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L’Albania rischia di allontanarsi dall’Unione europea

Edi Rama nel mirino delle proteste, per l’oltraggio all’ambiente e per l’intera sua politica

6 Luglio 2026 Vittorio Bonanni  894

Non è la prima volta che l’Albania, il più piccolo Stato balcanico dopo il Kosovo, è scossa da proteste epocali. La prima fu nel 1991, quando – in seguito alla caduta del regime di Enver Hoxha, morto nel 1985, alle dimissioni del suo successore Ramiz Alia e all’instaurazione di una democrazia multipartitica – decine di migliaia di albanesi, stipati in un mercantile e in altre imbarcazioni, si precipitarono verso le coste pugliesi. Un evento immortalato dalle foto di Luca Turi, Ferdinando Scianna, Vittoriano Rastelli e Mario Carbone. Poi il dramma del 1997, quando, in un contesto ancora caratterizzato da una forte crisi economica, nacquero alcune “imprese piramidali” basate sul famigerato “sistema Ponzi”, che promisero agli investitori guadagni che non ci furono, anche perché queste imprese, o per meglio dire “associazioni a delinquere”, fallirono, gettando sul lastrico centinaia di migliaia di albanesi, già alle prese con una indigenza in gran parte eredità del regime stalinista, ma anche dei pesanti diktat da parte delle istituzioni finanziarie internazionali.

L’evento provocò una vera e propria rivolta armata, che scosse il Paese delle aquile per tutto il 1997, con il governo socialista di Bashkim Fino (presidente era invece il democratico di destra, Sali Berisha) che, contrariamente a quanto effettivamente avvenuto, non si prese alcuna responsabilità. Le elezioni del 29 giugno dello stesso anno furono vinte dal socialista Fatos Nano. Voto disconosciuto dal capo dello Stato, che mise però fine a una rivolta costata almeno seimila morti, le cui ragioni, al di là dell’infame “sistema piramidale”, avevano comunque anche altre radici.

Dopo decenni di relativa tranquillità, caratterizzati da un’alternanza al potere tra i democratici e i socialisti, in un contesto di corruzione e contestazioni, l’Albania cominciò a porsi il problema di un ingresso nell’Unione europea. Obiettivo difficile ancora oggi, a causa della permanente corruzione, del mancato rispetto dello Stato di diritto, e inoltre della propensione alla costruzione di resort di lusso, in particolare in aree protette: politica che viola alcuni princìpi che l’Unione si sarebbe data. Usiamo il condizionale perché, al riguardo, non è tutto oro quello che luccica (vedi il progetto di costruire un campeggio di lusso davanti l’isola di Tavolara in Sardegna, poi ritirato dal governo). Proprio l’indifferenza al tema del primo ministro socialista, Edi Rama, ha provocato, dal maggio scorso, proteste sempre più imponenti contro il piano, presentato nel 2024, che prevede la costruzione – sull’isola di Sazan e a Zvërnec, località costiera nella laguna di Narta – di ville di lusso secondo i piani dell’immobiliarista Jared Kushner, genero di Trump e improbabile inviato di pace in giro per il mondo.

Questa impresa – riguardante un territorio di circa trenta ettari, e che potrebbe produrre migliaia di posti di lavoro – avrebbe un costo di oltre cinque miliardi di euro della Atlantic Incubation Partners, società legata appunto alla Affinity Partners di proprietà del genero del tycoon. Il simbolo della protesta è il fenicottero rosa: “Questo animale – spiega Giorgio Fruscione, ricercatore e redattore editoriale dell’Ispi (Istituto studi politica internazionale) – è infatti tra le specie protette che popolano la zona interessata dal progetto: un’area che ricade nel Parco nazionale del fiume Vjosa e che comprende l’isola di Sazan, dove le foche monache e le tartarughe marine trovano riparo. Ma la protesta – precisa Fruscione – ha un carattere multidimensionale. Oltre che di carattere ambientalista, infatti, è una contestazione diretta della politica interna del premier Rama, di cui si chiedono le dimissioni. E ha anche una dimensione geopolitica, riconfermando come l’amministrazione Trump usi i Balcani per consolidare una prassi che combina diplomazia internazionale e interessi privati”. 

Gli elementi necessari per capire quanto sta succedendo sono tutti interni a un limitato quanto mal gestito modello economico privatistico nell’Albania postcomunista, al cui interno spiccano il turismo e un immobiliare confuso, poco attento alle esigenze della popolazione. Senza dimenticare che, tra le criticità, c’è l’approvazione di leggi speciali senza alcuna discussione tra la popolazione del Paese. Il nodo centrale di questa vicenda, come di altre nel pianeta, si riassume in poche parole: ricchezza sconfinata a fronte di una disuguaglianza da brividi, il tutto coniugato con la possibilità di acquistare ciò che piace come in un negozio. A porre le basi perché questo avvenisse, nel marzo 2024, era stata annunciata una legge speciale sulle aree protette che introduceva il “turismo d’eccellenza”, rendendo possibile la costruzione di immobili a proprio piacimento. Una dimostrazione di come i ricchi sfruttino i più poveri per pochi soldi.

Per facilitare questo quadro indecoroso, “la legge sulle aree protette era stata modificata – precisa Fruscione –introducendo appunto il concetto di ‘turismo di eccellenza’, affinché risultasse meno restrittiva per chi vi volesse edificare. Il governo ha quindi concesso alla Atlantic Incubation Partners lo status di Investitore strategico”. Insomma, attraverso procedure di approvazione accelerate per questi ricconi è diventato tutto più facile. Ma non mancano gli intoppi di carattere burocratico e addirittura penale. “A portare avanti il progetto è la Zvërnec South Adriatic Development, che – precisa il ricercatore dell’Ispi –, secondo un’inchiesta del Balkans Investigative Reporting Network (Birn), è registrata nei Paesi Bassi attraverso una struttura fiduciaria che non rende pubblici i beneficiari finali. Inoltre – continua Fruscione – la stessa inchiesta sostiene che tra i soggetti coinvolti nel progetto vi siano persone con procedimenti penali, controversie patrimoniali o vicende emerse durante il processo di controllo della magistratura”.

Tra questi appassionati dei resort di lusso, non manca un po’ di Medio Oriente, come i fratelli Moutaz e Ramez Al-Khayyat, due potenti magnati del Qatar di origini siriane, a capo della Power International Holding, che dicono di avere aiutato Kushner a finanziare il progetto in Albania, mediante una joint venture con la Atlantic Incubation all’interno della Affinity, come riferisce ancora l’Ispi. Come spesso accade, le mobilitazioni, che apparivano all’inizio circoscritte alla tutela di un’area naturale, sono in realtà il termometro della situazione complessiva del Paese, dell’ostilità degli albanesi e delle albanesi nei confronti del primo ministro. Una rabbia che si è trasformata nella più grande mobilitazione degli ultimi decenni.

In uno scritto pubblicato da “Dolomiti”, giornale online del Trentino-Alto Adige, Gentiola Madhi, ricercatrice presso l’Osservatorio Balcani, Caucaso Transeuropa, sostiene, al pari di Fruscione, che “le prime proteste sono iniziate in maggio nelle aree naturali protette di Vjosa-Narta, poco sopra Valona. Qui, nel corso di aprile, hanno iniziato a operare bulldozer e macchinari pesanti, e nell’area sono apparse recinzioni con filo spinato. Il tutto senza trasparenza da parte delle autorità, in un contesto di particolare importanza per l’habitat della zona. Da questa situazione – continua l’esperta – è nato un primo nucleo di protesta di alcune storiche Ong locali e dei cittadini della zona. Una mobilitazione alla quale si è presto affiancata la contestazione contro il progetto del resort di lusso legato a Kushner, con un mega-investimento di circa quattro miliardi di dollari, che è diventato il simbolo delle politiche di sviluppo turistico promosse da Rama”.

“Inizialmente – spiega ancora Madhi – non ci si aspettava che le proteste raggiungessero dimensioni del genere. Nella seconda metà di maggio le prime manifestazioni che si tennero a Tirana e Valona erano ancora legate principalmente all’ambito regionale, con slogan come ‘l’Albania non è in vendita’ e chiare richieste di informazioni circa le attività dei bulldozer e le recinzioni apparse nella laguna di Vjosa-Narta, oltre che naturalmente in merito ai dettagli del progetto di Kushner. Sotto accusa è finita, in particolare, una legge con cui, nel 2024, Rama ha ridotto i vincoli legati alle aree protette; legge bocciata, tra l’altro, dal parlamento europeo nel corso delle discussioni legate all’allargamento dell’Unione nell’area balcanica”.

