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La sostituzione turistica

20 Luglio 2023 Rino Genovese  2224

I nostri lettori si saranno accorti che dedichiamo molta attenzione alla città e alle sue trasformazioni (soprattutto, ma non soltanto, a Roma con i pezzi che viene pubblicando Paolo Andruccioli). In basso, nella homepage, trovate da qualche giorno anche un apposito “dossier”, con un titolo quasi calviniano “Città visibili”. Perché lo facciamo? Per la semplice ragione che ovunque in Europa, e in particolare nel nostro Paese, le città stanno cambiando pelle in un modo che ci piace poco. Siamo, in questo, autentici “conservatori”: lo siamo più a fondo e seriamente di quegli ultraconservatori che ci governano e che, in quanto liberisti, sono tali solo dal punto di vista della conservazione sociale e dell’andazzo in materia di transizione ecologica (di cui si fregano altamente in quanto i loro ceti di riferimento sono in genere i peggiori inquinatori).

Firenze già da tempo non è più Firenze: è una città invasa. Qualche settimana fa il suo sindaco (in un momento di coraggio: vedi qui) ha posto uno stop agli affitti brevi in centro, che fanno aumentare i canoni delle locazioni e il valore degli immobili, ma espellono dai quartieri storici i cittadini. Essere fiorentino significa doversi accodare sullo stretto marciapiede, a passo di lumaca, all’ultimo gruppo di turisti vomitato da un autobus a due piani. Siamo alla sostituzione turistica, quella veramente da temere – altra cosa dallo spauracchio della “sostituzione etnica” agitato dall’estrema destra senza un minimo di prova (e che, comunque, non sarebbe affatto perniciosa se desse luogo a un melting pot di tipi fisici e di culture). A preoccuparci davvero è la trasformazione della città nel terreno di un nuovo tipo di “estrattivismo”: la città non sarebbe più un insieme di spazi da vivere, e in cui svolgere tra l’altro delle attività economiche, ma un’attività economica in se stessa secondo cui una tradizione e una storia divengono qualcosa di simile a un idrocarburo tirato fuori dal sottosuolo.

A Firenze, per tacere di Venezia, si dovrebbe ormai intervenire con il “numero chiuso”: i turisti prenoterebbero la città così come si prenota una visita agli Uffizi. Figuriamoci! Per assumere un provvedimento del genere (che farebbe esplodere le proteste dei commercianti come al tempo del lockdown) ci vorrebbe un potere giacobino, o, per riferirsi alla nostra vicenda nazionale, dovrebbe ritornare Garibaldi. Intanto, però – Costituzione della Repubblica alla mano, che tutela il patrimonio culturale e naturale –, si potrebbero impedire del tutto gli affitti brevi, prescrivendo un limite minimo di sei mesi ai contratti di affitto. Se ne avvantaggerebbero gli albergatori, non c’è dubbio: ma è anche vero che il cittadino ricomincerebbe un po’ a respirare.

A Napoli (ne parlava in un ottimo articolo “Le Monde” del 19 luglio), nei famigerati quartieri spagnoli – fino a poco tempo fa una specie di Bronx nel cuore della città, con una parte della popolazione dedita a piccoli e a grandi traffici, dalla prostituzione alla droga –, si cominciano ad affittare ai turisti perfino i “bassi”, presentati sulle piattaforme come “abitazioni tipiche”. È appena il caso di ricordare che i “bassi” napoletani sarebbero lo storico scandalo abitativo di locali posti direttamente sulla strada, con un’unica apertura data dalla porta d’ingresso. Non sappiamo chi sia così incosciente da prendere in affitto, sia pure per breve tempo, un’abitazione che fa parte di un folklore (chiamiamolo così) che qualsiasi progressista avrebbe voluto soltanto superare; ma ciò che sorprende è che il “basso” possa essere messo a reddito, diventando così un momento di “sviluppo del sottosviluppo” meridionale.

Fino a non troppo tempo fa, a Napoli, c’erano soltanto la camorra e le sue attività che potevano far uscire un miserabile dalla miseria. Ora anche il turismo. La questione del Mezzogiorno, mai risolta, cresce su se stessa, in un certo senso si risolve da sé con l’arrangiarsi. È la completa diseducazione degli abitanti di una città che può portare quella stessa città alla crescita economica. E c’è chi dice – senza che neppure gli si possa dare torto – che è meglio questo processo di gentrificazione, che coinvolge anche i “bassi” napoletani, anziché la centralità della criminalità organizzata.

Meglio? O non soltanto un po’ meno peggio? Una delle ragioni, o forse la ragione di fondo, per cui da socialisti ci opponiamo a questa idea di “sviluppo” è che essa contribuisce ad anestetizzare il conflitto sociale. Insomma, se nessuno si ribella in Italia, in particolare nel Mezzogiorno, contro i salari di fame, contro l’aumento dell’inflazione e così via, potrebbe dipendere anche dal fatto che, in un Paese di “proprietari di case”, il possessore di un terraneo privo di luce, magari temporaneamente alloggiando presso qualche parente, può sentirsi protagonista della rinascita turistica di una metropoli.

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