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In Francia dilaga la protesta

Dopo tre settimane di scioperi delle raffinerie, in piazza anche i ferrovieri, gli insegnanti, gli addetti ai servizi, il personale della sanità e gli studenti: uniti contro l’inflazione e gli effetti della crisi energetica. Eliseo allo sbaraglio

20 Ottobre 2022 Paolo Andruccioli  2476

Alla testa della mobilitazione francese contro il carovita e i bassi salari ci sono due categorie antiche: gli operai delle raffinerie e i ferrovieri. Con loro, una parte consistente dei sindacati, Cgt in testa, e tanti altri spezzoni di una classe lavoratrice e impiegatizia che, pur essendosi trasformata radicalmente negli ultimi anni, in questo frangente riassume (almeno per un momento) le sembianze di un blocco sociale. Evidentemente la pandemia, e ora l’inflazione e la crisi economica dovuta alla guerra, hanno portato l’asticella verso il punto di rottura.

Le organizzazioni sindacali, ancora divise, hanno reagito in modi diversi. Alcune non appoggiano la protesta, altre si sono messe alla testa dei cortei: le sigle Cgt, Fo, Fsu, Solidaires stanno manifestando compatte, in questi giorni, insieme con diverse organizzazioni giovanili. La richiesta è comune e senza sfumature: blocco delle tariffe, aumenti salariali per tutti.

Tutto è cominciato dalla scelta dei lavoratori delle raffinerie Total di rifiutare un accordo che concedeva un aumento minimo del 7%, contro una richiesta del 10 (inflazione al 6% più redistribuzione guadagni). L’accordo è stato siglato dai sindacati maggiormente rappresentativi, fatta eccezione per la Cgt, che ha dato ragione a chi contestava la validità del compromesso. Lo sciopero ha determinato il blocco della distribuzione di carburanti nella Regione di Parigi e nel Nord del Paese, con file ai distributori e con effetti negativi, a cascata, su tutta la mobilità urbana.

Nonostante l’assoluta impopolarità di una lotta così dura, non sono passati inosservati alcuni sondaggi, che hanno mostrato l’opinione pubblica francese spaccata in tre: i favorevoli e solidali con lo sciopero (42%), quelli che sono contrari e indignati contro gli operai (40%) e un 18% di cittadini che si astengono dal giudizio. Sui quotidiani, e in generale nei circuiti mediatici, sembrano però prevalere, com’è normale, gli attacchi a chi mette a rischio la fluidità e la “normalità” della vita quotidiana. All’opinione pubblica perbenista fanno molta più paura e creano molta più indignazione le centinaia di operai delle raffinerie e delle centrali nucleari, che chiedono un aumento, piuttosto che le azioni delle multinazionali del settore petrolifero, che – solo nel secondo semestre 2022 – hanno guadagnato 5,8 miliardi.

In questi mesi, sotto gli occhi di un’opinione pubblica che guardava da un’altra parte, sono stati distribuiti forti dividendi agli azionisti del petrolio, mentre l’amministratore delegato di Total si è aumentato lo stipendio del 52%, per un totale di circa sei milioni annui. Patrick Pouyanné, il ceo di Total, ha avuto perfino il coraggio di lamentarsi sui social: “Sono stufo dell’accusa di avere aumentato il mio stipendio del 52%”. E poi ha pubblicato un grafico dei suoi stipendi che ha fatto inviperire i francesi: sei milioni nel 2017, 5.8 nel 2018, 6.1 nel 2019, “solo 3.9” nel 2020, quando si è tagliato il compenso per via della pandemia, e di nuovo5.9 nel 2021, quando se lo è ri-aumentato non del 52%, in effetti, ma solo del 51,7%.

