5 Stelle: nel precedente articolo avevamo posto un quesito: qual è la vera consistenza del partito di Conte? Quella debole e friabile che è emersa dal voto locale e regionale, o quella che tutti i sondaggi nazionali gli attribuivano da tempo stabilmente (intorno a un cospicuo 15%?). Il 10% ottenuto è stato vissuto, dal Movimento e dallo stesso Conte, come una dura sconfitta: e non saremo certo noi a voler smentire questa percezione, maturata evidentemente sulla base delle aspettative. Ma il 10% dei voti, in un contesto competitivo come quello delle europee, non sono pochi: specie se il Movimento, a causa delle sue stesse regole, ha concorso a tagliarsi le gambe nella corsa, con il vincolo del divieto del doppio mandato (da qui, liste considerate da tutti deboli, in una gara in cui conta molto la capacità di raccolta delle preferenze e di farlo, oltre tutto, sulla grande scala delle cinque circoscrizioni). Facciamo solo un esempio controfattuale: in provincia di Napoli il Movimento 5 Stelle è il primo partito con il 24,9% dei voti (il Pd segue con il 24,2); a Napoli città, il Pd ha il 26,7 e i 5 Stelle il 26,6 (nel 2019 avevano il 40%). Ebbene, come sarebbero andate le cose se a Napoli si fosse candidato un leader conosciuto e popolare come Roberto Fico? Non lo sappiamo, ma la domanda è lecita.

Sul piano politico più generale, rimane valido il giudizio che avevamo formulato, anche su queste pagine, nei mesi scorsi: il Movimento 5 Stelle si illude se pensa di poter tornare alla originaria collocazione “trasversale”, non è più sostenibile; d’altra parte, è comprensibile che voglia mantenere un profilo autonomo, senza ridursi al ruolo di junior partner rispetto al Pd. In che modo sarà risolto questo dilemma, sarà uno dei temi dei prossimi mesi.

Di particolare soddisfazione, poi, avere avuto ragione su quanto avevamo scritto a proposito di Renzi e di Calenda: “è difficile dare valutazioni, ma – se posso sbilanciarmi con un’impressione personale, che certo potrà rivelarsi fallace – si direbbe che né la lista ‘Stati Uniti d’Europa’ (Renzi e Bonino) né quella di Calenda vivano oggi un particolare slancio”. Eravamo stati prudenti: ma altro che “slancio” mancato, per queste liste: è stato un fallimento politico clamoroso! Che rimanda però a una questione seria: è mai possibile che la cultura politica liberal-riformista, in Italia, esprima solo queste modeste figure? Eppure, in prospettiva, uno schieramento alternativo alla destra avrebbe bisogno di questa componente (a patto che sia coerentemente schierata: il che non è accaduto con i comportamenti scopertamente opportunistici di Renzi, in particolare). Sui giornali, nel dopo elezioni, se ne sta cominciando a discutere, e sarà interessante seguire anche gli sviluppi.

Infine, queste elezioni ci consegnano il tema politico che ci accompagnerà da qui alle prossime elezioni politiche: nonostante le forti tensioni interne e le rivalità, i tre partiti della destra (di centrodestra, propriamente, è rimasta solo Forza Italia) sanno ricompattarsi e non c’è alcun dubbio che, quale che sarà il futuro sistema elettorale, al momento opportuno sapranno trovare un accordo. Questi partiti hanno preso undici milioni di voti; dall’altra parte, l’asse Pd-Avs ha ottenuto sette milioni e 170mila voti; il Movimento 5 Stelle due milioni e trecentomila; i due centristi un milione e 650mila, a cui va aggiunto il mezzo milione di voti ottenuto dalla lista Santoro (altra operazione che non era difficile prevedere fallimentare). In totale, le non-destre hanno undici milioni e seicentomila voti. Ma, a questo punto, scatta l’obiezione: non sono sommabili! Bene, allora qualcuno spieghi cosa intende fare, da qui alle prossime elezioni politiche: anche ammesso che le differenze politiche non siano superabili (ma in Francia, in quattro giorni, la gauche ha firmato anche un documento politico comune, oltre che concordare e distribuirsi le candidature nei collegi), non sarebbe necessario quanto meno un accordo elettorale che impedisca una nuova vittoria delle destre? Se ne riparlerà certamente.

1.375
Archiviato inAnalisi
Tags5 stelle analisi del voto Antonio Floridia elezioni comunali 2024 elezioni europee 2024 risultati

Articolo precedente

Per Meloni i diritti non esistono

Articolo successivo

Scholz e la lotta contro il tramonto della Spd

Antonio Floridia

Articoli correlati

I due volti di Conte

Patrimoniale, perché parlarne?

Conte apre al centro, per fare cosa?

La scommessa di Conte fra Appendino e Fico

Dello stesso autore

Risultati elettorali, istruzioni per l’uso

5 Stelle e Pd: il partito personale e quello feudale

Una “road map” di opposizione

Congresso Pd: istruzioni per capirne il senso

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Una rivolta e il suo capro espiatorio
Rino Genovese    28 Ottobre 2026
Per combattere davvero l’antisemitismo va rigettato un disegno di legge controproducente
Giorgio Graffi    26 Ottobre 2026
La guerra ibrida non esiste. Anzi, è sempre esistita
Paolo Andruccioli    22 Ottobre 2026
Ultimi articoli
Rebus post-elettorale in Israele
Eliana Riva    30 Ottobre 2026
L’insostenibile pesantezza dell’intelligenza artificiale*
Massimo Florio    29 Ottobre 2026
Brasile, Lula fa il miracolo
Claudio Madricardo    29 Ottobre 2026
Ex Ilva, la procura di Taranto di nuovo in campo
Guido Ruotolo    28 Ottobre 2026
Belgrado né con Bruxelles né con Mosca
Vittorio Bonanni    27 Ottobre 2026
Ultime opinioni
Un buon senso molto Acerbo
Vittorio Bonanni    30 Ottobre 2026
Che bello consumare e non pagare!
Massimo Ilardi    26 Ottobre 2026
Come preservare la figura dell’umano nel nostro tempo?
Mario Pezzella    26 Ottobre 2026
Opposizione, ci vuole una visione del mondo
Andrea Ranieri    22 Ottobre 2026
Le piazze degli altri
Stefania Tirini    12 Ottobre 2026
Ultime analisi
L’algoritmo del controllo
Marianna Gatta    29 Ottobre 2026
Questione dell’abitare: l’Italia non è un altro continente
Agostino Petrillo    13 Ottobre 2026
Ultime recensioni
“La coscienza collettiva non sopporta lo specchio”
Luca Baiada    16 Ottobre 2026
“Senza patria”, un romanzo di confine
Paolo Andruccioli    18 Settembre 2026
Ultime interviste
Il nucleare italiano tra fantasmi e bugie
Paolo Andruccioli    2 Ottobre 2026
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni Giorgio Graffi governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia scuola sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA