L’incerta pausa nella guerra con l’Iran sembra spingere la diplomazia statunitense a cogliere un successo riconoscibile, quello che l’avventura iraniana in cui è stata trascinata da Tel Aviv non le ha concesso. Gli Usa sembrano voler rilanciare i colloqui in vista della soluzione del conflitto nel Sahara Occidentale, complice l’annuale Forum di Oslo sulla mediazione dei conflitti armati, chiuso il 12 giugno, e che ha visto tra l’altro la discussione sulla questione, con la partecipazione dell’inviato personale del segretario generale dell’Onu per il Sahara Occidentale, Staffan de Mistura, e del consigliere speciale di Trump per gli affari arabi, mediorientali e africani, Massad Boulos.
Venti di guerra continuano però a soffiare sul Sahara Occidentale, dove, dall’occupazione marocchina di cinquant’anni fa, la pace non c’è mai stata. L’ultimo episodio è quello dell’uccisione mirata di un alto ufficiale dell’esercito del Polisario e di altri due militari sahrawi nei pressi del muro che divide in due l’ex colonia spagnola per proteggere l’occupazione. La principale vittima, Lehbib Mohamed Abdelaziz, non era solo il giovane comandante della Prima brigata di riserva, e membro del segretariato nazionale del Fronte Polisario, ma anche figlio del defunto leader del Polisario, Mohamed Abdelaziz, scomparso dieci anni fa. A ucciderlo, mentre dirigeva un attacco contro il “muro della vergogna”, com’è chiamato dai sahrawi, un drone lanciato dall’esercito marocchino. La coincidenza dell’uccisione, lo stesso giorno 7 giugno, con l’arrivo nei campi profughi sahrawi dell’inviato Onu, Staffan de Mistura, dà a questo attacco un alto valore simbolico e politico.
La vittima è stata scelta con cura: il figlio dell’ex leader del Polisario simboleggiava, al tempo stesso, la nuova generazione di combattenti e di dirigenti politici in quanto membro della massima istanza politica del movimento di liberazione. L’attacco è indice, quindi, della non disponibilità del Marocco a una vera trattativa sulla questione sahrawi, o della sua volontà di sabotarla. Probabilmente Rabat si era augurata una reazione del Polisario che potesse addossare ai sahrawi stessi l’indisponibilità alla trattativa. La visita dell’inviato dell’Onu de Mistura si è invece svolta regolarmente, è continuata con l’incontro con il ministro degli Esteri algerino, e dovrebbe proseguire nei prossimi giorni con l’interlocuzione con il Marocco e con la Mauritania.
I media marocchini sottolineano la ripresa dell’attivismo della diplomazia americana come un segno della determinazione di Trump nel porre fine al conflitto in un senso favorevole a Rabat. Del resto, Trump aveva già riconosciuto, al termine del suo primo mandato, nel 2020, la marocchinità del Sahara Occidentale, in cambio dell’adesione del Marocco agli Accordi di Abramo e della normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Israele. Non solo, ma fin dall’inizio della ripresa dei colloqui tra Marocco e Polisario su impulso americano, nel gennaio di quest’anno, ha cercato di sviluppare una narrazione di resa dei conti e di sostanziale cedimento del Polisario e del suo principale alleato – l’Algeria – a Trump, e di conseguenza alla monarchia marocchina. Dopo la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ottobre scorso, Rabat e i suoi alleati sostengono come esclusiva materia di discussione un piano di autonomia per il Sahara Occidentale, nel quadro della sovranità marocchina.
Fin dalla fine dello scorso anno, la posizione del Polisario è stata molto chiara: ferma restando la necessità di negoziare il contenuto di un eventuale accordo, ciò che conta è che qualunque soluzione esso preveda – dunque anche l’ipotesi dell’autonomia – sia sottoposta al vaglio del popolo sahrawi. I negoziatori e le istituzioni del Polisario dichiarano l’impossibilità di sostituirsi alla volontà del loro popolo. Proprio su questo – con una monarchia “parlamentare”, ma che concentra nel re Mohammed VI i poteri essenziali – Rabat dimostra tutte le sue contraddizioni. Una soluzione imposta con un atto autoritario smentisce tutte le premesse di un’ipotetica “autonomia”.
Intanto, nei territori liberati, il Marocco porta avanti una discreta pressione militare colpendo sia civili che alti gradi militari, come già accaduto nel settembre 2023, con l’uccisione del comandante della 6a regione militare e, nell’aprile 2021, del comandante della gendarmeria sahrawi. Strumenti di queste azioni sono i droni militari, per i quali Rabat ha fatto sia grandi acquisti sia grossi investimenti. Turchia, Israele, Usa e Cina sono i maggiori fornitori di droni al Marocco; Tel Aviv e Ankara vi hanno impiantato unità per la fabbricazione di droni e hanno permesso a Rabat di dotarsi di una fabbrica per produrli autonomamente.
Nei territori occupati, il Marocco prosegue con la repressione nei confronti dei nazionalisti sahrawi. Il caso più eclatante è quello dei prigionieri di Gdeim Izik, il “campo della dignità”, eretto non lontano dalla capitale El Aiun, nell’ottobre-novembre 2010, e che fu la prima manifestazione di quelle rivolte popolari (vedi qui) che l’anno seguente travolgeranno alcuni regimi nel mondo arabo, dal tunisino Ben Ali al libico Gheddafi, passando per l’egiziano Mubarak. Il leader di quel gruppo di attivisti, Naama Asfari, in prigione da quindici anni dopo un processo farsa, ha lanciato, una settimana, fa l’ennesimo sciopero della fame, nel silenzio delle autorità marocchine e dei governi. Quale “autonomia” possono attendersi i sahrawi da una monarchia di non diritto?