In questo contesto, e con gli effetti sociali della crisi sempre più evidenti e pesanti, i lavoratori hanno voluto protestare per chiedere aumenti salariali e per difendere il diritto di sciopero; mentre il governo, nei giorni scorsi, ha precettato diversi addetti di alcuni impianti di raffineria che contestavano l’accordo. All’astensione dal lavoro sono stati dunque chiamati i dipendenti dell’industria petrolifera, la Edf – la compagnia elettrica pubblica –, quelli dei trasporti ferroviari, della funzione pubblica e della sanità; da quello che risulta, un treno su due, tra gli intercity, si è fermato, mentre lo sciopero pare abbia inciso meno sulle linee dell’alta velocità. Per quanto riguarda la scuola, secondo i dati diffusi dal ministero dell’Istruzione, solo il 16% degli insegnanti e il 5% degli impiegati pubblici si sarebbero astenuti dal lavoro. Nel settore dell’energia, secondo la Cgt, la partecipazione è stata del 16,5%. Questa volta nessuna precettazione è stata decisa dal governo, neanche negli impianti che nei giorni scorsi erano stati riportati d’imperio in attività (Mardyck, nel Nord, e Feyzin, nella regione del Rodano).

Al corteo, che il 18 ottobre ha attraversato le vie di Parigi, hanno partecipato (secondo la polizia) circa tredicimila persone, ma per la Cgt le persone in piazza erano circa settantamila. Ci sono stati comunque i soliti scontri organizzati, almeno così pare dalle cronache, dagli immancabili black bloc. Non siamo in presenza dunque di una riedizione dell’autunno caldo storico, ma neppure di una piccola fiammata effimera, visto che la protesta si è già allargata ad altre città: Marsiglia, Le Havre, Strasburgo, Lione, Lille, Rennes. Ai cortei hanno partecipato vari esponenti politici della sinistra – da Jean-Luc Mélenchon, leader di La France insoumise, al segretario del Partito socialista, Olivier Faure, del resto uniti nella Nupes (Nuova unione popolare ecologica e sociale).

Il governo è in difficoltà. Non ha dato buona prova di sé il primo ministro Elizabeth Borne, che ha scelto di ricorrere alla precettazione manu militari per sbloccare alcuni siti produttivi, con scene di poliziotti che si sono presentati ai domicili degli operai per forzare i blocchi dei lavoratori. Il governo del presidente Macron, che ha cercato per quanto possibile di tenersi defilato, non ha fatto altro che infuocare gli animi, come riporta la corrispondente del “manifesto” da Parigi, Anna Maria Merlo: “Nel corteo parigino, fioccavano cartelli e slogan in onore dei lavoratori delle raffinerie. C’è un clima, una rabbia, che quei compagni simbolizzano oggi, ma che riguarda tutti quanti, ha detto Jean Vilaca, delegato Cgt e da trent’anni operaio alle presse a Peugeot. Questo è solo l’inizio, tutti sentono e sanno che i prezzi aumenteranno ancora, di due o magari tre volte, mentre le nostre aziende s’ingozzano di profitti, è ora di distribuire, e non dei premi una tantum, vogliamo l’aumento del salario, un aumento consistente”. Le richieste degli operai rimbalzano nelle parole dei sindacalisti: “Il governo – ha detto il segretario della Cgt, Philippe Martinez – potrebbe risolvere la situazione in dieci minuti, se lo volesse… La questione è la volontà politica di ridistribuire la ricchezza. Non è normale che i lavoratori di Total non vedano un centesimo dei super-profitti realizzati dalla loro azienda”.

Il governo francese farebbe molto male a prendere sotto gamba la mobilitazione che, pur non arrivando a essere generale, sta scuotendo la Francia e i palazzi della politica. Il calendario del governo – che non è riuscito ad assicurarsi la maggioranza assoluta in parlamento alle elezioni del giugno scorso – potrebbe essere minacciato. Un esempio pratico della crisi politica riguarda il fatto che la legge di Bilancio verrà approvata (molto probabilmente) con il ricorso al famigerato 49.3, l’articolo della Costituzione che consente al governo di azzerare il dibattito parlamentare e considerare una legge approvata, salvo mozione di sfiducia all’Assemblea. Se succedesse, sarebbe la prima volta dal 1989 che la legge di Bilancio, la legge economica più importante dell’anno, sia fatta passare a forza grazie a una norma frutto della disperazione parlamentare. Intanto, oltre ai sindacati, anche la Nupes, l’alleanza di sinistra, ha indetto una manifestazione. E nei giorni scorsi, in testa a uno dei cortei, si è fatta vedere con Mélenchon la scrittrice Annie Ernaux, premio Nobel per la letteratura.

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