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Home » Editoriale » Perché al “campo largo” potrebbe servire la proporzionale

Perché al “campo largo” potrebbe servire la proporzionale

16 Giugno 2022 Rino Genovese  1392

La legge elettorale vigente, come si sa, concede alle segreterie dei partiti di decidere, preventivamente, quali saranno gli eletti e le elette. È questa senza dubbio una ragione per cui neanche Enrico Letta abbia mai pensato di cambiarla, come pure sarebbe stato necessario, adeguandola alla riduzione del numero dei parlamentari, e quindi al restringimento della rappresentanza, realizzata nel corso della legislatura (assecondando un’intenzione “antipolitica” grillina, ormai d’antan). Ma ce n’è un’altra, forse più importante: Letta è impegnato nella costruzione di una coalizione elettorale il più possibile ampia, e sa bene che la legge elettorale spinge, per non dire costringe, i gruppi minori ad allearsi. Nei collegi uninominali a turno unico, infatti (ricordiamo che il sistema prevede, in parte, un’elezione di tipo proporzionale, e in parte una di tipo maggioritario, senza possibilità di voto disgiunto), non si riuscirebbe a conquistare neppure un seggio in mancanza di alleanze; mentre per il proporzionale, com’è noto, è necessario superare uno sbarramento del 3%. Ora, come tenere insieme formazioni che sono o al di sotto di questa soglia (stando ai sondaggi) o in netto calo di consensi, come i 5 Stelle, e devono per forza di cose cercare di fare massa critica se vogliono ottenere qualche seggio con il maggioritario? La risposta a prima vista appare semplice: proprio con la legge elettorale vigente.

C’è però un piccolo problema che si chiama astensionismo (vedi il nostro articolo del 23 novembre scorso). Anche nella recente tornata elettorale, si è potuto constatare come i voti degli elettori un tempo grillini abbiano difficoltà a sommarsi con quelli del Pd all’interno di una stessa coalizione. A volere motivare gli elettori, si dovrebbe lasciarli liberi di scegliere la propria lista senza un’alleanza preordinata. Con una legge elettorale di tipo integralmente proporzionale, si guadagnerebbero dei voti che rafforzerebbero il tentativo di Conte di lasciarsi alle spalle definitivamente l’originario populismo, senza tuttavia rompere i ponti con il precedente rifiuto delle alleanze che aveva determinato molti, nel 2018, al voto grillino. Così il “campo largo” si costruirebbe in parlamento dopo le elezioni, eventualmente, e non prima con un sistema che limita la scelta da parte dell’elettore.

Del resto lo stesso Pd potrebbe giovarsi del proporzionale. I gruppi minori potrebbero contrattare in anticipo dei posti all’interno delle sue liste (è il caso, per esempio, di Articolo uno di Bersani e Speranza), perché uno sbarramento al 4% indurrebbe tutti a farsi un po’ di conti prima di presentarsi da soli.

In conclusione – anche senza tirare in ballo la questione per nulla secondaria di un programma elettorale che abbia una componente “sociale”, capace di coinvolgere e motivare i ceti più colpiti dalle diverse crisi sul tappeto –, il “campo largo” immaginato da Letta potrebbe non funzionare, così stando le cose, per la semplice disaffezione che il sistema elettorale contribuisce ad alimentare negli elettori. Il primo avversario da battere – ancor prima di una destra su posizioni estreme – è la sfiducia. A questa si dovrebbe rispondere con una legge elettorale che rimetta l’elettore al centro della scena, svincolando la sua opzione da quella predeterminata dalle nomenclature di partito.

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Tags5 stelle campo largo elezioni legislative Enrico Letta Giuseppe Conte legge elettorale Pd proporzionale Rino Genovese

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