Ai tempi della Prima guerra mondiale si poteva barare. Si potevano raccontare le gesta eroiche dei soldati al fronte. Nessuno però diceva che ai cappellani militari italiani veniva proibito di utilizzare la parola “pace” e chiesto di benedire le armi, o che al fronte venivano inviati stuoli di prostitute per tenere alto il morale della truppa. Né tantomeno si poteva raccontare delle esecuzioni di quei soldati che esitavano a rispondere all’ordine di “carica”, fucilati alle spalle dai carabinieri, loro connazionali. I soldati erano mal equipaggiati e male armati, ma dovevano obbedire, andare avanti con i fucili e con le spranghe contro il nemico. Nessuno raccontava dei soldati presi prigionieri e abbandonati al loro destino. Realtà e propaganda che hanno marciato sempre di pari passo, come viene ben raccontato oggi da libri come La grande menzogna di Valerio Gigante, Luca Kocci e Sergio Tanzarella, insegnanti e storici.
Ma perché i soldati venivano sfruttati come schiavi, usati appunto come “carne da macello”? Com’è stato possibile che la propaganda sia riuscita a convincere della necessità di entrare in guerra una coscienza popolare che è sempre stata pacifista, o almeno non interventista? Semplice: perché da sempre i re e i governi hanno voluto “fare le nozze con i fichi secchi”, come scrisse alla fine dell’Ottocento il giornalista e scrittore Edoardo Scarfoglio su “Il Mattino” di Napoli, a proposito della “micragnosità”della famiglia reale, e poi, al tempo delle guerre, i governi sono riusciti a ingannare il popolo. Vincere. Sconfiggere il nemico a tutti i costi. Conquistare il diritto a sedersi ai tavoli delle trattative internazionali attraverso la morte dei sottoposti. Raggiungere la gloria con i corpi degli altri. E nello stesso tempo ottenere la vittoria senza finanziarla, contando sull’eroismo degli operai e dei contadini spediti al fronte. Ma oggi?
Ai tempi della connessione generalizzata e continua, conciliare realtà e propaganda è diventato molto più complesso. Si possono architettare campagne sofisticate, usare i mitici social network e l’intelligenza artificiale per raccontare una storia che non è la vera storia. Si possono ingannare milioni di persone, e perfino dire che il governo non vuole la guerra, mentre si forniscono risorse, armamenti e uomini alla guerra degli altri, nonostante l’articolo 11 della Costituzione. È quello che sta succedendo in questi giorni. Ma, a dispetto della grande macchina della propaganda, che ha ormai sostituito il vero con il falso, c’è sempre qualche falla nel sistema. C’è sempre qualcuno che rompe la “narrazione” dominante, com’è successo con il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, che ha parlato della complicità dei Paesi Nato (Italia compresa) con l’“aggressione americano-israeliana” contro l’Iran. Una palla che gli è stato facile schiacciare dopo le parole del segretario generale della Nato, Mark Rutte, che, nel tentativo di compiacere il presidente guerrafondaio Donald Trump, ha rivelato la notizia di migliaia di voli transitati dall’Europa durante la guerra, e in particolare di cinquecento voli passati dalle basi americane in Italia, per prendere parte all’operazione Epic Fury.
Travolto dalle reazioni politiche e dalle polemiche, Rutte ha dovuto fare una parziale marcia indietro, spiegando che l’Italia non è stata attiva nelle operazioni di guerra, ma ha solo applicato i trattati che regolano i rapporti tra il nostro Paese e gli Stati Uniti. Un trattato segreto con gli americani, che risale agli anni Cinquanta e regola, appunto, l’uso delle basi. Le operazioni logistiche sono di routine. Per usi di natura diversa, serve l’autorizzazione del governo e, in alcuni casi, del parlamento. Negazione dell’autorizzazione che qualche volta è anche stata praticata, come nel caso di Bettino Craxi e la base di Sigonella. Ma tutto questo agli iraniani non interessa. Per loro l’Italia è stata nei fatti cobelligerante, e quindi è considerata un nemico. Il governo italiano è stato costretto a precisare, a cercare di metterci una toppa, come hanno provato a fare il ministro della Difesa, Crosetto, il ministro degli Esteri, Tajani, e ovviamente la presidente del Consiglio, che, a giudicare dall’aumento delle borse sotto gli occhi, non riesce più a nascondere troppo bene la grande difficoltà di avere scoperto che la politica internazionale è qualcosa di più complesso di Temptation Island.
Ci sarebbe da approfondire questo discorso dei rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti. Sarebbe molto interessante cercare di ricostruire la storia dei veri rapporti militari e politici tra l’Europa e il colosso americano. Capire se la subalternità italiana ed europea sia stata una necessità della storia, dopo la Seconda guerra mondiale e soprattutto dopo la guerra fredda. Una ricostruzione riproposta, per esempio, dal generale Maurizio Boni che abbiamo intervistato per “terzogiornale” (vedi qui). Ma nel ragionamento di oggi vogliamo concentrarci su un altro elemento del puzzle. Il problema del finanziamento.
