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In Francia dilaga la protesta

Alla testa della mobilitazione francese contro il carovita e i bassi salari ci sono due categorie antiche: gli operai delle raffinerie e i ferrovieri....

Perché in Francia sì e in Italia no

Sembrerebbe più che ovvio rivendicare aumenti salariali, da parte dei lavoratori e delle lavoratrici del settore energetico, nel momento in cui le rispettive aziende stanno facendo enormi profitti; e chiedere al governo di impegnarsi contro il carovita, con un controllo dei prezzi dei generi di prima necessità, così da cercare di costruire, in un crescendo di lotte, quella che Landini, oggi segretario generale della Cgil, chiamò una volta “coalizione sociale”. Perché in Italia non avviene nulla del genere? Perché da noi tutto tace, mentre in Francia ci si muove con scioperi e grandi manifestazioni?

Rispondere a questa domanda non è semplice. E non si potrebbe tirare in ballo – come un certo tipo di intellettuale ripete a pappagallo da una cinquantina d’anni – l’immaginario consumistico, la perdita di evidenza della nozione di “classe sociale”, il desiderio di quiete e di godimento diffuso nel mondo del lavoro. La pace sociale che regna in Italia, infatti, non regna in Francia, dove pure l’immaginario consumistico è lo stesso. I processi di disgregazione della forza-lavoro sono i medesimi al di qua e al di là delle Alpi: la “classe operaia” ha smarrito la coscienza di sé ovunque, soprattutto a causa della sua frammentazione nei processi produttivi, e della quasi inesistenza, ormai, dei luoghi deputati alla costruzione della sua unità. Del resto, anche una cieca volontà di consumo ignara di qualsiasi altra cosa – della crisi climatica, per esempio – può essere il detonatore di un conflitto sociale, quando si constati che consumare diventa difficile, per via del vertiginoso aumento dei prezzi, con i salari che non gli tengono dietro. Dunque una risposta va cercata altrove.

Truss, la nuova “dama di ferro” per un Regno Unito in...

Liz Truss pare non amare le mezze misure. Già qualche mese fa, prima della sua contrastata elezione a primo ministro, avevano destato scalpore e perplessità le foto in cui si era fatta ritrarre, in tenuta mimetica, mentre si sbracciava da un tank in Ucraina. Così non devono sorprendere le sue recenti, roboanti dichiarazioni sulla disponibilità a scatenare una guerra nucleare, “premendo il bottone, se necessario”. Se le sue posizioni sul conflitto russo-ucraino erano da tempo note, viene certo da chiedersi il perché questa ambiziosa ex dirigente aziendale, laureata in filosofia e scienze politiche a Oxford, mostri un volto così arcigno e abbia pensato di inaugurare il suo mandato con minacce urbi et orbi.

Al di là dei limiti caratteriali del personaggio, sulla cui vita privata si sono sbizzarriti i tabloid inglesi (e la cui ascesa ha suscitato non poche preoccupazioni nei tory, che tutto sommato continuavano a pensare che fosse meglio Johnson), l’impressione è che Truss voglia trasmettere una immagine di forza e di determinazione. Immagine importante nel momento in cui gli inglesi si trovano a fare i conti con una crisi sociale senza precedenti, e per molte famiglie si prospetta un autunno in cui dovranno scegliere tra fare la spesa o scaldarsi. In fondo, anche dallo scontro con l’altro competitor alla massima carica dello Stato, Rishi Sunak, Liz Truss è uscita vittoriosa perché è riuscita a conquistare i membri del Partito conservatore in virtù di un messaggio semplice e diretto: ha promesso di ridurre le tasse, di liberarsi dalle leggi e dai vincoli della Unione europea, di cancellare la quota, presente nelle bollette, destinata all’energia verde e a finanziare progetti di tipo ambientale.

Le lotte nella logistica sotto accusa

La logistica è divenuta da tempo uno degli snodi essenziali del capitalismo contemporaneo. Se n’è spesso parlato come del settore “unificante”, come della “intelligenza...