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In Polonia vince Tusk

Le elezioni di domenica scorsa aprono nuove prospettive per il Paese: la coalizione di centro può contare su una maggioranza in parlamento. Sconfitta, dopo quasi un decennio, la destra sovranista

16 Ottobre 2023 Vittorio Bonanni  861

Un amico in meno per Giorgia Meloni? Sembrerebbe proprio di sì. In Polonia, nel voto per eleggere i 460 membri della Camera e i cento del Senato – che ha visto una partecipazione intorno al 70-75%, la più alta dopo quella del 1989, tra i ventinove milioni di aventi diritto al voto, dei quali seicentomila residenti all’estero –, si sono sfidati il primo ministro uscente, Mateusz Morawiecki, e l’ex premier ed ex presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. I dati, a spoglio ancora in corso – sarà terminato domani, 17 ottobre –, danno la maggioranza relativa a Diritto e Giustizia, il Pis, il partito della destra nazional-populista, che da otto anni esprime sia il presidente della Repubblica, Andrzej Duda, sia il premier Mateusz Jakub Morawiecki. Il Pis avrebbe ottenuto alla Camera il 36,8% dei consensi, pari a duecento seggi, non sufficienti a governare nemmeno con una più recente formazione di estrema destra, Confederazione. È invece l’ex premier liberale, Donald Tusk – alla testa della Coalizione dei cittadini, che ha conseguito il 31,6 %, pari a 163 seggi – ad avere i numeri per governare il Paese, potendo formare una coalizione di governo insieme con Terza via (13% e cinquantacinque seggi), ed eventualmente con la sinistra, che ha l’8,6% dei voti, pari a trenta seggi.

“Siamo gli unici a poter formare una maggioranza” – ha affermato Tusk nel corso della conferenza tenutasi presso il Museo etnografico. Il leader liberale ha aggiunto che “la Polonia ha vinto, la democrazia ha vinto, noi li abbiamo cacciati dal potere, è la fine di questo brutto periodo, è la fine del governo del Pis”. Tusk, paventando il rischio di brogli, ha fatto presente che ci sono “decine di migliaia di persone che stanno vigilando”. Grande entusiasmo anche nel gruppo dei popolari europei in cui si colloca il partito di Tusk: “La maggioranza dei polacchi ha votato per il cambiamento. Vogliono una Polonia forte, stabile e orientata al futuro nel cuore dell’Unione. I polacchi hanno scelto lo Stato di diritto, tribunali e media liberi, un esercito apolitico e la democrazia. Hanno scelto l’Europa”.

La conferma della loro sconfitta metterà fine alla fase politica più brutta della storia dell’ex Paese del Patto di Varsavia. Ma il leader della destra più xenofoba, omofoba e misogina del vecchio continente non ci sta, anche perché, come succede nelle democrazie parlamentari e come ricorda il premier Morawiecki, “il presidente Duda affiderà la missione di formare il governo al primo partito, e in questo primo passo cercheremo certamente di costruire una maggioranza parlamentare”.

Più realista il leader storico Jaros Kaczynski, fondatore del Pis insieme al fratello Lech, deceduto in un incidente aereo nel 2010, quando era presidente della Repubblica. Parla di un grande successo del suo partito, e tuttavia ammette di non sapere che cosa succederà “per la formazione del governo, abbiamo davanti a noi giorni di lotta e di tensioni” – ha detto parlando ai sostenitori del suo partito. “Ma – ha aggiunto – sia che siamo al potere sia che siamo all’opposizione, continueremo a realizzare il nostro progetto e non permetteremo che la Polonia venga tradita”.

Per avere un quadro completo di dove stia andando la Polonia, bisognerà poi attendere il risultato del referendum voluto dall’esecutivo, e approvato da 234 deputati contro 210 con sette astenuti. Un istituto mai utilizzato nella storia della Polonia. Tutti i quesiti sono orientati a confermare la politica nazionalista del Paese. Le domande sono quattro: “Sei a favore della svendita del patrimonio statale ai soggetti esteri?”, “vuoi che sia alzata a 67 anni l’età della pensione per uomini e donne?”, “vuoi che sia rimossa la barriera costruita alla frontiera fra la Repubblica polacca e la Bielorussia?”, e infine: “sei a favore del meccanismo di ricollocazione forzata degli immigrati illegali?”. Sembra, secondo i primi exit poll, che nessuno di questi interrogativi abbia raggiunto il quorum, segno evidente che l’interesse degli elettori e delle elettrici era rivolto altrove, cosicché anche questo esito dimostrerebbe il fallimento della politica governativa.

A riscaldare gli animi, aumentando le speranze della Polonia democratica, c’era stata, lo scorso primo ottobre, la grande manifestazione alla quale aveva partecipato un milione di persone riempiendo le strade di Varsavia, in quella che è stata definita “la marcia di un milione di cuori”. Un evento organizzato da Tusk, a cui avevano preso parte anche altri partiti dell’opposizione, compresa Nuova sinistra, presente con il co-leader Robert Biedron. Su questo successo si è soffermato – in un’intervista rilasciata al sito “Formiche.net” a Giulia Gigante, docente di lingua e di letteratura russa e slava presso l’Université libre di Bruxelles – il professor Maciej Gdula, uno dei massimi esponenti della sinistra polacca.

Gdula non aveva nascosto il suo ottimismo sottolineando la positività dell’unità dell’opposizione: “Il periodo in cui la Coalizione civica ha mantenuto le sue riserve nei confronti di due partiti di opposizione (sinistra e Terza via) è terminato – aveva sottolineato il sociologo polacco – ed emerge invece un clima di cooperazione. Le possibilità di porre fine al potere monolitico di Kaczyński e tornare alla forma tradizionale di un governo di coalizione sono ormai enormi”. Gdula non nascondeva le sue preoccupazioni per una eterogeneità che potrebbe costituire un problema. Ma “ci sono alcune questioni – faceva notare l’intellettuale – che sono indiscutibili per tutte le forze di opposizione, come il ripristino dello Stato di diritto e delle relazioni con i vicini, la soppressione dei conflitti con l’Unione europea e il rafforzamento dei servizi pubblici, compreso l’aumento salariale degli insegnanti e dei funzionari amministrativi”.

A complicare la vita del governo si erano verificate, lo scorso 10 ottobre, le dimissioni del capo di stato maggiore, Rajmund Andrzejczak, e del capo delle operazioni dell’esercito polacco, Tomasz Piotrowski. Essendo dei militari, in carica dal 2018, non sono tenuti a fornire delle spiegazioni; tuttavia, secondo i mezzi d’informazione polacchi, i due avrebbero preso la loro decisione in seguito a una lite con il ministro della Difesa, Mariusz Błaszczak, che voleva coinvolgerli nella campagna elettorale. Dal canto suo, in primavera, il ministro aveva accusato il generale Piotrowski di avere trascurato le operazioni di ricerca dei detriti di un missile caduto nel nord-ovest della Polonia, e di non aver informato nessuno dell’incidente. Difficile dire quanto questo episodio, non esattamente un dettaglio nella vita politica del Paese, abbia inciso sugli umori di un elettorato forse più attento ad altre tematiche.

La Commissione europea aveva più volte stigmatizzato gli attacchi allo Stato di diritto da parte del governo, che rischiavano di minare l’indipendenza della magistratura, con particolare riferimento alle nomine appannaggio della politica, e alla mancata separazione delle cariche tra ministro della Giustizia e procuratore generale. Secondo la Corte di giustizia europea, la riforma avrebbe violato il diritto dell’Unione, poiché “le misure adottate sono incompatibili con le garanzie di accesso a un tribunale indipendente e imparziale”. Il governo è stato inoltre più volte stigmatizzato per le violazioni dei diritti civili, soprattutto nei confronti dell’universo Lgbtq+ e delle donne. Determinante il rapporto con l’Europa anche sul fronte economico. Dal 1992 la Polonia registra un tasso di crescita del 4% circa, il più alto dei Paesi dell’Europa orientale e tra i più alti in assoluto. L’arrivo dei soldi per il Next Generation Eu polacco, e i ricchi programmi pluriennali, sono indispensabili per proseguire il percorso di crescita e sono legati, ovviamente, ai buoni rapporti con Bruxelles.

Un altro nodo cruciale è quello della gestione del fenomeno migratorio. Nel recente vertice di Granada, Duda e Morawiecki hanno ribadito la loro forte opposizione (condivisa dall’Ungheria) allo schema per i ricollocamenti dei migranti.Queste criticità, nell’operato dell’esecutivo polacco, hanno portato al congelamento di quasi trentasei miliardi di euro per la ripresa economica dopo la pandemia. E tuttavia la Polonia ha potuto relativamente permettersi questa intransigenza, perché Morawiecki e il suo vice Jaroslaw Kaczynki furono i primi leader europei, insieme ai premier ceco e sloveno, a recarsi a Kiev dopo l’inizio dell’invasione russa. Senza contare, a proposito di immigrati, che Varsavia ha accolto, immediatamente dopo lo scoppio della guerra, un milione di rifugiati ucraini. La Polonia è stata inoltre un importante fornitore di armi all’Ucraina, e rimane un Paese chiave per il trasferimento di materiale bellico occidentale a Kiev. Grazie a questo ruolo, la Polonia, pecora nera a livello comunitario (Ungheria a parte), ha potuto permettersi di essere “dura” sui punti cruciali, mettendo anche nel conto il braccio di ferro con Bruxelles sul finanziamento prima citato. Ma l’arrivo di Tusk al governo si tradurrà in una normalizzazione del Paese, infine “europeo” a tutti gli effetti.

Nella foto: Donald Tusk con i suoi sostenitori

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