Il 18 febbraio del 2021, all’insediamento del governo presieduto da Mario Draghi, la supermedia dei sondaggi politici, apprezzato strumento (firmato YouTrend per Agi) di “sterilizzazione” degli eccessi dovuti alle diverse committenze dei sondaggisti, accreditava Fratelli d’Italia di una crescita dello 0,4% rispetto alla precedente rilevazione. Il partito guidato da Giorgia Meloni si attestava, in quell’occasione, su un robusto 16% delle intenzioni di voto. Da allora, FdI è stato protagonista di una opposizione polemica ma non troppo ostruzionistica, e negli ultimi mesi si è quasi amalgamato alla maggioranza in occasione delle scelte compiute da Draghi sulla guerra in Ucraina. Risultato: Meloni e il suo partito sono oggi rilevati al 24,1%, e come previsto sono alleati dei “governisti” Forza Italia e Lega, coi quali, al di là delle rivalità fra i leader, evidentemente i dissidi strategici sono risultati ricomponibili, e si preparano con loro a fare il pienone nei collegi uninominali. Anche grazie al fatto che nel loro campo non esiste la “pregiudiziale Draghi” che il leader del Pd Enrico Letta ha opposto all’ipotesi di un’alleanza con il Movimento 5 Stelle. Tutte le previsioni indicano un imminente successo del polo di destra, o di centrodestra, com’è tradizionalmente – ma non troppo precisamente – definito dalla stampa italiana. La misura di questo successo determinerà evidentemente le sorti future non solo del governo, ma anche delle possibili pretese da “costituenti” del trio Meloni-Salvini-Berlusconi.

Dopo la parentesi un po’ fantozziana dell’accordo poi saltato fra Letta e Carlo Calenda, si è indebolita la suggestione del “voto utile” al Pd e ai suoi residui – e marginali – alleati (da Bonino a Di Maio, a Fratoianni) come baluardo per impedire una maggioranza di destra tanto larga da essere in grado di disporre a proprio piacimento della Costituzione repubblicana. Anzi, il vivace dibattito, chiamiamolo così, interno al Pd, sulla distribuzione dei posti in lista e dei rari collegi sicuri, ha messo in evidenza il dramma del suo ceto politico. I democratici infatti, all’esterno, devono fare campagna raccontando all’elettorato quanto sia importante concentrarsi sui loro candidati per contendere il maggior numero di collegi possibili alle destre; ma sanno bene che quella sfida in quasi tutta Italia non ci sarà e, al loro interno, si azzuffano per i pochi posti sicuri. La pattuglia del cosiddetto centrosinistra sarà pesantemente sfoltita nella sua presenza parlamentare: a causa della riforma che ha tagliato di un terzo gli eletti di Camera e Senato e del mancato riequilibrio della legge elettorale in senso proporzionale.

In base alla legge elettorale in vigore, dopo che in Costituzione i deputati sono stati ridotti a 400 e i senatori a 200, i collegi plurinominali (proporzionale, liste bloccate senza preferenze) valgono 245 seggi per la Camera e 122 per il Senato; alla Camera 147 sono assegnati in collegi uninominali col metodo maggioritario a turno unico (vince chi prende un voto in più), al Senato 74; l’alquanto opaco sistema di voto degli italiani all’estero, che è su base proporzionale, porta 8 deputati e 4 senatori a Roma. Per raggiungere la maggioranza dei due terzi, necessaria a evitare lo scoglio del referendum confermativo, a Montecitorio servono 267 deputati, 134 senatori a palazzo Madama (dove c’è l’incognita dei senatori a vita che si aggiungono al conto degli eletti).

Ma qual è la reale proiezione delle forze in campo, a poco più di un mese dalle elezioni politiche? Difficile dirlo, anche considerato il fatto che l’offerta politica effettivamente presente sulla scheda si sta completando con la raccolta di firme che è stata imposta, con un furbesco taglia e cuci normativo, solo ad alcune formazioni politiche alternative ai poli tradizionali e ai cascami del governo Draghi. Gli stessi sondaggisti, in questi giorni, rilevano ancora come “altri” delle forze che potrebbero invece, a partire dal 22 di agosto, prendere parte a pieno titolo alla corsa per superare lo sbarramento del 3% nel proporzionale, riportando elettori alle urne e sottraendo consensi alle coalizioni in corsa anche nei collegi uninominali.

