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Tutto l’amianto dell’ex Ilva

Ma siamo alla vigilia dello scontro finale: il 24 agosto, stando alle decisioni della magistratura, a Taranto potrebbero avviarsi le procedure per lo spegnimento dell’area a caldo

1 Luglio 2026 Guido Ruotolo  2379

Sicuramente sono dei visionari, l’associazione dei genitori tarantini e i due avvocati che li assistono, Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano. Visionari e scandalosi, perché pretendono “la protezione di diritti fondamentali e omogenei dei residenti a Taranto e nelle aree limitrofe, oggi gravemente lesi dall’attività produttiva dell’acciaieria”. Doppiamente colpevoli perché contestano “la natura permanente delle condotte lesive che hanno provocato e continuano a provocare un inaccettabile inquinamento causato dalle emissioni provenienti dagli impianti, dall’installazione siderurgica foriera di morti e patologie, anche genetiche”. Spiegano che si sono rivolti alla magistratura “non per accertare il nesso causale tra le morti, le malattie e le emissioni inquinanti. Né chiedono di ottenere un risarcimento”. Il loro obiettivo è un altro: “Che venga eliminata l’attuale ingiusta esposizione al rischio del primario e fondamentale bene della salute individuale e collettiva, e dei diritti umani allo svolgimento di una vita tranquilla”. Insomma, vogliono che Taranto e dintorni cessino di essere ciò che l’Onu ha definito come una delle trenta zone “di sacrificio” sparse nel mondo.

Si sono rivolti ai giudici di Milano, dal momento che le società che gestiscono l’ex Ilva (oggi Acciaierie d’Italia) hanno le loro sedi sociali a Milano. Ma a che punto siamo a Taranto? Ancora di recente si sono tenute assemblee e riunioni all’ex Ilva, mentre il dialogo a Roma purtroppo continua a essere tra sordi, in attesa che il tavolo negoziale si sposti finalmente a palazzo Chigi, anche se fino a oggi non c’è stato nessun contatto tra le parti. Il paradosso – racconta più di un interlocutore sindacalista o esponente delle istituzioni – “è che quando incontriamo a Roma il ministro Urso non sappiamo mai se effettivamente parliamo con lui o con Crozza”. Nell’ultimo incontro di metà mese, il ministro ha fatto letteralmente “spallucce” quando i sindacati gli hanno chiesto che succederà all’ex Ilva tra quattro mesi, quando finiranno le risorse finanziarie disponibili. E se non lo sa lui, chi è in grado di saperlo? Le ultime risorse disponibili ammontano a 149 milioni di euro. I commissari straordinari dell’ex Ilva hanno confermato che si perdono tra i quaranta e i cinquanta milioni al mese, e dunque a ottobre che succederà? Urso dice soltanto: “Il prestito ponte non sarà rinnovato”.

Siamo ormai alla vigilia dello scontro finale. L’ignavia di questo governo, del ministro Urso, dei commissari straordinari, delle cordate fasulle di fondi e società, che puntano solo a speculare sulla siderurgia che fu, è che proveranno a incolpare la magistratura se la situazione dovesse degenerare, cioè se il 24 agosto si dovessero avviare le complesse procedure di spegnimento dell’area a caldo dell’ex acciaieria più grande d’Europa, Taranto appunto.

Mercoledì prossimo, alla Corte d’appello del tribunale di Milano, infatti, si entrerà nel merito del processo che in primo grado si è chiuso con la “condanna” alla chiusura dell’area a caldo di Taranto “salvo allineamento dell’impianto a determinate prescrizioni ambientali”. È la tanto contestata Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 25 luglio del 2025 al centro della censura della magistratura milanese. In realtà, l’ultima Aia ha solo aggravato la situazione dal momento che il primo ricorso – prima sperimentazione in Italia, in assoluto, della class action introdotta dal parlamento nel 2021 – fu promosso il 16 luglio 2021 dall’Associazione dei genitori tarantini. E allora, il 16 settembre 2022, il tribunale di Milano si rivolse alla Corte di giustizia dell’Unione europea per chiarimenti sulla “coerenza” dei decreti salva-Ilva con la disciplina comunitaria, in particolare sulle emissioni industriali”. La risposta è arrivata il 25 giugno del 2024: “L’esercizio dell’ex Ilva va sospeso se dannoso per la salute e ambiente”. E dovrà essere il tribunale di Milano a valutarlo.