L’area in questione riguarda, in realtà, un territorio più ampio – tra Sazan, Valona e Vjosa-Narta – che, secondo Beatrice Manaresi, collaboratrice presso “Orizzonti politici”, “è oggi uno dei luoghi chiave della trasformazione turistica albanese. Per questo la contestazione non riguarda solo una specie animale, né un singolo resort. Riguarda il rischio che aree con un forte valore ambientale, pubblico e simbolico vengano riconvertite rapidamente in destinazioni esclusive, senza garanzie percepite come sufficienti su tutele ambientali, trasparenza e controllo pubblico”. Non mancano poi altre criticità, come a Dardhë, nella provincia di Librazhd, dove i residenti combattono contro la gestione di una diga idroelettrica, che riduce significativamente la disponibilità di acqua. Al riguardo l’urbanista e attivista Doriana Musai – citata dalla testata online “Menti-in-fuga” – chiarisce che “i cittadini non chiedono semplicemente di essere ascoltati dopo che le decisioni sono state prese, ma di partecipare al processo decisionale prima che venga attuato. E questo rappresenta un cambiamento fondamentale nella cultura democratica del Paese”. Altrove, si sono verificate proteste riguardanti un nuovo aeroporto internazionale e un nuovo porto per yacht e megayacht a Valona. Ben presto quella protesta prettamente ambientale è diventata la miccia che ha fatto esplodere un malcontento generale “legato – scrive Madhi – a una mancanza di informazioni riguardo una maggiore trasparenza del governo, in particolare per quanto riguarda le concessioni a investitori di terreni a valori irrisori. Con l’aumentare della partecipazione sono aumentate anche le rivendicazioni: si è iniziato a parlare di bassa qualità della vita e, soprattutto, dell’impatto del turismo sull’economia albanese. Investire in resort di lusso, infatti, dicono i manifestanti, non ha alcuna connessione con il miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini ordinari favorendo, invece, l’aumento dei prezzi”.

Secondo alcuni osservatori, la protesta farebbe pensare a una “generazione Z” albanese. Arlind Qori, docente presso la Facoltà di Scienze sociali dell’Università di Tirana, attivista e leader della formazione di sinistra Bashkë (“Insieme”) spiega su “Menti-in-fuga” che “per noi è centrale la critica all’oligarchia economica. Per le associazioni green la tutela dell’ambiente. Per i liberali i diritti individuali. Per i conservatori la questione nazionale. Ma c’è un riconoscimento reciproco: i punti di convergenza tengono insieme le persone”. Non manca il sostegno della diaspora albanese. E a proposito di diaspora, stando a Madhi, “secondo l’istituto statistico albanese, tra il 2021 e il 2025, sono emigrati dal Paese (malgrado il buon andamento dell’economia, ndr) circa 130mila cittadini, un numero molto significativo, se contiamo che la popolazione albanese è di circa 2,5 milioni di persone”.

Rama, al potere da tredici anni, sta cercando di rendere più attrattiva l’Albania attraverso progetti dannosi per la stessa popolazione, e, paradossalmente, respingenti anche per un turismo di carattere convenzionale. Rama ha poi tirato in ballo l’Iran, che starebbe orchestrando le proteste anti-governative. In una recente intervista al “Financial Times”, ha sostenuto che le manifestazioni contro il progetto Kushner “sarebbero state amplificate da soggetti riconducibili all’Iran”.

Pur essendo inverosimile che una siffatta mobilitazione di massa sia orchestrata da uno Stato estero, è altresì vero che il Paese balcanico ospita numerosi oppositori di Teheran, tanto da essere stato oggetto di un pesante attacco informatico nel 2022, la cui matrice potrebbe essere iraniana. Ma il rischio non risiede certo nel Paese degli ayatollah. Per quanto l’Unione sia piuttosto malconcia, la società civile resta “un attore imprescindibile nello sviluppo democratico di quei Paesi candidati all’adesione all’Unione europea”. “Per Edi Rama – dice Fruscione – l’ironia della sorte ha voluto che le proteste siano scoppiate ai primi di giugno, alla vigilia del vertice Ue-Balcani di Tivat, in Montenegro, che ha riaffermato il futuro europeo dei cosiddetti frontrunners dell’integrazione nella regione, ovvero Montenegro e Albania. Su ambiente e cambiamento climatico – sottolinea il collaboratore dell’Ispi – l’Albania è tenuta ad allinearsi pienamente alla legislazione dell’Unione in questo ambito”. Non pensiamo quindi di sbagliare se diciamo che il futuro di Rama è a rischio. Se, per accontentare Trump e famiglia, ma non solo, rischia di mettere a repentaglio l’ingresso nell’Unione europea, per lui l’aria potrebbe farsi pesante, con possibili conseguenti dimissioni ed elezioni anticipate.

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