• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Editoriale » Un assassino di massa davanti alla Corte penale internazionale

Un assassino di massa davanti alla Corte penale internazionale

17 Marzo 2025 Rino Genovese  1039

L’ex presidente filippino Rodrigo Duterte è comparso, l’11 marzo, davanti alla Corte penale internazionale dell’Aia. Pochi giorni prima a Manila, su mandato di arresto della Corte, Duterte era stato messo su un aereo per essere trasferito in Olanda. È accusato di avere organizzato, ancor prima della sua elezione nel 2016, uno squadrone della morte, che ha trucidato nel corso degli anni tutti coloro i quali, in un modo o nell’altro, avevano a che fare con la droga, dal grosso trafficante al piccolo consumatore-spacciatore. Chiaramente l’imputazione dovrà essere provata nel corso del dibattimento, ma fin dalle prime battute il soggetto si è dichiarato responsabile di quanto avvenuto. Difficile d’altronde che possa negare, visto che nei suoi discorsi l’ex presidente si faceva vanto di risolvere il problema della droga una volta per tutte.

I nostri lettori sanno che cosa ne pensiamo (per esempio, vedi qui): la giustizia internazionale sarebbe un’ottima cosa che, portando in giudizio almeno i crimini più gravi, potrebbe avvicinare a quell’ordinamento cosmopolitico tra gli Stati riuniti in una confederazione nel segno di una “pace perpetua”, la stessa già al centro del progetto illuministico di Kant. Ma la realtà è differente dall’utopia. Grandi criminali internazionali, uomini di Stato ai loro posti o già decaduti, non corrono alcun rischio di essere perseguiti se collocati in una posizione che li mette al riparo dalle accuse. Nel 2005 Harold Pinter, nel discorso di accettazione del Nobel per la letteratura, accusò Tony Blair di avere mentito riguardo alle armi di distruzione di massa che l’Iraq di Saddam Hussein avrebbe detenuto, al fine di scatenare nel 2003 una guerra devastante – e disse che perciò il primo ministro avrebbe dovuto essere processato. Ma questi per tutta risposta gli inviò un messaggio di felicitazioni per l’alto riconoscimento ricevuto. Come dire: “Chi se ne frega”.

Ora, Duterte si è trovato di sicuro in una congiuntura sfavorevole: il suo avvocato è dell’opinione che in fin dei conti il suo assistito sia stato semplicemente sequestrato; così non è, ovviamente, ma è un fatto che l’attuale presidente Marcos (figlio di quel Marcos che fu a lungo il dittatore del Paese), eletto con l’appoggio del settantanovenne ex presidente (al punto che sua figlia ricopre la carica di vicepresidente), è entrato di recente in conflitto con il proprio alleato, e quindi ha tutto l’interesse a sbarazzarsene. Qui casca l’asino della Corte dell’Aia: essa non può far altro che sperare che le autorità dei singoli Paesi, per una ragione o per un’altra, diano esito positivo ai suoi mandati di arresto. Se, come nel febbraio scorso è avvenuto in Italia, a questo o quel governo non conviene di catturare Tizio o Caio per consegnarlo alla Corte, questa rimane con un palmo di naso.

Evidente che una distorsione del genere andrebbe corretta. Come? Beh, i nostri amici giuristi in proposito potrebbero avanzare qualche suggerimento; ma è palese che si dovrebbe pensare a introdurre delle forme di ritorsione, magari delle sanzioni, nei confronti degli Stati i cui governi si rifiutino di eseguire gli ordini di arresto della Corte penale internazionale – accampando le scuse più diverse (come quelle risibili del ministro Nordio nel caso Almasri).

