All’ultima direzione del partito, la segretaria del Pd ha messo i piedi nel piatto, dicendo senza giri di parole che un pezzo di establishment non la vuole come presidente del Consiglio. Soltanto un pezzo? A voler essere brutali fino in fondo, se Elly dovesse guidare il “campo largo” e vincere le elezioni, la previsione è che la maggior parte di quelli del suo stesso schieramento cercheranno subito di disarcionarla. La verità è che lei – giovane donna che sta con un’altra donna, e poi per il cognome che porta – è una vittima designata della più amara delle discriminazioni. L’apparato del Pd nel complesso la sopporta perché non può contraddirsi venendo meno alla regola (peraltro del tutto inconsistente) delle “primarie”, che lei nel 2023 ha vinto con circa il 54%. E anche perché sanno tutti benissimo che, prima di lei, con i Renzi e con i Letta, il partito era ormai alla frutta.
Ma non c’è solo questo, del resto. Lei è un corpo estraneo rispetto alle tradizioni politiche (chiamiamole così) che hanno dato vita al pasticcio chiamato Pd. Una che si è fatta le ossa prendendo parte alla campagna elettorale di Obama negli Stati Uniti, non ha nulla a che spartire con la Dc e con il Pci. È una liberal, ma non una liberal centrista, perché ha capito (pensiamo anche al travaglio che agita oggi i democratici statunitensi) che non si riesce a contrastare l’estremismo populista delle destre contemporanee con una politica moderata. E senza essere un Mamdani o un Sanders, ha compreso come le ricette socialdemocratiche circa il welfare siano da riprendere e da rilanciare. Se non date, anzitutto a quelli che non si recano alle urne, una ragione per cui votare a sinistra, se insomma perseverate con un neoliberismo appena un po’ meno crudele di quello che passa il convento, beh, perché mai un elettore che tira la cinghia, con una retribuzione da fame, dovrebbe scegliervi? Di qui la sua insistenza sulla sanità pubblica e sul salario minimo; di qui l’apertura a una patrimoniale, che servirebbe a ridistribuire un po’ la ricchezza, e che, anche se non dovesse essere introdotta, potrebbe almeno essere sostituita da altri strumenti fiscali che ristabiliscano la progressività della tassazione.
Per queste sue posizioni – neppure troppo radicali, a dire il vero, solo di buon senso nella situazione attuale –, oltre che per le sue origini ebraiche e per il suo essere, di fatto, un’esponente Lgbtq+, Schlein dovrà battersi con decisione, d’altronde come proprio sta facendo, anche soltanto per restare al suo posto di segretaria di un partito che, già in sé, ha un pezzo di quell’establishment che non la vuole. Il resto, poi, il blocco conservatore “dal basso”, quello dei non pochi proprietari di case votati al parassitismo degli affitti brevi, o il blocco borghese nordista delle piccole e medie imprese, che (con l’esclusione dell’Emilia Romagna) hanno dimostrato a più riprese di preferire il berlusconismo e il postfascismo, o il leghismo di Salvini o Zaia, per la difesa dei loro interessi sono ferocemente contrari a ogni riformismo. Al massimo avrebbero potuto tollerare quello posticcio di Renzi.
Dunque è molto dura la partita, personale e politica, che Elly sta giocando. A volere andare indietro nel tempo, si pensi che, per le elezioni del 2013, l’orrido “Corriere della sera” si mise ad appoggiare perfino i grillini pur di ridurre lo spazio della coalizione “Italia bene comune”, guidata da Pierluigi Bersani e considerata troppo a sinistra. E Bersani era Bersani, non era gay, ed era stato ministro delle “liberalizzazioni”, non certo un promotore dell’interventismo statale nell’economia. Il risultato fu che al Senato non ottenne la maggioranza: il presidente Napolitano – riconfermato dopo il fallimento della candidatura di Prodi alla presidenza della Repubblica, azzoppata dai suoi – diede l’incarico al centrista Letta per un governo di “larghe intese” (le sole che piacciano ai “moderati” di ogni provenienza), il povero Bersani lasciò anche la segreteria del Pd e arrivò lo scalatore Renzi, lo pseudocattolico del momento che fece le scarpe a Letta secondo la migliore tradizione democristiana, e divenne di lì a poco anche presidente del Consiglio. Voilà, il gioco era fatto!
Auguriamo a Elly, abbracciandola, di riuscire se non altro a restare segretaria del suo partito, per quanto pasticciato sia, ammesso (e naturalmente non concesso) che debba lasciare ad altri la leadership del “campo largo”.







