Ormai da decenni chiunque critichi la politica di Israele viene tacciato di antisemitismo. Lo stesso regista americano Steven Spielberg, ebreo e autore di Schindler’s List, ha corso questo rischio per avere messo in discussione, nel film Monaco – ispirato all’attentato terroristico palestinese in occasione delle Olimpiadi del 1972, con conseguente ritorsione degli israeliani –, la logica dell’“occhio per occhio, dente per dente”. Solo la sua storia personale e professionale lo ha risparmiato da questa accusa infamante; ma questo non è valso e non vale per tanti altri e altre – giornalisti, intellettuali, politici, attivisti – colpevoli di avere condannato gli orrori perpetrati dallo Stato ebraico contro palestinesi, libanesi e altre popolazioni dell’area.
A fare chiarezza sull’uso del termine – così come su quello di antigiudaismo e antisionismo – è arrivato Mai più (edito da Laterza) della storica Anna Foa, che fa seguito a Il suicidio di Israele (vedi qui). Il volume – il cui titolo prende spunto dal grido di dolore, levatosi all’indomani della Shoah –, dopo essersi soffermato sul tema del “genocidio”, analizza i modi in cui si sono espresse, nei fatti e nelle parole, le varie forme di ostilità nei confronti degli ebrei e delle ebree, che per secoli non hanno avuto bisogno di trovare una definizione. Per molto tempo, insomma, non sono esistiti né l’antigiudaismo né l’antisemitismo, e neppure, per ovvi motivi, l’antisionismo. Il primo termine è tutto interno a uno scontro tra ebrei e cristiani di natura religiosa, e ha dato vita a un “antigiudaismo” ante litteram, ma senza che fosse definito tale. “Per secoli – scrive Foa – l’ostilità antiebraica non ha avuto bisogno di etichette. In una società come quella cristiana, in cui le minoranze ebraiche vivevano nettamente separate dalla maggioranza e in cui le formulazioni teologiche e la stessa liturgia contenevano espressioni codificate di ostilità antiebraica, essa appariva come un atteggiamento naturale, che non necessitava di un nome”.
La mancanza di un termine non era però un dettaglio. Rendeva, diciamo così, meno cruento il conflitto tra le tre religioni monoteistiche, compreso dunque l’islam. Anche nel mondo islamico, del resto, prima dell’arrivo del colonialismo occidentale, non esistevano definizioni che potessero evocare odio o avversione nei confronti degli ebrei. Fino a quel momento, “gli ebrei, come del resto i cristiani – precisa la storica – vivevano distinti dai musulmani, in uno statuto di codificata inferiorità, ma senza lo sviluppo di un’ideologia antisemita. Ma nell’Occidente della discriminazione e dei ghetti, le etichette diventano necessarie quando i criteri religiosi si rivelano insufficienti a distinguere e definire gli ebrei, che con l’emancipazione sono ormai divenuti uguali agli altri. È allora che all’ostilità verso di loro sembra necessario dare un nome, definirla” – appunto con il termine di antisemitismo. A coniarlo, nel 1879, fu Wilhelm Marr, un giornalista tedesco definito il “padre dell’antisemitismo moderno”. L’uomo, in un primo momento, aveva posizioni diametralmente opposte. Sosteneva la causa dell’emancipazione ebraica, ma il fallimento dei moti del 1848 lo spinse verso posizioni reazionarie e antiebraiche, accusando appunto gli ebrei di volere controllare la società grazie alla loro potenza economica. Nel 1879, pubblicò La vittoria del giudaismo sul germanesimo, respingendo la natura religiosa del conflitto tra i due popoli, che invece sarebbe stato di carattere razziale e di lotta per la sopravvivenza. Senza tema di smentita, possiamo considerarlo un padre dell’ideologia nazista, che non prevedeva un odio di carattere religioso, risolvibile con la conversione, ma di natura puramente razziale, dunque eliminabile solo con lo sterminio.
