Tutt’a un tratto, il Quirinale: si conferma la capacità della destra italiana di dettare l’agenda del discorso pubblico, come ai tempi del Silvio Berlusconi dominatore della politica-show. Cosa significa l’invocazione, da parte della leader indiscussa della maggioranza di governo, Giorgia Meloni, di un presidente della Repubblica “non di centrosinistra”, cioè finalmente di destra? Nella realtà ce ne sono stati diversi, ovviamente, ma nessuno mai che fosse estraneo alla compagine della Costituente e alla comune radice antifascista post-guerra mondiale. È quello l’ultimo muro da abbattere, l’ultimo residuo della storia repubblicana da riscrivere, se non da cancellare. Il più recente, azzardato rilancio di una leadership che, dopo la clamorosa sconfitta al referendum sulla giustizia, era sembrata sull’orlo di una crisi irrimediabile, segnerà probabilmente la lunghissima campagna elettorale in vista delle politiche del 2027 (che si voti ad aprile o alla scadenza naturale dell’autunno, si tratta comunque di una volata che è già partita di fatto il 23 marzo scorso).
Ma cosa significa la mossa di Meloni? Nonostante i sondaggi sulle intenzioni di voto continuino ad accreditare un solido primato al suo partito, la scelta di indicare un obiettivo identitario, una specie di seconda puntata di quella stagione del “riscatto” evocata dalla leader di Fratelli d’Italia immediatamente dopo la vittoria elettorale del 2022, può sembrare un segno di debolezza. Suggerisce l’idea di una scarsa fiducia nel consenso popolare sedimentato dopo cinque anni di destra al governo, con la crisi che morde e le principali riforme (premierato, autonomia differenziata, separazione delle carriere dei magistrati) accantonate, ridimensionate o archiviate del tutto. Al tempo stesso, però, è una scelta strategica che potrebbe rivelarsi vincente, per due ragioni. La prima, perché indica una direzione simbolica, un orizzonte che, nelle intenzioni degli strateghi di palazzo Chigi dovrà aiutare Meloni a posizionarsi al di sopra del dibattito concreto sui risultati del suo governo: la scelta sempre meno popolare della vicinanza a Israele e a Donald Trump, i dazi, la crisi industriale, i salari che ristagnano, il caro-energia, l’inflazione. La seconda ragione è che rappresenta una nuova scommessa sul risentimento diffuso fra gli italiani nei confronti della sinistra. Sinistra intesa genericamente come quell’area dai confini indefiniti, dall’identità ancor meno riconoscibile, ma che tanta parte ha avuto in molti governi degli ultimi vent’anni, compresi quelli di larghe intese che incorporavano parte delle destre, probabilmente i meno popolari della storia repubblicana: Monti, Letta, Draghi.
C’è poi, tra gli effetti collaterali, probabilmente voluti, del proclama di Meloni sulla necessità di un capo dello Stato di destra, uno che ha una importanza strategica per Fratelli d’Italia: mentre le opposizioni lanciano l’allarme sulla riforma elettorale che, col premio di maggioranza, porterebbe le destre molto vicine al quorum parlamentare necessario per conquistare le istituzioni di garanzia, a partire dal Quirinale, la premier segnala ad amici e alleati, che su qualche aspetto della proposta continuano a storcere il naso, che proprio quello è l’obiettivo da perseguire. E che quindi le resistenze striscianti sulla legge, cara a Fratelli d’Italia, devono essere rapidamente accantonate.
Il messaggio sottinteso alle esternazioni della presidente del Consiglio, in fondo, è sempre lo stesso: quello della “pacificazione” necessaria, di antica tradizione missina, che ignora l’amnistia di Togliatti ai corresponsabili del regime mussoliniano e considera quasi una manifestazione razzista la lunga storia dell’arco costituzionale e della conseguente marginalizzazione dei nostalgici neo e post fascisti. Un “riscatto” 2.0, per tornare alle parole di Meloni dopo le elezioni del 2022, buono per galvanizzare gli elettori nonostante la legislatura non sia stata quella marcia trionfale che era parsa all’inizio; ma anche un modo per compattare le forze politiche attorno alla missione della riconferma della coalizione dell’attuale maggioranza, magari riassorbendo l’anomalia del Futuro nazionale di Roberto Vannacci, per ora in libera uscita. Difficilmente quelli che si presentano come la “destra-destra” potrebbero rifiutare un appello all’unità finalizzato a sbarrare la strada del Quirinale all’odiata sinistra (se ci fosse ancora Berlusconi direbbe: ai “comunisti”).
E mentre la destra, dichiaratamente patriottica, non disdegna di tessere rapporti di crescente interdipendenza con la grande finanza – basti pensare, per fare un solo esempio, alla riforma del silenzio-assenso sui Tfr destinata a spostare nelle mani di banche e grandi fondi internazionali il controllo sui risparmi dei lavoratori – la potente orchestra di giornali e tv che accompagna il governo Meloni continua ad alimentare la narrazione della “sinistra” partito delle élite, della Ztl, dei poteri forti cosmopoliti (narrazione strumentale ma non del tutto infondata, se si considera sinistra tutto quell’arcipelago eterogeneo che non sta apertamente con il destra-centro).
Ma a questa narrazione e alla nuova scommessa di Giorgia Meloni come reagiscono le opposizioni? La linea scelta dal campo progressista sembra essere quella di denunciare un’ulteriore forzatura, una nuova richiesta di “pieni poteri”, come quella insita nella riforma della giustizia contro la quale si sono mobilitati gli italiani nel referendum. Sarà bene, tuttavia, che sul tema i gruppi dirigenti e gli strateghi della comunicazione di Pd, 5 Stelle e Avs facciano un supplemento di riflessione: davvero pensano che dopo decenni passati a legittimare gli avversari, tutti gli avversari, a maggior gloria del bipolarismo, sia possibile nuovamente convincere gli elettori italiani che il mirino puntato dalla destra sul Quirinale sia uno scandalo, una pretesa da respingere? Non si parla qui dei settori più politicizzati, radicati nei sindacati e nei partiti, ma degli elettori comuni, dei cittadini alle prese con i problemi di una vita concreta resa sempre più difficile dal susseguirsi di guerre, crisi economiche, tagli ai servizi pubblici. A loro bisogna indicare una prospettiva credibilmente alternativa. Ad apparire scandalizzati dalle pretese della “popolana” di Garbatella, si rischia di ricordare la voce narrante di quella vecchia canzone di lotta: “(…) anche l’operaio vuole il figlio dottore / e pensi che ambiente che può venir fuori”. Col risultato di far identificare gli italiani con quelle pretese, e di regalare un altro quinquennio di governo alle destre.









