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Home » Zzz-ripubb » Articoli » Rogoredo, l’assassinio di un pusher

Rogoredo, l’assassinio di un pusher

In frantumi il racconto che piace al fronte securitario

18 Agosto 2026 Stefania Limiti  1978

(Questo articolo è stato pubblicato il 23 febbraio 2026)

Si erano subito precipitati a dare solidarietà al poliziotto, sia il ministro dell’Interno effettivo, Matteo Piantedosi, sia l’eterno aspirante, Matteo Salvini, affetti da indomabile voglia persecutoria, ma le cose erano più complesse di come il fronte securitario voleva farle apparire. La morte del giovane uomo di origine marocchina, lo scorso 26 gennaio, nella zona milanese di Rogoredo, Abderrahim Mansouri, detto Zack, ben conosciuto dai poliziotti della zona per le sue attività di spaccio, si configura ormai come un fatto che poteva essere evitato, se il poliziotto che si trovò di fronte non fosse stato lesto a sparare: “Sono dalla sua parte” – disse Salvini –, “subito scudo penale”, fece eco Piantedosi. Un caso perfetto per fare da cornice alla grande cavalcata repressiva che permetterebbe alla destra di attuare una piccola versione di un’odierna strategia della tensione.  

Zack aveva precedenti, oltre che per spaccio, per rapina e resistenza, non era uno stinco di santo, piuttosto una delle tante anime perse che si aggirano nelle nostre metropoli, dedite ad attività criminali: il fatto di esser ben noto agli agenti della zona non è stato sufficiente, nel momento preciso della sua uccisione, ad avviare un dialogo, e tutto si è concluso con un solo sparo alla testa, quasi un’esecuzione. Secondo le prime ricostruzioni, l’assistente capo del commissariato Mecenate, Carmelo Cinturrino, 41 anni, vista una pistola nella mano del giovane che non si fermava all’alt, avrebbe fatalmente scelto di agire. A soli trenta metri di distanza, un colpo mortale. Tutto sembrava già scritto, una scena del crimine perfetta per far partire la solidarietà al poliziotto – con un chiaro sottotesto: “meglio il marocchino a terra che l’uomo in divisa” –, ma poi le cose hanno preso un’altra piega.

Dapprima l’autopsia, resa nota dai giornali lo scorso 4 febbraio: Zack era di spalle, o di fianco, non guardava l’agente sparatore, che dunque aveva manipolato la sua ricostruzione durante l’interrogatorio con il pm, Giovanni Tarzia. Il giovane aveva due evidenti lividi sul naso e sullo zigomo, procurati durante la probabile caduta a faccia avanti dopo esser stato colpito: l’impianto del racconto ha preso così a scricchiolare. L’assistente capo aveva raccontato di aver reagito “per paura”, sparando dopo avere visto Zack puntargli contro una pistola. In realtà l’arma – nella ricostruzione al vaglio della procura – sarebbe stata messa accanto al ventottenne in un secondo momento, dopo che Cinturrino avrebbe detto a un collega di andare a prendere uno zaino al commissariato Mecenate. Tra i nuovi indagati dalla Procura di Milano, oltre a Cinturrino, altri quattro poliziotti presenti, il primo per omicidio volontario, mentre agli altri sono contestati il favoreggiamento e l’omissione di soccorso. Uno dei colleghi, ripreso dalle videocamere di sorveglianza, ha sostenuto di non sapere che cosa contenesse lo zaino, che probabilmente custodiva l’arma. In sostanza, quindi, ci sarebbe stata una messinscena. Altro aspetto da accertare è se l’assistente capo abbia mentito anche sul fatto di avere detto ai colleghi, impegnati sul posto per arrestare un pusher, di avere già chiamato i soccorsi dopo aver sparato. La telefonata al 118 è stata fatta invece solo ventitré minuti dopo la detonazione. Quando i soccorritori sono arrivati sul posto il giovane ancora respirava, è morto alcuni istanti dopo. In quel lasso di tempo, tra lo sparo e l’arrivo del 118, secondo i legali dei famigliari della vittima, il ventottenne, forse, poteva essere salvato.

E non è tutto: alla nuova e inquietante versione dei fatti, che sta prendendo corpo in queste ore, si sono aggiunte nuove testimonianze sulla figura di Cinturrino: neanche lui un santo, addirittura forse un taglieggiatore. Secondo l’inchiesta in corso, questi avrebbe chiesto quotidianamente denaro e droga ad Abderrahim Mansouri – lo raccontano alcuni conoscenti della vittima, ora al vaglio degli inquirenti. Qualcuno avrebbe anche quantificato le richieste, circa duecento euro e cinque grammi di cocaina al giorno. Le stesse richieste avrebbero poi rivolto in modo sistematico ad altri pusher del boschetto di Rogoredo, la più grande piazza di spaccio della Lombardia. Zack avrebbe confidato a una cerchia di persone, alcune delle quali sentite nell’inchiesta, che a un certo punto aveva respinto le richieste di Cinturrino, e da quel momento avrebbe iniziato ad avere paura del poliziotto, indagato ora per omicidio volontario. Di azioni “disinvolte” dell’assistente capo avrebbero parlato anche alcuni testi portati dagli attivissimi legali della famiglia di Mansouri, Debora Piazza e Marco Romagnoli. Voci di “protezione” verso un paio di pusher del Corvetto, di richieste di soldi ad altri. La consulente della procura, che sta esaminando la Beretta di Zack, Denise Albani (la stessa impegnata nelle indagini scientifiche sul caso di Garlasco), ha individuato, tra varie tracce, due profili di Dna identificabili, e depositerà la sua relazione forse già oggi (lunedì 23 febbraio). Se il Dna di Mansouri non fosse sulla pistola, sarebbe la dimostrazione definitiva che la vittima non era armata. Se poi fosse trovato quello di Cinturrino, la sua posizione si aggraverebbe ulteriormente.

La vicenda offre diversi spunti di riflessione, ma a noi pare che il più urgente sia il seguente: la narrazione in chiave ultra-securitaria – malviventi feroci contro poliziotti buoni – non ha dunque funzionato, come non potrà funzionare quella di riserva: le “mele marce” vadano via con pene esemplari. Siamo di fronte a un grave episodio di profonda corruzione di un corpo dello Stato, che ha già dato prove di grandi infedeltà, così come di assoluto spirito di lealtà costituzionale; ma stavolta il punto è che la destra al governo intende usarlo come proprio braccio armato per la gestione di piazze sempre più insopportabili per i piani di Giorgia Meloni, essendo perciò disposta a tollerare ogni deviazione, ogni slittamento della gestione dell’ordine pubblico verso comportanti scorretti e violenti (vedi i recenti fatti di Torino), fino a concepire, per compiacenza massima, uno scudo penale agli agenti, qualsiasi cosa facciano e solo perché agenti. La natura stessa del potere di polizia offre già di suo un piano di ambiguità – l’autorità e la violenza a presidio della legge –, che tuttavia viene risolto e regolato dallo Stato di diritto. Perché, se si scivola verso lo stato di eccezione, che invece sospende il diritto (come sostiene Carl Schmitt, il teorico del nazismo), allora tutto è possibile, come vorrebbero gli allegri interpreti della destra odierna.   

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TagsCarmelo Cinturrino omicidio Mansouri Rogoredo Stefania Limiti

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