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Meloni frustrata nella sua ricerca di un capo

7 Luglio 2026 Rino Genovese  933

La foto e la didascalia parlano chiaro: Meloni con lo sguardo della fan estasiata, e la scritta che evoca un “ordine di restrizione”, quello imposto agli stalker cui è prescritto di tenersi a distanza dalle loro vittime. Come dire “fuori dalle palle!”, per usare un linguaggio adatto alla circostanza e al personaggio. Che a tutti gli effetti, e nonostante sia il presidente della maggiore potenza mondiale, è un vecchio disgraziato affetto da un grave disturbo narcisistico della personalità. Non sappiamo esattamente quando la fotografia sia stata scattata: ma, a dire il vero, che il tipo fosse quello che è lo si era capito da tempo, già dal suo primo mandato, solo che, in questo secondo, la sua condizione mentale è andata peggiorando. Purtroppo – c’è da dire – nel bagaglio missino, neofascista o postfascista, una dimestichezza con la psicologia non c’è. Loro sono piuttosto adepti dell’“autonomia del politico” – una cosa che in quanto tale non c’è mai stata, perché poche faccende come la politica sono di continuo sottoposte all’influsso e all’invasione da parte di circostanze “altre”, per esempio quelle economiche, senza dubbio, ma anche facenti parte della psicologia, soprattutto quella di massa. È la giovane adorante alla ricerca di un capo che guarda Trump in quel modo: diciamolo pure, è la militante missina passata dal culto di un leader a un altro.

Badando soltanto alla Realpolitik, connessa con la presunta “autonomia del politico”, si compiono errori madornali. Mussolini aveva compreso che Hitler era uno di cui non fidarsi, attraversato da una lugubre vena di follia, ma, quando vide che la sua “guerra lampo” stava ottenendo grandi successi, non riuscì a fare a meno di accodarsi, con l’idea di arrivare in breve tempo a un “tavolo della pace” a cui potersi sedere. La fortuna non l’aiutò. Mutatis mutandis – e paragonando oggi Trump, per il ruolo che sta giocando nell’internazionale nera, al ruolo di guida svolto a suo tempo dal capo del nazismo – il rapporto di sudditanza che Meloni avrebbe volentieri instaurato con il presidente statunitense, ricorda vagamente quello di Mussolini con Hitler. Con una differenza importante, però: Hitler era un ammiratore del maschio Mussolini, e all’inizio ne era stato un emulo; il sessismo del violentatore conclamato Trump gli impedisce un’identificazione con Meloni, piccola donna arrivata al governo, in fondo, perché i suoi competitori le hanno spianato la strada con l’insipienza della loro politica. Semmai con quello che fu il vero “campione” di Meloni (sebbene anche con lui alla fine si siano registrati dei dissapori), cioè con Berlusconi, se fosse stato ancora in vita, Trump avrebbe potuto trovare una sintonia: dopotutto non era un palazzinaro affarista della sua stessa specie? E non si era fatto anche lui le ossa con le televisioni?

Insomma, nella relazione chiaramente asimmetrica tra Meloni e Trump, tutto il “riconoscimento” andava da Meloni verso Trump. Ora che si è capito che il secondo non la vuole come fan, cosa farà Meloni? Si trova a un bivio: o spostarsi più a destra nell’internazionale nera (anche perché pressata da Vannacci) o stringere ancor più i rapporti al centro, con la sua amica von der Leyen, per esempio, e con i popolari europei che volentieri l’accoglierebbero nel loro gruppo. L’idea di fare “da ponte” tra gli Stati Uniti e l’Unione europea non era una grande politica, ma era qualcosa dal punto di vista della consistenza psicologica che le dava: perché poteva illuderla che, pur nella sua inveterata ricerca di un capo, di un uomo della provvidenza, potesse giocare un ruolo che non fosse puramente passivo. Ora, licenziata dalla molto volubile guida di quello che sarebbe il suo campo, come si posizionerà Meloni? Forse, non da ultimo per calcolo elettorale, troverà sulla sua strada il Bolsonaro italiano? Nel destino di Meloni c’è Vannacci?

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TagsAdolf Hitler Benito Mussolini Donald Trump Giorgia Meloni Rino Genovese Silvio Berlusconi

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