Andrebbe poi di pari passo con una riforma di questo tipo un rilancio del ruolo dell’Onu. Se è vero, infatti, che la Corte dell’Aia non dipende direttamente da questo organismo, il principio intorno a cui fu costituita è il medesimo: si tratta di porre al primo posto il diritto e non la forza. Lo sappiamo fin troppo bene (del resto ce lo insegna tutta la tradizione moderna del realismo politico, di cui non pretenderemmo di fare a meno) che chi detiene il potere finisce spesso col debordare sentendosi superiore alle regole e alle leggi. Ciò va tenuto presente, anche soltanto per non restare privi della possibilità di replicare alla violenza che accompagna le azioni dei potenti. Ma neppure bisogna rassegnarsi al dato di fatto, come se delle alternative non fossero immaginabili.

Un quadro politico internazionale regolato dal diritto costituirebbe, inoltre, un’autentica chance per una ripresa del conflitto sociale su larga scala. Una volta archiviata la possibilità di una “lotta armata di liberazione” – diciamo sul modello di Che Guevara – e nel clima attuale di contrapposizioni e guerre civili interetniche e intercomunitarie (di cui un esempio, sotto i nostri occhi, è la Siria), una politica di opposizione democratica a livello globale non può che contare su dei sollevamenti popolari (come di recente nel Bangladesh), e proprio questi sono repressi nel sangue. Un rafforzamento del diritto internazionale e dello strumento della Corte penale sarebbe di concreto aiuto ai movimenti sociali, quando questi si trovassero messi alle strette dal potere.

1.060
Archiviato inEditoriale
Tagsconflitto sociale corte penale internazionale Rino Genovese Rodrigo Duterte

Articolo precedente

L’infantilizzazione degli europei

Articolo successivo

La sfida del parlamento europeo alla Russia

Rino Genovese

Articoli correlati

La morte di Habermas e la guerra in Medio Oriente

La riproposta di “Vogliamo tutto”

Dall’Italia alla Germania, un “déjà vu”

Il Far West dell’estrema destra e noi

Dello stesso autore

La morte di Habermas e la guerra in Medio Oriente

La riproposta di “Vogliamo tutto”

Dall’Italia alla Germania, un “déjà vu”

Il Far West dell’estrema destra e noi

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Legge elettorale, la destra litiga ma va avanti
Stefania Limiti    8 Settembre 2026
La polis che manca
Stefania Tirini    7 Settembre 2026
Tajani, Crosetto e la rana bollita
Paolo Barbieri    31 Luglio 2026
Ultimi articoli
Ex Ilva, lo spegnimento dell’area a caldo
Guido Ruotolo    11 Settembre 2026
Argentina, miseria senza fine
Claudio Madricardo    11 Settembre 2026
Niger: il fallito golpe riguarda anche l’Italia
Luciano Ardesi    9 Settembre 2026
I talebani corteggiano Washington
Marco Santopadre    9 Settembre 2026
A Milano un ritorno al passato?
Vittorio Bonanni    8 Settembre 2026
Ultime opinioni
La Sassonia-Anhalt, una culla della cultura europea
Jens-Eberhard Jahn    10 Settembre 2026
Renzi e la sua volontà di sopravvivere
Vittorio Bonanni    27 Luglio 2026
La Francia vieta i social agli “under 15”
Stefania Tirini    27 Luglio 2026
Cattolici, il moderatismo non serve
Vittorio Bonanni    17 Luglio 2026
Marine Le Pen si prepara a perdere le presidenziali
Rino Genovese    13 Luglio 2026
Ultime analisi
Sul declino industriale dell’Occidente (1)
Vincenzo Comito    10 Settembre 2026
Tasse, il sistema inceppato
Paolo Andruccioli    31 Luglio 2026
Ultime recensioni
Le diseguaglianze in questione
Paolo Andruccioli    24 Luglio 2026
Enciclica. L’umanità alla prova della Babele dell’intelligenza artificiale
Paolo Andruccioli    10 Luglio 2026
Ultime interviste
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
“La Russia? Non è più un nostro nemico”
Paolo Andruccioli    18 Giugno 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia armi Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden lavoro Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia scuola sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA