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Home » Opinioni » La città circondata dalla campagna

La città circondata dalla campagna

Nessuna possibilità di superare le crisi attuali senza una riscoperta dei valori di democrazia e socialismo

13 Giugno 2025 Rino Genovese  840

Non si tratterà più della strategia maoista degli anni Sessanta, che prevedeva un processo rivoluzionario antimperialista internazionale che avrebbe visto il Terzo mondo e le sue vaste masse contadine finire con l’assediare la città capitalistica; ma è certo che – sia l’incremento della popolazione mondiale sia il declino demografico dei Paesi occidentali, come pure il fatto che i processi di urbanizzazione, con l’onnipresente fenomeno delle migrazioni, interessano l’intero pianeta – pongono davanti ai nostri occhi una realtà molto più complessa di quella che si poteva sintetizzare nello schema “classe contro classe” (sul quale aveva puntato Marx).

I movimenti migratori, con le reazioni che innescano – dall’America di Trump all’opinione sovranista europea (che non riguarda soltanto le forze politiche di destra, purtroppo, come ha evidenziato a mo’ di sondaggio il recente referendum italiano sulla cittadinanza agli stranieri) –, mostrano come il declino dell’Occidente liberale sia ormai a uno stadio avanzatissimo. La questione dell’ibridazione culturale del moderno, con tutti i problemi che porta con sé, diventa prioritaria rispetto a qualsiasi logica lineare di emancipazione (e lo stesso egoismo di chi, avendo raggiunto una certa condizione di relativo benessere, tende a infischiarsene dei diritti degli “altri” lo dimostra, come ci racconta l’episodio, riportato da Paolo Andruccioli, dello straniero che si dichiara disinteressato al referendum sulla cittadinanza perché ormai lui l’ha ottenuta: vedi qui).

La megalopoli planetaria è internamente scavata dalle enormi contraddizioni del suo sviluppo (la crisi climatica, l’aumento delle diseguaglianze, ecc.), ed è assediata dall’esterno, come una fortezza medievale, da quanti – i più poveri – premono per entrarvi. Questo “esterno” diventa però a poco a poco a sua volta un “interno”: perché la metropoli, quella dei tempi del beato colonialismo occidentale, non esiste più, rosa com’è dal suo “altro” – e perché, come si diceva, l’Occidente è in una crisi demografica irreversibile. È del resto soltanto facendo ricorso alle straripanti risorse di quanto permane delle vecchie tradizioni (quelle che appunto erano dette “contadine”, essendo un tempo soltanto una sorta di smisurata “campagna”, quella che era fuori dalla “città”), combinate con la modernità capitalistica, che si alimenta lo sviluppo tecnologico che abbiamo sotto gli occhi. Produttore dei fondamentali microchip è un mondo asiatico che (ancora secondo Hegel) doveva essere fuori dalla storia.

Insomma è in una situazione di caos planetario, e sotto l’imperio della legge del più forte, senza che l’idea di una confederazione mondiale di liberi Stati abbia fatto grandi passi avanti, che ci troviamo a vivere. Allora, che cosa aspettarsi ancora da un Occidente che declina? Null’altro che la riscoperta dei suoi più forti e ancora attuali, nonostante tutto, valori politici: quelli di democrazia e socialismo. Non può esserci l’uno senza l’altra, e viceversa, come abbiamo imparato anche a nostre spese, trovandoci oggi, pur senza colpe almeno nell’Europa occidentale, in netta minoranza nel voler declinare insieme le due parole.

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