Le elezioni legislative del 23 settembre offrono più di uno spunto di riflessione sullo stato della società in Marocco. In un Paese in cui il potere effettivo, a dispetto della Costituzione e di un parlamento, è esclusivamente nelle mani del re, la campagna elettorale e i risultati hanno un valore del tutto trascurabile rispetto al dato della partecipazione al voto. La narrazione delle elezioni, da parte di un sistema della comunicazione sotto stretta sorveglianza del regime monarchico – come sanno bene i giornalisti, gli attivisti dei social e i militanti dei diritti umani che marciscono nelle galere del re – serve certo in patria, dove però nessuno è fesso, ma soprattutto all’estero per mantenere l’illusione di una democrazia.
I dati ufficiali danno un tasso di partecipazione del 38,02%, la percentuale più bassa degli ultimi vent’anni, riportando il Paese al livello delle elezioni del 2007, quando si registrò il 37%. Allora si disse che la più bassa partecipazione mai registrata era dovuta alla mancanza di trasparenza, allo scarso potere del parlamento e dei partiti, che aveva disincentivato soprattutto i giovani. Lo scenario si è ripetuto, ma il fatto che i giovani siano stati ancora una volta i grandi assenti è dovuta a precise ragioni: alla recente crisi di Ceuta, alle proteste della generazione Z di un anno fa, alle proteste per Gaza, come vedremo, e all’assenza dei giovani nei partiti. Un mese fa, Ceuta ha messo in evidenza che se decine di migliaia di giovani accettano di mettere a rischio la propria vita e sfidare il tratto di mare per approdare a nuoto sulla costa dell’enclave spagnola, è perché il loro Paese non dà loro alcuna prospettiva. Un anno fa, i giovani della generazione Z (vedi qui) hanno protestato contro il potere e la mancanza di risposte su questioni cruciali come l’educazione, la sanità, il lavoro e la corruzione. Avevano di fronte ai propri occhi il modo in cui le possibili risposte erano dirottate altrove: verso i giganteschi investimenti per la Coppa d’Africa di calcio – poi vinta a tavolino dal Marocco, all’inizio di quest’anno –, e verso i futuri campionati mondiali del 2030, in condominio con la Spagna e il Portogallo. In un anno, non solo non sono arrivate le risposte, ma il movimento di protesta, come quelli analoghi degli anni scorsi, è stato duramente represso. L’astensionismo registra questa disillusione, che cozza contro il trionfalismo del discorso ufficiale su un Marocco diventato prima potenza industriale del continente – ma distribuendo soprattutto disuguaglianza, in un processo di modernizzazione a tappe forzate, che lascia dietro di sé macerie sociali.
Secondo la Costituzione, il re Mohammed VI deve scegliere il capo del governo tra gli esponenti del partito arrivato in testa alle elezioni. Senza sorprese, il più votato è risultato il Partito dell’autenticità e della modernità (Pam), con 97 sui 395 seggi in palio. Il Pam, fondato nel 2009 da Fouad El Himma, il consigliere più vicino al re, ha visto, nel corso dell’ultimo anno, entrare nei suoi ranghi diversi dirigenti di altri partiti in cerca di affermazione, stante l’evidente calo di fiducia nel capo del governo uscente, Aziz Akhannouch, del Raggruppamento nazionale degli indipendenti. Akhannouch, da sempre in odore di conflitto di interesse essendo l’uomo più ricco del reame – dopo Mohammed VI, s’intende –, su indicazione del palazzo ha rinunciato “spontaneamente” a ripresentarsi alle elezioni, tanto il suo governo aveva perso popolarità. Il suo partito è stato punito ed è arrivato al secondo posto (66 seggi), tallonato dall’Istiqlal (65 seggi), il più vecchio partito marocchino. I tre partiti sono obbligati ora a una coalizione, come nella scorsa legislatura, per mettere insieme, con i loro 228 eletti, la maggioranza dei 395 seggi della Camera dei rappresentanti e formare un nuovo governo.
Un altro segno della protesta è stato la resurrezione del Partito della giustizia e dello sviluppo (Pjd) di ispirazione islamista, che aveva diretto i governi per un decennio, dal 2011 al 2021, anno del suo clamoroso insuccesso. Risalito dai 21 seggi del 2021 agli attuali 54, prima ancora di conoscere la formazione del nuovo governo, il Pjd ha dichiarato di porsi risolutamente all’opposizione per i prossimi cinque anni. Nel parlamento sono entrati quattordici partiti, su ventisette liste in lizza, che fotografano la frammentazione politica e soprattutto la debolezza intrinseca dei partiti politici marocchini. L’astensione della maggioranza degli elettori significa una perdita di fiducia nei loro confronti, che si accentua tra i giovani: solo il 4% di questi si è iscritto alle liste elettorali (contro l’8% nel 2021). I partiti hanno difficoltà a rinnovarsi, e, ancora una volta, pochi sono stati i giovani candidati nelle liste dei partiti, fatto che ha costituito un ulteriore incentivo all’astensione.
La campagna elettorale e la vita parlamentare sono certo animate dal dibattito politico, dall’emergere di leadership che forniscono molta materia prima ai social e ai media. Ma il dibattito e le scelte, nel sistema di potere in Marocco, hanno limiti ben precisi. Alla discussione pubblica sono sottratte tre materie fondamentali: la monarchia e la persona del re, poi l’islam – il re ha il titolo di “comandante dei credenti”, ed è quindi la più alta autorità religiosa –, infine la sovranità nazionale, che oggi coincide con la questione del Sahara Occidentale (vedi qui). Inoltre, il re sceglie, oltre al capo di governo, anche i ministri più importanti come quelli dell’Interno e degli Esteri. La critica al loro operato è consentita, ma con dei limiti precisi, perché dietro c’è pur sempre il re. Lo dimostra il caso di Gaza. La popolazione marocchina, come quella dei Paesi arabi, è dalla parte dei palestinesi, e aveva già male sopportato la normalizzazione con Israele grazie agli accordi di Abramo del dicembre 2020, sottoscritti in cambio del riconoscimento, da parte del primo Trump, della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Dopo il 7 ottobre e il genocidio a Gaza, l’appoggio a Israele è diventato ancora più insopportabile, benché Tel Aviv fornisca armi, tecnologia e investimenti a Rabat. Così il dissenso su Gaza è sistematicamente contenuto e represso. Nell’astensione ha certamente giocato questo insopportabile posizionamento del re, di conseguenza del parlamento e del governo, nello scacchiere mediorientale.
Il re, però, non è per il momento in questione, proprio grazie al parlamento e al governo. Nei fatti, chi governa è lui, mentre il governo si limita ad amministrare; ma, se la politica del governo è impopolare, il re si fa scudo del governo, che del resto può revocare in qualsiasi momento. In uno scenario internazionale così complesso e instabile, col Paese in una condizione sociale degradata e precaria, il re si gioca la popolarità della monarchia. Non è detto che possa trovare uno scudo governativo sufficientemente forte in una classe politica non proprio dedita al bene comune.