Lo scontro religioso tra cristiani ed ebrei, dopo secoli di letargo, riemerge, per volere della Chiesa, proprio dopo la Shoah. “Quanto all’etichetta che designa l’ostilità religiosa all’ebreo – sostiene Foa – quella che gli rimprovera il deicidio e il non credere nella messianicità di Cristo, essa nasce ancora più tardi, dopo la Shoah, quando il mondo cristiano vuole distinguere la sua ostilità agli ebrei da quella razzista e sterminatrice della Shoah, e la definisce ‘antigiudaismo’. Un modo, di fronte allo sterminio, di dire ‘noi non c’entriamo’”: il che, oltre a contenere una buona dose di ipocrisia, nasconde una mezza verità, perché se è vero che tra i due termini, antigiudaismo e appunto antisemitismo, c’è una differenza importante, è altresì vero che il combinato disposto dei due approcci ha certamente facilitato le tragedie che conosciamo.
L’ultima ostilità nei confronti degli ebrei, in particolare di Israele, è l’antisionismo che avversa il movimento nazionalista ebraico, laico o messianico a seconda delle correnti religiose e politiche, e che nacque, anche in questo caso, da un giornalista, l’austroungarico Theodor Herzl (vedi qui), nel congresso di Basilea (agosto 1897) per incoraggiare la colonizzazione della Palestina al fine di costruire uno Stato ebraico. L’iniziativa conobbe una spinta soprattutto dopo lo scoppio dell’affaire Dreyfus a Parigi, una campagna antisemita contro l’ufficiale accusato ingiustamente di spionaggio a favore della Germania. L’evento spinse l’intellettuale a lanciare l’idea della necessità della nascita di uno Stato che tutelasse gli ebrei, la cui permanenza in Europa si faceva sempre più gravida di pericoli.
Il via libera alla nascita di Israele arrivò con la dichiarazione di Balfour del 2 novembre 1917 (dal nome del ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour), che dava il via libera alla creazione di un “focolare nazionale” per il popolo ebraico. Insomma, alla realizzazione di quel sionismo che, il 14 maggio 1948, portò alla nascita dello Stato ebraico. Una scelta che, fin da subito, si rivelò tragica e foriera di nuova insicurezza per gli stessi ebrei e di sofferenze atroci per i palestinesi e i popoli di quell’area. Venne da sé la nascita dell’antisionismo, da parte dei popoli arabi e di settori importanti dell’opinione pubblica occidentale, ivi compresa una parte dello stesso mondo ebraico per ragioni sia politiche sia religiose.
Ma naturalmente, come abbiamo detto, da più parti si fece la facile equiparazione tra antisionismo e antisemitismo: “(…) c’è un’altra etichetta – scrive l’autrice di Mai più – oggi forse prevalente nell’opinione pubblica del mondo, ed è antisionismo. Con essa si intende l’ostilità alla politica di Israele, oggi o nel passato, fin dalla nascita oltre un secolo fa del movimento sionista e poi da quella dello Stato di Israele nel 1948. Un’ostilità forte nel mondo islamico e in genere nel cosiddetto Terzo Mondo, in rapporto stretto con le vicende del conflitto israelo-palestinese, e assai diffusa anche in Europa e in America. Questa ostilità – aggiunge Foa – non è estranea a derive di tipo antisemita, ma è soprattutto rivolta a una critica anche radicale verso la politica dei governi israeliani, alla difesa dei diritti civili dei palestinesi, al loro diritto ad avere uno Stato. Il governo israeliano la identifica tout court con l’antisemitismo (…). E la nostra stessa volontà di combattere l’antisemitismo – continua Foa – sarà resa impossibile dall’uso che ne viene fatto attribuendolo a tutti e individuandolo ovunque. Un uso che, se non lo combattiamo, demolirà la memoria che abbiamo faticosamente costruito negli anni, la renderà inutile, ne cancellerà a lungo andare ogni traccia”.
Purtroppo la battaglia è ardua. Israele, anche senza Netanyahu, nei prossimi anni è destinato a essere governato da una destra che continuerà a utilizzare il termine di antisemitismo impropriamente e strumentalmente, sostenuto in Occidente da una destra che invece nell’antisemitismo ha radici ben profonde. Ma anche in aree politiche diverse non mancano simpatie nei confronti della destra israeliana, per convenienza politica e per avversare la sinistra filopalestinese. In questo intricato contesto, ridare il giusto significato alle parole appare dirimente per condurre un’ardua battaglia politica. Al riguardo il libro di Anna Foa appare uno strumento didattico indispensabile, da adottare nelle scuole, Valditara permettendo.