Arriviamo a oggi. Il 26 febbraio scorso i giudici milanesi di primo grado hanno stabilito la “parziale disapplicazione dell’Aia”, che ha violato la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 giugno del 2024. E ha posto un termine oltre il quale gli impianti dell’area a caldo vanno fermati, il 24 agosto 2026. In questi giorni – va registrato – i giudici milanesi dell’Appello hanno deciso che le eccezioni procedurali non impediranno l’esame del merito dei rispettivi reclami nella prossima udienza del processo, appunto mercoledì prossimo. E i giudici dovrebbero prendere la decisione finale entro la fine di luglio.

Anche i legali dell’Associazione dei genitori tarantini hanno fatto ricorso contro alcuni aspetti della decisione dei giudici di primo grado. Il punto più scandaloso dell’Aia del luglio scorso, che non è stato censurato dai giudici milanesi, secondo l’avvocato Ascanio Amenduni, è il non avere prescritto la rimozione totale dell’amianto, responsabile dell’asbestosi: “È una violazione gravissima”. “Nel rapporto della Vigilanza sul programma di rimozione dell’amianto si attesta che, sulla base dei documenti presentati dal gestore, si prende atto che la stima complessiva di amianto residuo presente nello stabilimento al 23 agosto del 2023 è pari a 2.140 tonnellate”. “L’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale, afferma che di queste 2.140 tonnellate, 1.691 saranno smaltite secondo il cronoprogramma green, con bonifica possibile solo alla fine della vita tecnica degli impianti che lo contengono”.

L’amianto dell’ex Ilva si trova negli altiforni, in particolare nei cosiddetti “cowper”, che sono torri cilindriche per preriscaldare l’aria soffiata alla base dell’altoforno. Ciccio Brigati, segretario Fiom di Taranto, lancia l’allarme: “In realtà i numeri sulla presenza dell’amianto sono sottostimati, perché nell’immensa area dell’ex Ilva si trova presenza di amianto non censito e che, in alcuni casi, si rinviene durante le attività di manutenzione di interventi strutturali sugli impianti”.

Condivide l’avvocato Amenduni la precisazione della Corte di giustizia dell’Unione europea: “Con una motivazione assolutamente pertinente e fondata ha ritenuto che i valori limite di emissione previsti, in tema di qualità dell’aria, in generale siano irrilevanti in tema di inquinamento industriale, dovendosi impartire le prescrizioni, anche più rigorose, in relazione alla fattispecie concreta”. E dunque, aggiunge l’avvocato Menduni, “la Corte di giustizia europea sostiene che per valutare l’autorizzazione all’esercizio dell’impianto c’è bisogno di una valutazione globale che tenga conto di tutte le fonti inquinanti e del loro effetto cumulativo, in modo da garantire che la somma delle loro emissioni non possa comportare alcun superamento dei valori limite per la qualità dell’aria quali definiti dalla direttiva del parlamento e del Consiglio europeo del 2008”. C’è una preoccupazione, nei legali dei denuncianti. Spiega l’avvocato Amenduni: “Per i giudici del primo grado è sufficiente a evitare la sospensione dell’attività la sola presentazione della domanda di riesame dell’Aia, e non già anche la concreta attuazione delle prescrizioni che dovranno essere attuate a seguito del riesame. In altre parole, al gestore basterà presentare la domanda. Se poi il procedimento avrà durata di anni, o addirittura non dovesse concludersi, l’attività potrà proseguire nonostante sia certo il grave pericolo che reca alla salute e all’ambiente”. Il grave dilemma del governo – sostiene il segretario della Fiom, Brigati – è un paradosso: “L’Aia approvata un anno fa consente a Taranto di proseguire con il carbone ancora per dodici anni in attesa della trasformazione green degli impianti. Se i giudici di Milano dovessero confermare le prescrizioni, serviranno investimenti importanti. E che fine farà la decarbonizzazione?”.

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