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Considerazioni inattuali sulla violenza di strada

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Cosa dice alla sinistra la scomparsa di papa Ratzinger?

Ma cosa pensano a sinistra dell’eredità di papa Benedetto XVI? Possibile che i candidati alla leadership del Pd non abbiano alcuna sollecitazione a riflettere su un’eredità per nulla scontata? Bonaccini, Schlein, De Micheli e Cuperlo, che si candidano a guidare una formazione in cui l’impronta cattolica non è certo marginale, non ritengono di farci sapere come leggono quel messaggio? Tanto più che la scomparsa del papa emerito genera un certo imbarazzo, sia in Vaticano, dove la convivenza fra due vicari di Cristo non è mai stata considerata un elemento granché sostenibile, sia nella società civile e politica italiana, che vede nei due pontefici simboli e riferimenti di un dualismo dottrinario e di messaggio sociale molto distanti se non contrapposti.

Nella fase finale del suo pontificato, Benedetto XVI fu addirittura destinatario di una lettera da parte di esponenti significativi della sinistra – Tronti, Vacca, Barcellona – che si appellavano al suo magistero etico per salvaguardare i tratti di una società civile occidentale. Immancabile il timbro di D’Alema che, all’elezione di Ratzinger, fece subito sapere il suo compiacimento a nome del partito delle persone intelligenti. Sia la spettacolarità della lettera sia l’opportunismo dei compiacimenti rimasero fugaci frammenti sul mantello di quella storia. Ma forse non sarebbe vano ritornare su quei passaggi con gli interessati, per condividere lo sforzo di confronto con un tale profilo in maniera meno sbrigativa.

La questione salariale in Italia

Suggeriamo un argomento di conversazione ai nostri lettori per le prossime feste, da porre al centro delle cene e dei pranzi “con i propri cari”, come si dice. Quello della questione salariale. Vorremmo che ci fosse una risposta alla seguente domanda: come mai nonostante l’Istat, e un articolo pubblicato da “Le Monde” il 20 dicembre scorso (“Il Paese più toccato dalla caduta del potere di acquisto è l’Italia”), certifichino un crollo dei salari del 10% e oltre in termini reali, dal 2008 a oggi – passando quindi dalla vecchia crisi a quella pandemica più recente, e ora con la ripresa dell’inflazione –, non si è vista e non si vede un’esplosione di collera sociale? Come mai, negli ultimi anni, abbiamo assistito ad agitazioni fascistoidi e poujadiste, come quelle intorno alle chiusure e ai confinamenti imposti dalla pandemia – le stesse che hanno aperto la strada all’affermazione elettorale di Fratelli d’Italia –, e a nessun movimento di rivendicazione salariale? Come mai altrove, per esempio in Inghilterra – dove la drastica perdita di potere di acquisto non è così storicamente connotata, ma risale solo all’ultima fiammata inflazionistica –, siamo dinanzi a un’ondata di scioperi e in Italia, invece, non si muove nulla?

Ricorrendo a strumenti teorici puramente marxiani, questo appare inspiegabile. La “lotta di classe” sarebbe qualcosa di endemico, che può anche inabissarsi per un periodo, ma poi ritorna fuori, anche prepotentemente in modo spontaneo, quando le condizioni di vita di una larga parte della popolazione vanno peggiorando. Ma le cose italiane smentiscono questo assunto. Va notato, anzitutto, che alcuni dati non corrispondono alla realtà. Solo il 26% dei lavoratori italiani dichiara un reddito superiore ai trentamila euro (lordi). Ciò non può essere. Come dicono i qualunquisti di ogni genere, non vedremmo il frenetico turismo che si vede e i ristoranti pieni; ci sarebbe un Paese attraversato in lungo e in largo solo dai torpedoni provenienti dall’estero – il che non è. Dunque, per spiegare la permanenza di un certo grado di benessere che, nonostante tutto, continua a essere diffuso tra gli italiani, bisogna chiamare in causa un fenomeno massicciamente presente, una specie di convitato di pietra: il lavoro nero.