La citata supermedia dei sondaggi attribuisce al polo di centrodestra il 48,6% delle intenzioni di voto, al centrosinistra il 30,8, al M5S il 10,1. Poi resta da vedere quante liste e/o coalizioni in effetti otterranno seggi: quanto cioè lo sciagurato effetto, indirettamente maggioritario, dello sbarramento elettorale del “rosatellum” anche nel proporzionale potrà ulteriormente favorire uno o l’altro schieramento, mandando a vuoto le scelte di tanti elettori. Per ora, nell’ipotesi più pessimistica dal punto di vista di chi avversa la vittoria di Meloni e soci, si può immaginare che le proporzioni dei sondaggi non siano intaccate dalla campagna elettorale (che, non a caso, la leader di FdI sta conducendo con una certa cautela, evitando la sovraesposizione mediatica che non giova, in genere, a chi è in vantaggio). La coalizione vincente, quindi, potrebbe partire da 117 deputati e 58 senatori eletti nel proporzionale, uno più uno meno. Vanno assegnati naturalmente i voti all’estero, in genere meno favorevoli però alle sorti del centrodestra. Cui mancherebbero quindi presumibilmente 149 seggi alla Camera e 75 al Senato (senza contare però i senatori a vita) per superare d’un soffio la fatidica soglia dei due terzi. Nemmeno col 100 per 100 dei collegi vinti – ipotesi che appare al momento fantascientifica – Giorgia Meloni potrebbe avere la certezza anticipata di vestire i panni di una giovane De Gaulle all’italiana, senza rischiare il voto popolare referendario.

Per tornare ai numeri, comunque interessanti in una fase come questa, l’ultimo studio dell’Istituto Cattaneo (in un lavoro svolto incrociando i dati delle ultime elezioni europee con quelli dei vari istituti di sondaggio) osserva che “i collegi ‘sicuri’ per il centrosinistra, naturalmente, rimangono sempre (più) confinati in una parte della ex zona rossa (Emilia-Romagna, Toscana) e nelle grandi città (Milano, Torino, Genova, Roma, Napoli)”. E tuttavia, l’ipotesi che una maggioranza di centrodestra dei due terzi esca dalle urne del 25 settembre “appare – si legge nello studio – molto improbabile”. Questo perché “i margini di crescita sulla quota proporzionale appaiono risicati” e perché, anche assumendo “che i parlamentari eletti in liste indipendenti della ripartizione dell’America meridionale aderiscano al centrodestra, il centrodestra dovrebbe conquistare altri 6 collegi uninominali del Senato (tra i 9 che le nostre stime ancora assegnano al centrosinistra) e, soprattutto, 20 collegi in più alla Camera (tra i 23 che le nostre stime ancora assegnano al centrosinistra). In pratica, il centrosinistra dovrebbe perdere nei collegi di Prato, Grosseto, nel primo municipio di Genova, ma anche in tutti e tre i collegi del centro di Milano, a Napoli-Fuorigrotta e Napoli-San Carlo, nel I e III Municipio di Roma, a Imola, Ravenna, Carpi, Reggio Emilia, Modena (in tutti questi posti), conservando solo 3 collegi (verosimilmente: Firenze, Bologna, Scandicci)”.

Anche per l’Istituto Cattaneo, insomma, al momento l’ipotesi di un filotto delle destre resta fantascienza. Facile l’obiezione: ma a quel punto cosa faranno Calenda e Renzi (Maria Elena Boschi, per esempio, ha già annunciato l’adesione entusiastica dei neocentristi all’idea berlusconiana della inappellabilità delle sentenze di assoluzione di primo grado, un primo segnale di apertura da non trascurare), e magari qualche frangia del centrosinistra pronta a ripescare vecchie passioni presidenzialiste per trattare con le destre? Questo ovviamente è un fattore di imprevedibilità, che starà innanzitutto agli elettori chiarire nelle urne. Ma potrebbe essere utile ricordare che – nel patto che fu alla base del governo Conte 2, quando il Pd decise di accettare le condizioni imposte dal Movimento 5 Stelle, negoziate con l’allora capo politico Luigi Di Maio – assieme alla conversione dei democratici alla riforma costituzionale del taglio dei parlamentari, alla quale si erano fino a quel punto opposti, c’era un contestuale riequilibrio della rappresentanza da perseguire con una legge elettorale proporzionale, o comunque meno sbilanciata sul versante maggioritario, che avrebbe evitato al Paese proprio questa preoccupazione di carattere costituzionale.

Cos’è accaduto nel frattempo? Le proposte di riforma elettorale in parlamento c’erano, ma sono state lasciate marcire. Chissà che non avesse ragione “Il Foglio” – quotidiano tutt’altro che ostile a Enrico Letta, alla sua segreteria e alla scelta netta di allineamento all’agenda Draghi – quando, nel novembre dello scorso anno, celebrava con cucchiaiate di (interessato) miele la nascita del “melonlettismo”, raccontando la presentazione del solito libro dell’eterno Bruno Vespa con queste parole: “Letta e Meloni hanno infatti siglato il ‘patto Puskin’, la garanzia che il loro duello non avverrà sotto il fuoco della legge proporzionale”. E ancora: “Erano i ministri più giovani della Repubblica. Sposati da Vespa, il loro Fra Cristoforo, Letta e Meloni si sono ufficialmente uniti nel divorzio, si sono giurati di essere i prossimi compatibili nemici”.