Nel giro di pochi mesi, Gadi Eisenkot è diventato il volto nuovo della politica israeliana. Secondo gli ultimi sondaggi, il suo partito Yashar (“Retto”) ha superato la lista comune di Naftali Bennett e Yair Lapid, diventando la principale forza di opposizione a Benyamin Netanyahu. Le indagini di opinione continuano a premiarlo e, per la prima volta da anni, il principale sfidante del premier non sembra essere né l’ex leader di Yesh Atid (Lapid) né l’ex capo del governo, esponente della destra nazional-religiosa (Bennett).
Sessantasei anni, nato a Tiberiade da una famiglia ebraica di origine marocchina e cresciuto a Eilat, Eisenkot ha trascorso quasi tutta la vita nell’esercito. Ha comandato la brigata Golani, guidato il Comando Nord e, infine, è stato capo di stato maggiore dal 2015 al 2019. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, è entrato nel gabinetto di guerra. Durante l’attacco e l’occupazione di Gaza, suo figlio e due nipoti, soldati dell’esercito, sono stati uccisi. I lutti personali e una certa riservatezza – elementi rari a confronto con i modi chiassosi di buona parte del governo e dell’opposizione – hanno contribuito a costruire l’immagine di uomo sobrio e distante dalla politica-spettacolo. Caratteristiche che gli consentono di attirare consensi anche tra gli elettori tradizionalmente vicini al Likud, partito del premier Netanyahu.
La sua ascesa non deve però essere letta come il segnale di uno spostamento verso posizioni più concilianti. Al contrario: Eisenkot appartiene pienamente all’universo sionista e securitario israeliano. Nonostante eviti accuratamente – per non perdere voti tra la destra estrema – di affrontare il nodo dell’occupazione e dei diritti palestinesi, la sua storia e le dichiarazioni, rispetto alla situazione regionale, fanno facilmente comprendere la posizione di Yashar, nel cui programma compare, quasi nascosta tra le righe, l’idea di “tendere alla pace”, ma senza alcuna proposta concreta sul futuro della Palestina e dei palestinesi.
La retorica utilizzata, in queste prime settimane di campagna elettorale, mostra un sentimento anti-arabo che non ha nulla da invidiare ai più estremisti del governo Netanyahu. In un video, Yashar addirittura attacca Netanyahu per presunti rapporti intrattenuti dal premier con esponenti arabi israeliani e palestinesi. Una tipica rincorsa alla retorica razzista della destra estrema. Dal canto suo, il Likud ha risposto prendendo di mira le origini mizrahi (ebrei originari del Medio Oriente o del Nordafrica) dell’ex capo di stato maggiore, e ironizzando sul suo inglese, provocando accuse di razzismo contro l’entourage di Netanyahu.
La differenza tra i due leader non riguarda tanto gli obiettivi strategici, quanto il giudizio sulla loro realizzazione. Eisenkot accusa il premier di avere promesso una “vittoria totale” senza averla ottenuta. Secondo lui, Hamas non è stato sconfitto, le capacità militari del movimento palestinese non sono state eliminate, e il governo non ha mai elaborato un vero piano per il “giorno dopo”. La ricostruzione della Striscia – sostiene – dovrebbe essere subordinata alla smilitarizzazione, e Israele dovrebbe mantenere la responsabilità della sicurezza. Si è inoltre opposto a qualsiasi ruolo di Turchia e Qatar nella gestione futura di Gaza. Posizioni sovrapponibili a quelle dell’attuale governo.
Anche sull’accordo tra Stati Uniti e Iran, le critiche di Eisenkot non nascono da una volontà di ridurre il confronto con Teheran, ma dall’idea che Netanyahu abbia fallito. L’ex generale considera l’intesa una sconfitta per Israele, e denuncia il divario tra le promesse del governo e i risultati effettivamente ottenuti. Lo stesso fanno Bennett e Lapid. Le accuse rivolte via social al premier dai suoi avversari non riguardano l’eccessiva aggressività, le vittime civili, neanche il principio di sopraffazione. Al contrario, la colpa sarebbe quella di non aver convinto Washington a colpire più duramente l’Iran. E non essere riusciti a portare i Paesi del Golfo sulla posizione israeliana o, in alternativa, non avere approfittato della situazione per distruggere le loro più importanti infrastrutture energetiche.
La visione regionale di Eisenkot è quella di un militare che considera Gaza, Libano, Siria e Iran parti di un unico fronte. In Libano sostiene che la guerra non sia stata completata, e che Hezbollah debba essere definitivamente neutralizzato. È lui il teorico della cosiddetta “dottrina Dahiya”, basata sull’impiego di una forza sproporzionata e sulla distruzione delle infrastrutture utilizzate dal “nemico”. Negli ultimi mesi, ha chiesto di garantire piena libertà di azione all’esercito, e ha sostenuto che la smilitarizzazione del Libano meridionale rappresenti una condizione indispensabile per la sicurezza delle comunità israeliane del nord. Non a caso, è proprio nelle località di confine, da Metula a Kiryat Shmona, che il leader di Yashar sta conquistando nuovi sostenitori. Il ritorno degli sfollati e la sicurezza delle comunità settentrionali sono diventati uno dei temi centrali della sua campagna elettorale.
Anche sulla Siria la sua posizione è rimasta costante nel tempo. Già da capo di stato maggiore aveva ammesso pubblicamente il sostegno israeliano a gruppi armati dell’opposizione siriana, giustificando tali operazioni con la necessità di contrastare l’influenza iraniana nella regione. Ancora oggi, continua a leggere Damasco come parte della stessa architettura strategica che collega Hezbollah a Teheran.
Mentre Eisenkot cresce, Netanyahu arretra. Il rapporto privilegiato con Trump, una delle principali risorse politiche del premier, si è trasformato in un problema. L’accordo con l’Iran, le tensioni con Washington, e le critiche provenienti dallo stesso presidente americano, hanno indebolito l’immagine di Netanyahu come uomo capace di influenzare la Casa Bianca. Una parte consistente dell’immensa destra israeliana continua a condividere gli stessi obiettivi del premier, ma non è più convinta che sia lui l’uomo capace di raggiungerli. È questo, probabilmente, il segreto del successo di Eisenkot. Non promette una strada diversa. Promette di percorrere la stessa via con maggiore disciplina, meno teatralità e migliore organizzazione – più forza – militare. Per molti israeliani delusi dal governo, oggi, tutto questo sembra bastare.








