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Home » Articoli » Che fine ha fatto il codice dei crimini internazionali?

Che fine ha fatto il codice dei crimini internazionali?

In proposito circolano congetture non verificabili, e l’Italia rischia di scivolare ai margini del consorzio internazionale

16 Ottobre 2023 Luca Baiada  3886

Domanda: lo Statuto di Roma, istitutivo della Corte penale internazionale, prevede un obbligo, per ogni Stato e anche per l’Italia, di perseguire i crimini di guerra e contro l’umanità, evitando così l’intervento della Corte? O invece è solo una facoltà? Buona la prima risposta, dicono le interpretazioni più avanzate. Del resto, al punto in cui siamo, è insostenibile che questo lavoro giudiziario si faccia solo all’Aia.

Con Draghi al governo, la Commissione per elaborare un progetto di codice dei crimini internazionali – presidenti Palazzo e Pocar – ha prodotto una relazione e una bozza. Con il governo Meloni le cose si sono complicate. A gennaio è stata istituita una nuova struttura, il Gruppo di lavoro sul codice dei crimini internazionali, presidente Mura. Poi, dopo il Consiglio dei ministri del 16 marzo, un comunicato governativo ha detto: il codice c’è, sui crimini di guerra c’è una “estensione”, quelli contro l’umanità sono stralciati. Magistratura democratica ha parlato di un’opzione di “segno chiaramente regressivo” e ha messo in guardia contro la “pericolosa tendenza, che si è già evidenziata in altri settori del diritto umanitario, della progressiva sottrazione alla giurisdizione ordinaria della tutela dei diritti fondamentali”.

Chantal Meloni, già nella Commissione Palazzo e Pocar, ha denunciato che aver eliminato i crimini contro l’umanità toglie alla bozza di codice qualsiasi credibilità (vedi qui). Secondo la giurista, si teme l’introduzione dei crimini contro l’umanità perché permetterebbe di procedere contro i responsabili del trattamento dei migranti. D’altra parte, Antonio Vallini, anche lui già nella Commissione, ha ricordato il rischio che, proprio in mancanza di codice, all’Aia siano processati cittadini italiani: commercianti di armi e tecnologie, oppure mafiosi complici di crimini in tema di migrazioni. Palazzo, uno dei due presidenti della Commissione, ha rincarato la dose: se non ci si adegua allo Statuto di Roma si rischia di finire ai margini del consorzio internazionale.

Quali i motivi dello stallo? L’ipotesi sui migranti si rafforza, dopo alcuni segnali. Uno è il caso Asso28, la condanna per il ritrasferimento di migranti in Libia, con la nave di una società petrolifera. L’altro è l’orientamento governativo di coinvolgere i militari nella gestione del problema. E si possono fare ulteriori ipotesi: timori per la responsabilità penale di politici o funzionari di Paesi alleati, o per la responsabilità amministrativa delle imprese. L’importanza di quest’ultima responsabilità è stata sottolineata in modo netto (vedi qui). Può contribuire anche la questione della giurisdizione sugli imputati in divisa: è ancora in forse se, oltre ai tribunali ordinari, debbano essere coinvolti quelli militari (vedi qui).

Su questo la Commissione Palazzo e Pocar ha proposto soluzioni, ma in seguito, purtroppo, la politica non ha ascoltato la presidente della Cassazione, Margherita Cassano: “Penso che le istituzioni italiane nel loro complesso debbano fornire una risposta unitaria, argomentata, senza gelosie di giurisdizione, perché il nostro obiettivo fondamentale deve essere quello di fornire risposte effettive a tutela delle persone”.

Curiosamente, tra le fragili posizioni di chi esclude l’obbligo di introdurre previsioni incriminatrici, organiche e specifiche, sui crimini internazionali, ci sono quelle di due magistrati militari. Andrea Cruciani rileva una “supposta necessità” di adozione del codice, mentre per lui la Commissione Palazzo e Pocar sembra “voler piegare – più corretto sarebbe dire stravolgere” – i principi dello Statuto di Roma (vedi qui). Gabriele Casalena scrive che gli intenti di adeguare il quadro normativo italiano sono “artificiosa polemica”. C’è da sperare che l’adeguamento non ne risenta, visto che Casalena, in passato presidente dell’Associazione nazionale magistrati militari, col governo Meloni è diventato vicecapo del dipartimento affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio.

Insomma, e il codice? La bozza di quest’anno è stata presentata a Londra, a una riunione di ministri, e Vallini ha notato che la delegazione italiana ha dovuto fare “espedienti da prestidigitazione”. Altre presentazioni si sono fatte a Roma, in un evento promosso dalla Gran Bretagna, a Milano al forum permanente di dialogo Italia-Francia sulla giustizia e a Lubiana alla conferenza diplomatica sulla convenzione per la mutua assistenza legale e l’estradizione sui crimini internazionali. Il contenuto del testo, allora, deve aver circolato in sedi ufficiali.

Per leggerlo, è stato chiesto alla presidenza del Consiglio con l’accesso civico – un debole Freedom of Information Act – e poi al competente responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza. Esito: no e poi no (i meandri del rifiuto meriterebbero note a parte). In teoria, in questi casi ci si può rivolgere alla giustizia amministrativa. Ma lo sconsigliano esperienze simili, a proposito di attivazione dell’avvocatura dello Stato, in favore della Germania, per non fare giustizia sui crimini nazifascisti. E in fondo, non c’è una continuità? Se si vuole tenere in ombra ciò che dopo si fa, o si ostacola, sulla giustizia per i crimini del passato, lo stesso vale per le regole che prima si fanno, o si mettono nel cassetto, sui crimini di oggi.

Si nota, però, una differenza con l’attività di un’altra commissione di riforma, istituita dal ministero della Difesa nel 2021. Grazie all’accesso è stato possibile leggere la sua relazione, inizialmente non pubblica. Palazzo Chigi è più impenetrabile del dicastero della Difesa? O il governo Meloni è più geloso dei suoi atti? Di certo non è avaro, quando lascia circolare esternazioni senza precisa origine. Ci sono modi di esercitare il potere che comprendono sgocciolii, falle, leaks. Sarà un caso, ma gli uomini del Watergate, al tempo di Nixon, avevano per nome in codice plumbers: idraulici. Aprire e chiudere fa comodo, per uno stato di eccezione informativo.

Intanto scorre sangue e altri Paesi hanno già leggi di adeguamento allo Statuto di Roma. In Italia, dopo l’atroce recrudescenza del conflitto israelo-palestinese, il governo ha illuminato Palazzo Chigi con i colori di una bandiera. Più che specificare quale, conta dire che il codice, contro i crimini di ogni provenienza, sarebbe più utile delle luci colorate.

Sul contenuto della bozza circolano indiscrezioni, naturalmente: è oscuro anche se i crimini contro l’umanità siano stati davvero stralciati, e in quale fase; forse il codice è stato oggetto di ripensamenti e poi di un non expedit. L’intreccio di esitazione e mistero poroso – tenendo conto dell’affarismo politicamente assistito, dell’industria delle armi e dei contraccolpi delle migrazioni – ha anche l’eco di ciò che un presidente ben diverso da Nixon, Dwight Eisenhower, nel 1961 chiamò “complesso militare-industriale”. Eisenhower ammonì: “Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dovremmo dare nulla per scontato”.

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TagsCommissione crimini internazionali conflitto israelo-palestinese crimini contro l'umanità crimini di guerra crimini internazionali Fausto Pocar Francesco Palazzo governo meloni immigrazione Luca Baiada statuto di Roma

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