È il 6 aprile del 2025. Siamo alla Fortezza da Basso di Firenze, dove si celebra il congresso della Lega. La foto circola ancora su Internet, è di quelle “iconiche”, espressione ampiamente abusata ma qui inevitabile. Roberto Vannacci e Matteo Salvini sono quasi abbracciati, fra le mani giunte dei due c’è la tessera della Lega appena consegnata all’eurodeputato e futuro vicesegretario del partito: per promuoverlo alla carica di vertice è stato cambiato lo statuto abolendo il requisito dell’anzianità di iscrizione. In uno slancio di servilismo, talora involontario, i giornalisti continuano a chiamare Vannacci con l’appellativo di “generale”, alimentando la sua immagine di uomo estraneo ai partiti e alla politica di palazzo: l’ennesimo, dopo Silvio Berlusconi, Antonio Di Pietro, Matteo Renzi, Beppe Grillo.
Non a caso, a poco più di un anno da quell’abbraccio, un sondaggio di Swg per La7 certifica la crescita inarrestabile di Futuro nazionale, la nuova creatura politica di Vannacci stimata al 5,3% al pari del partito di Salvini; un’altra rilevazione, YouTrend per SkyTg24, attribuisce a Futuro nazionale addirittura il sorpasso nelle intenzioni di voto, 5,9 contro 5,8%. Le sirene di allarme risuonano al massimo volume nel quartier generale salviniano, ed è ormai impossibile coprire le tensioni interne con la retorica unitaria sui “valori”. Salvini giura che di Vannacci non gli importa nulla, che i conti si faranno nelle urne elettorali, quelle vere, ma apre a “una riflessione sul vincolo di mandato” dato che “c’è gente che ha cambiato tre partiti”. E soprattutto – dato che il leader di Futuro nazionale sta “scippando” un po’ alla volta amministratori locali e parlamentari al partito di origine, che appare evidentemente poco attrattivo, alla luce del calo nei sondaggi –, in vista delle prossime elezioni politiche, un’eventuale vittoria del centrosinistra, per quanto per ora non pronosticabile, rischia di ridurre ai minimi termini la rappresentanza parlamentare dei leghisti.
“Siamo un po’ stanchi, tutti i giorni, di guardare i sondaggi di Vannacci”: in questa reazione alle domande dei cronisti da parte di Massimiliano Romeo, capogruppo leghista al Senato, segretario della Lega lombarda, una sorta di pontiere fra il leader e la Lega nordista dei “governatori” Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga, alla quale è maggiormente legato, c’è una rappresentazione realistica del disagio che si vive nel partito. C’è addirittura chi si diverte a disseminare striscioni per le città italiane con la scritta “Zaia segretario”. I salviniani di stretta osservanaza cominciano a reagire: in una recente riunione lombarda, proprio Romeo e il presidente della Regione, Fontana, sono finiti nel mirino per le ricorrenti punzecchiature nei confronti del segretario. Da mesi, cresce la pressione nei confronti del leader, soprattutto perché venga riconosciuto un ruolo di primo piano a Zaia, che, dopo aver dovuto rinunciare alla carica di presidente quasi a vita del Veneto, a causa del “no” degli alleati alla liberalizzazione del terzo mandato (bocciato anche dalla Corte costituzionale), e dopo avere trascinato la lista leghista a un clamoroso 36% nelle ultime regionali, non intende certamente accontentarsi della poltrona di presidente del consiglio regionale.
L’ultima offerta, quella della “cabina di regia” territoriale, che muove i primi passi in questi giorni e che dovrebbe affiancare il vertice della Lega, è stata informalmente respinta al mittente dai fedelissimi del doge: che ci sta ma non lo considera un cambiamento significativo negli assetti del partito. I nordisti vagheggiano una “doppia Lega” federata sul modello del Patto Cdu-Csu in Germania, ma Salvini avverte: “Lo statuto non cambia”, se ne parla fra tre anni, al prossimo congresso. Lo scontro con Zaia rientra, a suo giudizio, nella categoria delle “beghe giornalistiche”: il che sembra dimostrare una qualche difficoltà ad affinare la narrazione sintonizzandola con la realtà del partito.
Tramontata, almeno apparentemente, la speranza di Salvini di tornare a fare il ministro dell’Interno (con quale motivazione si manderebbe via Matteo Piantedosi, indicato a suo tempo proprio dalla Lega e di cui è ormai dimenticato anche il passeggero scandaletto rosa?), il vicepresidente del Consiglio prova un rilancio personale facendosi votare, così riferisce lui stesso, da cinquemila elettori milanesi ai gazebo leghisti per il candidato sindaco. Resta inchiodato ai suoi compiti di responsabile delle Infrastrutture e dei Trasporti, ma anche su questo versante le soddisfazioni per lui sono assai magre. Proprio nei giorni scorsi, un’altra giornata nera del traffico ferroviario lo ha costretto a far filtrare la sua “irritazione” nei confronti di Trenitalia. Irritazione un tantino contraddittoria con la frequente rivendicazione dell’impegno profuso nell’apertura di cantieri che, ovviamente, concorrono in modo significativo alle inefficienze del trasporto pubblico. Di recente, anche le inchieste giudiziarie sul Ponte e sui lavori per le Olimpiadi di Milano-Cortina hanno messo in questione, anche se in via preliminare, la credibilità della sua gestione ministeriale.
Insoddisfatto, sempre meno popolare anche fra i suoi, assediato dai sondaggi e dalle indagini della magistratura, Salvini per ora difende il suo “partito nazionale”, la svolta in direzione del cosiddetto sovranismo che lo ha portato a rilanciare una Lega che ha rilevato nel 2013 in profonda crisi (4% alle politiche) fino ad arrivare al clamoroso 34% delle europee del 2019. Il partito è spaccato ma nemmeno Zaia, con la sua visione di un rilancio del movimento “nordista”, appare come un credibile leader in grado di aggregare tutto il partito attorno a sé.
Per ora, quindi, al segretario basta l’appoggio dichiarato del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, uomo dalle fortissime relazioni con il potere economico e con le centrali decisionali europee ma dal modesto carisma personale: “Matteo Salvini è stato eletto dal congresso un anno fa e ora sta ascoltando tutti poi deciderà lui cosa fare…”, ha spiegato qualche giorno fa tirandosi fuori dall’elenco dei potenziali congiurati. I quali, secondo le letture più maliziose dei retroscena giornalistici, alla fine potrebbero scegliere di attendere che i risultati delle prossime politiche mettano fine, con la durezza dei numeri, all’avventura della Lega “Salvini premier”, come senza troppa modestia è stato ribattezzato il partito che fu di Umberto Bossi.








