Stiamo per conoscere le nuove iniziative di lotta all’ex Ilva di Taranto, al termine di una settimana di assemblee. Il clima di sconfitta si avverte drammaticamente. Il timore non è soltanto che arrivi la sentenza di “condanna” dei giudici di Milano, che potrebbero chiudere l’area a caldo, il 24 agosto (vedi qui), e decretare così la morte dell’ex acciaieria più grande d’Europa. L’ex Ilva è prosciugata, non ha più un euro da investire. Già a fine agosto, e non a ottobre come stimano i più ottimisti, la cassaforte sarà vuota, e la fabbrica morirà.
Dei tre altiforni, uno è sotto sequestro giudiziario, un altro è fermo per manutenzione e, prima di settembre, non succederà nulla. Funziona solo un altoforno, che produce quasi due milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Ma ne servono sei, di milioni di tonnellate, perché il bilancio sia almeno in pareggio. E senza risorse finanziarie anche l’altoforno in funzione sarà costretto a fermarsi.
Insomma, per quei lavoratori e per le famiglie non c’è futuro. Siamo ormai all’epilogo di una lunga storia di un pezzo del Mezzogiorno industriale, che sta esalando l’ultimo respiro. Di un Mezzogiorno ciò nonostante dinamico, che vede aumentare in termini percentuali, rispetto alle altre aree territoriali del Paese, sia il prodotto interno lordo sia l’occupazione più di quanto si immagini. Ma questo non può nascondere l’eutanasia che si sta consumando per responsabilità del governo alle spalle di una comunità. Le assemblee raccontano di una stanchezza, di una sfiducia generale. I lavoratori sanno molto bene che, per loro, c’è solo la prospettiva degli “ammortizzatori sociali”. La loro età media ormai oscilla tra i 45 e 50 anni. Se avvenisse il miracolo, quanti anni dovranno passare perché Taranto torni a produrre? Torni a non essere più una zavorra che ogni mese produce cinquanta milioni di euro di debiti? Torni a non essere più un incubo tossico, producendo inquinamento e danni alla salute e all’ambiente?
Nelle assemblee, nelle riunioni sindacali, c’è la consapevolezza che rimettere in funzione un ammasso di ferraglie è molto complicato. Proviamo a riassumere quello che sta accadendo. Nel governo c’è un braccio di ferro tra palazzo Chigi e il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Siamo all’ultimo capitolo della storia. Urso sponsorizza la cessione della siderurgia pubblica che fu – l’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia – a una delle due società che si sono presentate alla gara: il fondo speculativo americano Flacks e il colosso della siderurgia mondiale Jindal. Ambedue i piani, presentati dai rispettivi concorrenti, sono stati ritenuti dai commissari straordinari della ex Ilva inadeguati, insufficienti. Insomma, inaccettabili. Certificata l’inadeguatezza conclamata, palazzo Chigi è stato costretto ad assumersi in prima persona la responsabilità di gestire la vertenza ex Ilva. E ha preso tempo per cercare nuovi interlocutori, cordate che potrebbero partecipare al percorso di fuoriuscita dalla crisi della siderurgia pubblica. Ma per dirla chiaramente, l’unica àncora di salvezza è la guida pubblica, in joint venture con i privati, per salvare Taranto.
Da ricordare la lettera a palazzo Chigi del presidente di centrodestra della Regione Piemonte, e dei sindaci degli stabilimenti piemontesi del gruppo Acciaierie d’Italia di Racconigi e Novi Ligure, perché si impegni nel salvataggio e in un piano industriale garantito dallo Stato. E già, perché ci sono i tubifici che trasformano l’acciaio in prodotti semilavorati fermi. E sostanzialmente sono in Piemonte e in Liguria.
Questa è la politica nei e tra i Palazzi. Ma c’è un’altra rappresentazione di quello che accade, che non coincide con la contrapposizione tra l’ambientalismo prima di tutto e il lavoro a tutti i costi. Non è così. Magari si potesse dibattere, anche animosamente, sul diritto alla “tranquilla vita” e al “paradiso terrestre”, e sulla necessità di dover far vivere il mostro che vomita lava incandescente. A sentire i delegati sindacali, le stesse organizzazioni dei metalmeccanici, è una “illusione ottica” la contrapposizione tra “la borghesia ambientalista tarantina, che odia la fabbrica”, e i lavoratori che “difendono l’acciaieria”, perché non si fanno i conti con la drammaticità della situazione, che mette a rischio la stessa sopravvivenza dell’acciaieria.







