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Home » Editoriale » Il governo Meloni allergico al conflitto

Il governo Meloni allergico al conflitto

28 Novembre 2023 Paolo Andruccioli  2255

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, per l’ultimo incontro con i sindacati sulla legge di Bilancio 2024, ha voluto al suo fianco il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, la faccia dura, il politico che guarda alla destra europea più reazionaria, e che sta cercando di meritarsi la medaglia al valore nella difesa del cittadino vessato. Premier buona e ministro cattivo? Si tratta di una mossa mediatica utile per lanciare un messaggio di unità della maggioranza di governo e di volontà di dialogo. Ma è solo uno spot, perché le schermaglie sono state finora rappresentazioni teatrali. Da una parte, vediamo Giorgia Meloni, la premier buona che vorrebbe aiutare le famiglie e dichiara con soddisfazione che gli scioperi generali sono diminuiti (una volta se ne registravano quasi uno all’anno, mentre ora siamo scesi a una media di due scioperi generali in dieci anni). Dall’altra, c’è Salvini – il ministro cattivo con chi protesta, ma buono con l’utente di un trasporto pubblico che, senza le agitazioni sindacali, funzionerebbe alla perfezione (come ha sperimentato il ministro Lollobrigida).

Teatrini a parte, la realtà è un’altra. Il governo Meloni, con buona pace di tutti coloro che negli ultimi trent’anni hanno lavorato per sdoganare la cultura fascista, mantiene un evidente carattere autoritario e non sopporta il dialogo con chi dissente. Non ci sono buoni e cattivi. L’obiettivo comune di Salvini e Meloni è quello di avere mano libera nel decidere la politica economica e sociale, scavalcando ogni possibile ostacolo. Siamo molto oltre la crisi della concertazione e del superamento dei corpi intermedi. Il governo, che non vuole governare ma comandare, usa a suo piacimento anche le istituzioni create per fare da cuscinetto nei conflitti, come si è visto nel caso del Cnel e del patetico assoggettamento di un economista liberale, Renato Brunetta, ai voleri della Patria in tema di salario minimo.

Ovviamente non lo possono dichiarare, ma il sogno dell’esecutivo (di tutti gli esecutivi di destra) sarebbe quello di emulare il presidente Reagan che, per bloccare lo sciopero dei controllori del traffico aereo contro la deregolamentazione, fece precettare gli scioperanti, che furono licenziati in massa e sostituiti con altri lavoratori. Tutti zitti, le decisioni del governo non si discutono. Una vicenda limite che spostò il conflitto su un piano ancora più pesante di quello che era stato il lungo braccio di ferro tra la signora Thatcher e i minatori. D’altra parte, inglesi e americani non ci hanno insegnato niente, perché le prime sperimentazioni di annullamento del conflitto sociale sono state fatte in Italia, con le leggi fascistissime e con il Codice Rocco che definiva le azioni sindacali come “delitti contro l’economia pubblica”. Andando a rivedere la storia del ventennio, scopriamo che i lavoratori non avrebbero dovuto manifestare e protestare per ottenere il rispetto dei loro diritti e dei loro contratti di lavoro, perché questi sarebbero stati garantiti dalla magistratura del lavoro. Ironia della storia. Il fascismo delegava ai magistrati l’attuazione dei diritti dei lavoratori subalterni, mentre il governo postfascista attacca nello stesso tempo sindacati e magistrati.

A proposito di diritto stiracchiato, ha fatto anche molto discutere l’intervento della Commissione di garanzia sugli scioperi, ed è stato un altro esempio di grave rinuncia all’autonomia di giudizio nei confronti di un governo che non tollera intralci, come ha spiegato Rino Genovese su “terzogiornale” (vedi qui) . Uno sciopero non è generale se non lo promuove anche la Cisl?