“Poveri, ma bellici” – scherza Roberto Ciccarelli su “il manifesto” a proposito del grande pasticcio sui fondi europei per il riarmo. Mentre il commissario dell’Unione all’Economia, Valdis Dombrovskis, sembra non ricordare di preciso la data di scadenza della richiesta dei fondi Ue per l’Italia, cresce la tensione all’interno della maggioranza meloniana sull’uso del programma Safe, concepito per sostenere le spese dei singoli governi nazionali in vista di quello che oggi si rivela come l’obiettivo impossibile del 5% del Pil. I problemi politici si sono palesati subito. L’Italia aveva inizialmente richiesto l’intera partita dei quindici miliardi, ma poi – incapace di sostenere le critiche dell’opposizione in parlamento e i mal di pancia dell’opinione pubblica – ha ridotto la richiesta a cinque miliardi dei centocinquanta complessivi a livello europeo. E ora è il caos, perché si accavallano le scadenze.
Sul sito della Commissione la data limite per quantificare le richieste è il 29 luglio, mentre fonti comunitarie hanno avvertito che, senza una firma rapida, i 14,9 miliardi opzionati dall’Italia verranno riallocati altrove. L’imbarazzo è grande. “Vedo una polemica sui tempi di Safe – ha detto il ministro Giorgetti –, lo sappiamo perfettamente, non c’è una scadenza da parte nostra per cui dobbiamo decidere quanto e su quali programmi militari che sono già contenuti peraltro nel bilancio dello Stato, utilizziamo questa forma di finanziamento”. Giorgetti ha chiarito, mentre Crosetto spinge per non perdere i prestiti Ue, che ogni aumento di spesa strutturale richiede passaggi complessi. Insomma, sono guai.
Come del resto è già successo nel Regno Unito, dove la nomina di Dan Jarvis a ministro della Difesa ha aperto una nuova fase per il governo britannico, mettendo in evidenza le difficoltà di Londra nel conciliare le ambizioni strategiche globali e i vincoli di bilancio. L’11 giugno il governo guidato da Keir Starmer ha ufficializzato l’arrivo dell’ex ufficiale paracadutista al ministero della Difesa, dopo l’uscita dall’esecutivo di John Healey e Alistair Carns. La questione del finanziamento delle spese militari (sia quelle direttamente legate alle guerre, sia quelle legate al rilancio dell’apparato industriale-militare) è diventata insomma centrale, e condizionerà sempre più la politica europea.
Le agenzie di rating e gli osservatori finanziari scommettono su un andamento a macchia di leopardo. L’aumento della spesa per la difesa in Europa, sostenuto dal peggioramento dello scenario geopolitico, e dalle incertezze sul futuro impegno degli Usa nella Nato, procederà con intensità diverse nei vari Paesi, frenato dalle differenti condizioni fiscali e dalla frammentazione politica. Secondo S&P, per esempio, la maggior parte dei Paesi Nato punta a portare la spesa militare al 3,5% del Pil entro il 2035, rispetto a circa il 2,1% previsto nel 2025, con un incremento medio annuo pari allo 0,2% del Pil. L’evoluzione, tuttavia, sarà molto differenziata. Polonia e Paesi baltici sono già ai livelli più elevati, con una spesa pari al 4,8% del Pil in Polonia, al 4,9% in Lettonia, e al 5,4% in Estonia e Lituania. La Germania, favorita da una maggiore flessibilità fiscale, punta ad aumentare la spesa dal 2,8% del Pil, nel 2026, al 3,5% entro il 2029. Francia, Regno Unito, Belgio e i Paesi dell’Europa meridionale dovranno invece conciliare il rafforzamento dei bilanci della difesa con vincoli di finanza pubblica e altre priorità politiche.
Per i Paesi dell’Europa meridionale, inclusa l’Italia, S&P sottolinea che il raggiungimento del nuovo obiettivo Nato richiederà ulteriori aumenti della spesa. In Italia, gli investimenti per la difesa sono già saliti all’1,9% del Pil, nel 2025, dall’1,6% del 2021, ma serviranno nuovi incrementi per arrivare al 3,5% entro il 2035. A meno che non si prenda un’altra strada. Visto che il ricorso ai soldi pubblici (pagati con le tasse dei cittadini) sarà inevitabilmente limitato (a meno che non si voglia distruggere totalmente il welfare e la scuola pubblica), allora perché non ricorrere al risparmio privato delle famiglie? Torneremo all’“oro alla Patria”?







