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Il tribunale di Peter Thiel

Cos’è “Objection.AI” e perché inquieta il giornalismo

3 Luglio 2026 Marianna Gatta  699

Due occhi dipinti sembrano fissarti attraverso lo schermo, per poi distogliere lo sguardo. È l’inquietante biglietto da visita di Objection.AI, una nuova start-up che si propone come un vero e proprio “tribunale privato” guidato dall’intelligenza artificiale, nato con l’ambizioso, e controverso, obiettivo di giudicare la veridicità dei media e contrastare i giornalisti “che non dicono la verità”.

Il servizio ha un prezzo di partenza tra i duemila e i cinquemila dollari, grazie ai quali chi si è sentito mal rappresentato o danneggiato da articoli giornalistici, può richiedere l’attivazione di un processo di fact checking e di un verdetto virtuale. Dapprima si attiva un’investigazione umana, cioè un team, composto da quelli che la start-up definisce “i ricercatori più qualificati” (tra cui ex agenti Cia, Fbi, d’intelligence militare e giornalisti investigativi), raccoglie documenti, testimonianze e atti ufficiali sul caso presentato; poi il materiale viene analizzato da diversi sistemi di intelligenza artificiale, sviluppati dai colossi della Silicon Valley, come OpenAI, Anthropic, Google e xAI. Questo tribunale d’intelligenza artificiale, valuta l’accuratezza della ricerca e la veridicità dei contenuti, per emettere un giudizio numerico (nel gergo “Honor Index”, “indice d’onore”), che dovrebbe misurare l’attendibilità dell’articolo. Ancora, l’intelligenza artificiale stila una lista dei giornalisti in base all’affidabilità dei contenuti firmati.

Non stupisce che, tra i casi affrontati dalla piattaforma, prima della sua momentanea chiusura, figurino questioni fortemente divisive e proprie dell’universo dell’estrema destra statunitense, come le accuse del senatore Bernie Sanders a Benjamin Netanyahu. Objection.AI appare infatti come uno strumento tutt’altro che neutrale. La piattaforma è stata fondata dall’avvocato australiano Aron D’Souza e finanziata dal miliardario Peter Thiel, che in precedenza avevano collaborato sulla causa legale che portò al fallimento del blog statunitense Gawker, per la pubblicazione di un filmato pornografico dell’ex wrestler Hulk Hogan, simbolo repubblicano.

Peter Thiel, com’è noto, è un imprenditore controverso, con idee tutt’altro che democratiche (vedi qui). Nel 2016 ha donato più di un milione e mezzo di dollari ai gruppi pro-Trump e, secondo il Revolving Door Project che studia i legami tra le grandi aziende e il sistema politico, ha anche fornito credibilità all’attuale presidente degli Stati Uniti di fronte ad altri investitori e personaggi di spicco della Silicon Valley. Non solo: è stato il fondatore di Palantir Technologies, l’azienda di software che fornisce i sistemi operativi all’Ice, ed è legata a stretto giro allo Stato di Israele. Nel 2024 ha firmato una nuova partnership strategica con Tel Aviv, e l’altro ceo, Alexander Karp, ha pubblicamente sostenuto che le sue tecnologie sono servite per “uccidere dei terroristi”.

Sarebbe quindi fuorviante considerare Objection.Ai come uno strumento di utilità pubblica e democratica. Alla testata statunitense “The Intercept”, l’avvocato D’Souza ha giustificato la nascita della piattaforma con una retorica populista anti-élite, basata su critiche all’editoria tradizionale e alla fragilità attuale dell’informazione: “Credo che nessuno sia davvero felice dello stato del giornalismo. I modelli di business sono crollati, i giornalisti sono sottopagati e i comitati editoriali riflettono i pregiudizi dei pochi miliardari che li possiedono, come i Murdoch o i Sulzberger”. I dati sembrano dargli ragione. Un sondaggio Gallup rileva che solo il 28% degli americani dichiara di fidarsi dei media, il dato più basso di sempre, con un crollo verticale della fiducia anche tra l’elettorato democratico, scesa al 51%.