Asor Rosa, ovvero la sinistra palindroma

La scomparsa di Asor Rosa ci priva del mito di un lucidissimo e appassionato intellettuale politico – forse il più completo studioso non storicista di una sinistra occidentale di questo Paese – e della legittima aspettativa di attenderci da lui il terzo tomo di un’opera ancora da terminare. In cinquant’anni, dal 1965, data di pubblicazione di Scrittori e popolo, al 2015, quando arriva in libreria Scrittori e massa, il professore di letteratura della Sapienza (che da operaista diventa poi parlamentare comunista e aedo culturale nel contrasto alla svolta di Occhetto, come direttore di “Rinascita”) scandisce, con un percorso denso e spietato, la crisi della sinistra e l’esaurimento di quella potente macchina politica che fu il sistema di egemonia che il movimento del lavoro era riuscito a estendere alla società nel suo complesso, mostrando come, nel tornante del nuovo secolo, il popolo della fabbrica delle città fordiste sia diventato populista, dissolvendosi nel gorgo consumista della massa.

Un percorso fondamentale, che Asor Rosa intercetta leggendo i codici letterari di generazioni di scrittori che accompagnano prima, e si sostituiscono poi ai protagonisti del conflitto sociale manifatturiero. Il conflitto è la vera chiave di volta di tutto il ragionamento di Asor Rosa. Lo spiega lui stesso in una intervista rilasciata nel 2015 a “Repubblica”, all’uscita del suo secondo saggio, Scrittori e massa. Spiega l’autore a Simonetta Fiori: “Lingua e stile nascono dal ripensamento di una lingua e di uno stile di qualcuno che c’era prima. Se non c’è conoscenza, non può esserci conflitto. E se non c’è conflitto, non c’è pensiero nuovo. E se non c’è pensiero nuovo non c’è nuova rappresentazione”. Riemerge qui il militante di “Quaderni rossi” dei primi anni Sessanta, e poi il promotore di “Classe operaia”, che si stacca da Mario Tronti per ribadire la potenza operaia come classe generale.

Jekyll e Hyde: lo spettro è stato scomposto

Nei giorni scorsi, nella solita indifferenza generale, è arrivata una notizia che meriterebbe ben altra attenzione, soprattutto a sinistra. L’agente esperto di intelligenza artificiale – denominato ChatGPT, che da pochi mesi sta irrompendo in aziende e pubbliche amministrazioni, sostituendosi all’attività di elaborazione di testi e video, sulla base di semplici tracce o appunti, un meccanismo che dimostra come ormai l’intelligenza artificiale possa sovrapporsi alla produzione umana in un flusso di informazioni – è stato analizzato e scomposto nelle sue componenti tecnologiche ed etiche. L’operazione è stata condotta da una società italiana di cybersecurity, Swascan, diretta da Pierguido Iezzi (vedi qui), autore con il sottoscritto di Net-war. Ucraina: come il giornalismo sta cambiando la guerra (Donzelli editore).

In poco tempo, meno di un semestre, il dispositivo, di proprietà di una società finanziata da Elon Musk, ha già trovato più di cinque milioni di clienti. Significa che oggi nell’infosfera – cioè nel nostro sistema sociale delle relazioni e dei rapporti di produzione – molto probabilmente abbiamo già incontrato testi, video e contenuti di comunicazione realizzati da questo software. La sua attività viene oggi ingegnerizzata nel circuito editoriale per ridimensionare le redazioni, ma anche nei sistemi di contatto degli apparati sanitari, o di imprese che, mediante questa soluzione, automatizzano tutte le fasi di comunicazione con l’esterno e l’interno. Ma ChatGPT fa molto di più. Intanto si autogenera, producendo autonomamente le sue evoluzioni, con una produzione di software che si riproduce esponenzialmente. Poi l’agente intelligente è in grado di lavorare sull’assetto cognitivo, e non solo sulla verbalizzazione di risposte in base a link. In sostanza, non è un Google che parla, ma un ricercatore che dà delle risposte a ogni tipo di domanda: come si ottiene alcol dalle patate? dove investire oggi? come penetrare in quel recinto? Un vero genio della lampada che soccorre e sostiene il suo padrone del momento.

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