La cosa certa è che il governo non ha dato finora nessuna risposta alle richieste contenute nelle piattaforme sindacali (che sono state sottoscritte anche dalla Cisl). Non si danno risposte alla richiesta di una vera riforma delle pensioni che superi la legge Fornero, di una riforma del fisco che possa introdurre elementi di giustizia e di redistribuzione della ricchezza, di un intervento sulla sanità pubblica massacrata, che ora rischia di nuovo l’emergenza con il ritorno di nuove forme di Covid.

Oltre alla mancanza di risposte, si peggiora la situazione come si è visto dalle tante decisioni della premier-mamma contro le donne, e ora dal taglio di centomila posti negli asili nido. I lavoratori non hanno risposte, sono sempre più divisi e vivono in una pesante situazione salariale (siamo tra gli ultimi in Europa), peggiorata dalla mannaia dell’inflazione. Ci sono i non garantiti, quelli che stanno fuori. Ma ci sono anche 6,7 milioni di lavoratori che aspettano il rinnovo dei contratti, alcuni di questi scaduti da quasi quattro anni. Tra i lavoratori dipendenti a contratto, i cosiddetti garantiti, uno su due, è in attesa di rinnovo.

Basta scioperare dunque? Basta protestare? Superare lo sciopero con forme nuove di conflitto che non mettano in contrapposizione diritti diversi, come si chiedono da anni i movimenti sindacali? Si tratta di inventare forme nuove di conflitto per tentare di realizzare una giustizia sociale che è impossibile delegare ai governi (come abbiamo visto, anche ai governi di centrosinistra). Ma nel frattempo è necessario schierarsi in difesa dello sciopero contro un processo strisciante di autoritarismo. Ed è anche utile cogliere i segnali positivi di un possibile risveglio del conflitto stesso. Lo abbiamo visto con le piccole (ma importantissime) vittorie dei lavoratori dei nuovi settori del capitalismo delle piattaforme: dai lavoratori di Amazon ai riders. Lo abbiamo visto da alcune vertenze di categoria (come i bancari) e dalla proclamazione dell’agitazione dei lavoratori del commercio e del turismo in pieno periodo natalizio. Il 22 dicembre sarà infatti una giornata di sciopero anche per le lavoratrici e i lavoratori dipendenti occupati nelle imprese del turismo, alberghi, ristorazione collettiva e commerciale, agenzie di viaggio e aziende termali. I sei contratti nazionali di settore sono tutti scaduti tra il 2018 e il 2022. Complessivamente, sono oltre due milioni le lavoratrici e i lavoratori coinvolti nella vertenza. Nel frattempo, a incrociare le braccia in occasione del Black Friday sono stati i dipendenti di Amazon Italia, ma anche di tanti altri Paesi europei. Nel Regno Unito, per esempio, i lavoratori scioperano già da alcune settimane per chiedere il rinnovo del contratto.

Le nuove piattaforme tentano di aggirare la normativa e di eludere il rapporto con il sindacato, non solo in Italia – come scrive Patrizia Pallara su “Collettiva.it” –, il loro comportamento è comune a tutti i Paesi europei. La Spagna è dovuta intervenire con una legge ad hoc. Francia, Svezia e Belgio hanno preso provvedimenti. Negli Stati Uniti, nel frattempo, dopo il grande sciopero vincente degli attori di Hollywood, tornano in campo i sindacati delle industrie metalmeccaniche. La vertenza nel settore auto Usa arriva dopo un rilancio generale della mobilitazione sindacale nel Paese, dopo anni di relativa stagnazione. Una mobilitazione favorita certo dalle condizioni del mercato del lavoro – che si trova in una situazione di quasi piena occupazione –, ma anche da scelte più coraggiose dei sindacati. Insomma, i messaggi sono chiari. Sia da una parte sia dall’altra. Vietare lo sciopero è solo una prova di forza. Parole di Ken Loach.

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Tagsconflitto sociale Giorgia Meloni governo meloni legge bilancio Matteo Salvini Paolo Andruccioli scioperi scioperi dicembre 2023 sindacati

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