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Una casa per il circolo Gianni Bosio?

La giunta comunale romana privilegia la costruzione di un liceo ebraico, e non offre una sede definitiva per le attività cui diede vita il grande ricercatore socialista

3 Luglio 2026 Paolo Andruccioli  1137

A Roma, tra le diverse emergenze rimaste aperte dopo il Giubileo, c’è n’è una minore, ma che la giunta Gualtieri farebbe bene ad affrontare a viso aperto. Il caso della concessione diretta e gratuita, con durata trentennale, che Roma Capitale ha deliberato mettendo a disposizione (senza bando e a titolo gratuito) lo spazio dell’ex convento Sant’Ambrogio alla comunità ebraica, per la costruzione di una scuola privata paritaria all’interno dell’ex ghetto. Una polemica cresciuta sulla base di un’inchiesta giornalistica del “Fatto quotidiano”, che ha attribuito a un noto imprenditore israeliano la paternità del piano di ristrutturazione milionario, che, a quanto pare, non si regge solo sui tradizionali fondi filantropici. Lo scandalo non riguarderebbe tanto la presenza di un imprenditore privato, quanto la natura della sua attività. Le cronache lo hanno definito il “re dell’azzardo”, perché la sua società gestisce, direttamente o indirettamente, siti di scommesse e casinò online. Una faccenda che non è rimasta circoscritta alle normali polemiche politiche e alle tensioni inevitabili che le scelte di governo di una capitale comportano. Sul caso, dovrà infatti intervenire a giorni il Tar del Lazio.

Il tribunale è stato coinvolto dal ricorso presentato da diverse associazioni contro l’assegnazione dell’immobile monumentale ex Rialto-Sant’Ambrogio alla comunità ebraica per la nuova sede del loro liceo. L’immobile – tre piani rimasti inutilizzati dal 2017, dopo essere stato per anni sede dello spazio sociale Rialto e di una fitta programmazione artistica e musicale indipendente – dovrebbe diventare ora la nuova sede del liceo scientifico parificato Renzo Levi. Le associazioni che hanno presentato il ricorso si sono chieste come sia stato possibile che il Campidoglio abbia potuto considerare come “valorizzazione del patrimonio” un’operazione che poggia su risorse provenienti da un settore di affari molto discutibili dal punto di vista morale: una scelta che negherebbe, poi, le tante promesse fatte alla collettività in tema di cultura e partecipazione popolare.

La storia recente del complesso di via di Sant’Ambrogio è cominciata con una ferita: lo sgombero, ordinato undici anni fa dall’allora commissario Francesco Paolo Tronca, dello spazio autogestito Rialto. Eravamo in epoca Raggi, la sindaca dei 5 Stelle. In quell’occasione, furono cacciate realtà storiche come il circolo Gianni Bosio e la Scuola di musiche e culture popolari, custodi dell’Archivio sonoro Franco Coggiola (il più importante archivio di storia orale d’Italia). Ora tutto quel patrimonio è collocato presso la Casa della memoria a Trastevere, mentre i corsi dell’unica scuola popolare dedicata alla musica popolare sono cessati del tutto, e altre attività si sono svolte occasionalmente, ospitate in spazi diversi senza più continuità e senza più aggregazione sociale.

Al tempo, ai responsabili delle associazioni vennero comminate multe milionarie per i mancati introiti del Comune, mentre alle associazioni e ai cittadini, che protestavano per la perdita di un presidio di cultura plurale e accessibile a tutti, fu raccontata una mezza verità: il palazzo sarebbe andato alla sovrintendenza archeologica. E nello stesso tempo furono fatte promesse per una soluzione positiva di nuovi alloggi, capaci di ospitare le attività culturali. Invece niente. Nessuno si è più occupato, da allora, delle possibili soluzioni, e il circolo Gianni Bosio si è “salvato” solo per l’interessamento e la buona volontà di vari soggetti politici, che hanno fornito ospitalità. Ma la questione, con le notizie che sono circolate in questi giorni, si è riaperta come una ferita non curata.

In occasione dei festeggiamenti del centenario dello storico liceo Cavour, le cronache hanno registrato, per esempio, l’episodio di uno scontro verbale tra il sindaco Roberto Gualtieri e uno studente del liceo, che, secondo le notizie riportate dall’agenzia Dire, avrebbe accusato pubblicamente il Comune “di essere complice di Israele, uno Stato terrorista”. “Se abbiamo a cuore questa cosa – avrebbe urlato il giovane studente – facciamo un passo in avanti. Ci sono migliaia di firme di cittadini romani che chiedono l’interruzione della concessione. Facciamo in modo che Roma Capitale, la città della Resistenza, la città liberata dai partigiani, non sia complice del genocidio in Palestina. Ascolti gli studenti e ascolti i cittadini”. E il sindaco, alquanto irritato, ha chiesto di essere ascoltato: “Questa è una fake news, una cosa falsa, se lei mi porta le carte le dimostro che non è vero. State dicendo cose false, sediamoci e parliamone con le carte in mano. Sarebbe gravissimo se fosse vero, ma per fortuna non è vero”.