Tuttavia, la constatazione di una crisi del sistema non avalla l’introduzione di strumenti dalle profonde contraddizioni e falle metodologiche. D’Souza accusa il giornalismo moderno di nascondere i dati sottostanti e le prove. In realtà, il data journalism fa già ampio uso di piattaforme pubbliche, come GitHub, dove le redazioni pubblicano codici e dataset per permettere a chiunque di verificare le inchieste. Al contrario, gli algoritmi di Objection che emettono le sentenze rimangono una scatola nera impenetrabile e proprietaria. Non solo, ma il sistema di fact checking della piattaforma penalizza fortemente le fonti anonime, posizionandole all’ultimo gradino in una scala di credibilità, a favore dei soli documenti ufficiali. Secondo D’Souza la presenza di testimonianze anonime nelle inchieste è “una delle più grandi asimmetrie di potere nel mondo moderno”. Eppure, è spesso l’unico scudo che permette agli informatori, i whistleblowers, di denunciare i crimini delle multinazionali miliardarie o di governi autoritari senza subire ritorsioni devastanti. Ricordiamo per esempio il caso di Chelsea Manning, ex soldato statunitense, tra i primi a fornire a Wikileaks le informazioni sulle irregolarità e i crimini nelle azioni di guerra in Iraq, che finì per essere condannata (nel frattempo ha cambiato genere) a trentacinque anni di carcere. Oppure, per rimanere negli Stati Uniti, si pensi al rischio che hanno corso le giovani donne che hanno denunciato Epstein.

Eliminare la credibilità delle fonti anonime significa, di fatto, sterilizzare il giornalismo investigativo, che, in molti casi, porta a cause legali fondamentali per la giustizia sociale. Tra l’altro, Objection.AI, consente di rimanere anonimi agli investigatori. È accaduto su uno dei primi casi trattati dalla piattaforma: The Public vs. Hannah Broughton. La giornalista del “The Mirror” era stata messa sotto indagine per avere ripubblicato un’inchiesta di un’altra testata, “The Western Edge”, sulle condizioni di lavoro in Amazon. D’Souza ha difeso questa scelta, affermando che la manovra serviva a proteggere l’investigatore da tentativi di corruzione da parte di soggetti potenti, ma rivelando un doppio standard evidente: fonti anonime vietate ai giornalisti e invece concesse ai loro detective privati.

Infine, ci si fida ciecamente di un giudice AI, considerando l’intelligenza artificiale foriera di verità assolute. Uno studio di due giuristi dell’Università di Chicago, spesso citato dallo stesso D’Souza per dimostrare l’imparzialità dell’intelligenza artificiale, evidenzia un limite enorme: sebbene i modelli linguistici applichino le regole scritte in modo estremamente coerente, citando i precedenti il 99% delle volte contro il 61% delle giurie tradizionali, agiscono in un vuoto morale e sociale. I giudici umani hanno storicamente fatto progredire il diritto proprio disobbedendo a parti di leggi ingiuste, o prendendo in considerazione tutte le sfaccettature etiche di un caso specifico, mentre un’intelligenza artificiale non può affrontare i dilemmi morali né comprendere il contesto sociale di un’inchiesta.

Inoltre, come spesso accade con le nuove tecnologie, si presentano degli strumenti come super-partes, si invita a riporre una fiducia a priori in un sistema sovrumano di algoritmi e dati, scordandosi – o lasciando intendere intenzionalmente – come siano di proprietà di aziende statunitensi ben precise. Su molte questioni, per esempio il genocidio a Gaza, le chat bot AI di OpenAI e Google, rimangono vaghe o danno risposte superficiali. Se si presenta Objection.AI come un tentativo di democratizzare la giustizia mediatica, si dimentica che è di proprietà di personaggi tutt’altro che lineari, come appunto Peter Thiel, e che può facilmente diventare uno strumento di pressione legale in mano a chi possiede i capitali necessari per attivarlo. In un’epoca in cui la libertà di stampa è sempre più minacciata dalle querele temerarie, un tribunale privato algoritmico, finanziato da miliardari legati alla tecnologia militare e della sorveglianza, difficilmente può rappresentare una soluzione neutrale.

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