Sia il sindaco Gualtieri sia l’assessore al patrimonio, Tobia Zevi, hanno sempre difeso la scelta. “Siamo orgogliosi di aver lavorato per trasformare un luogo abbandonato in una nuova scuola – ha dichiarato Gualtieri – L’immobile a Sant’Ambrogio era inutilizzato da quasi dieci anni, e sarà finalmente ristrutturato”. Anche Tobia Zevi si dice “estremamente soddisfatto di avere proposto questa delibera approvata dalla giunta capitolina”. E ha ringraziato il sindaco per avere colto questa opportunità e supportato il progetto. “Ci sono molte ragioni per apprezzarlo – ha spiegato Zevi –, la valorizzazione di un immobile pubblico, la sua ristrutturazione, la collaborazione tra istituzioni. Ma voglio sottolineare una conseguenza per la vita della nostra città: nel centro storico minacciato dall’overtourism si apre una nuova scuola, che significa rafforzare la comunità esistente, a due passi dal vecchio quartiere ebraico”.

Ora le carte sono nelle mani del Tar, che dovrà esprimersi in una sentenza che assume un’importanza politica evidente. Un passaggio delicato per la giunta Gualtieri, che finora è riuscita a superare tanti scogli e a uscire indenne dal Giubileo, nonostante le ricorrenti polemiche sui cantieri ancora aperti. Ma a parte tutte le questioni più o meno morali sollevate dal ricorso delle associazioni, quello che a noi interessa sottolineare è l’aspetto della storia legato alla politica culturale. Come mai anche una giunta aperta e di centrosinistra, come quella guidata da Gualtieri, non ha sentito l’esigenza di risolvere la questione di una locazione definitiva per il circolo Gianni Bosio e per l’ex Rialto?

“Dopo il 19 luglio 1943, Roma è di nuovo sotto bombardamento. Ma stavolta sono bombe intelligenti – intelligenti al quadrato, che colpiscono selettivamente l’intelligenza della città. In nome della legalità e dell’economia di mercato”, aveva scritto al tempo dello sgombero Alessandro Portelli, storico della cultura orale, presidente del circolo Gianni Bosio. “Il bombardamento di sgomberi e chiusure, multe esorbitanti, folli arretrati, concessioni non rinnovate – scrisse Portelli –  fa deserto di realtà di lavoro sociale come il Celio Azzurro o il Centro culturale curdo Ararat, esperienze storiche di lavoro culturale, come la Scuola di musica di Testaccio, il circolo Gianni Bosio, la Federazione italiana di musica antica, concessioni non rinnovate, occupazioni storiche, assegnazioni deliberate e mai eseguite, che hanno salvato dal degrado e dalla rovina edifici abbandonati e offerto servizi che le istituzioni non potevano o non volevano dare, centinaia di esperienze, migliaia di persone che sono il sale della democrazia partecipata, dell’intelligenza collettiva, della bellezza sociale di questo Paese”.

Portelli aveva parlato allora di un “disastro”, nel quale confluiscono due schiaccianti “convergenze parallele”. “La prima è il disastro della politica. Da quando la scomparsa di ogni progetto e idealità ha trasformato la politica in pura gestione del potere e spalancato così le porte alla corruzione fino alla tragedia di Mafia capitale, ogni decisione politica è diventata sospetta. Così, gli amministratori anche perbene (ce ne sono molti) non se la sentono di prendersi responsabilità di niente – non possono o non osano dire ‘questo progetto mi interessa, lo sostengo’, oppure ‘questa associazione è utile alla città, lasciamola lavorare’. Invece – spesso anche per la debolezza politica e culturale e la mancanza di orgoglio di tutto un ceto politico emergente – finiscono per proteggersi dietro procedure puntigliose e regole di gestione falsamente neutrali”.

È ancora così? La politica non sa distinguere tra le iniziative di valore culturale? Possibile che in una città dove le polemiche su CasaPound sono eterne, non ci sia una casa per il circolo che ha preso il nome da Gianni Bosio, il ricercatore (1923-1971) che ha segnato la storia della musica popolare, il promotore culturale ben raccontato nel libro di Valerio Strinati, Le barricate e il Palazzo. Pietro Nenni e il socialismo italiano nel dialogo con Gianni Bosio?

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