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La troppo lunga storia del 41-bis

E se si cominciasse a discutere della sua abolizione?

23 Giugno 2026 Guido Ruotolo  928

“Gazzetta del Mezzogiorno”, sabato 20 giugno: “Bari, un drone che trasportava 700 grammi di droga, cinque schede Sim, un telefono, cavetti di ricarica e auricolari è stato abbattuto la notte scorsa dalla polizia penitenziaria nel carcere di Bari”. “Fanpage”, 3 aprile scorso: “Napoli, scoperto il sistema dei droni potenziati per portare droga e telefoni in carcere. Ai piloti tremila euro a viaggio”. Carceri colabrodo. Chissà perché non si schermano i penitenziari, gli istituti di pena, impedendo così le conversazioni ai cellulari tra i detenuti e l’“esterno”. Mistero. Con le nuove tecnologie, che non esistevano nel 1992, quando il 41-bis entrò in vigore, oggi le comunicazioni tra “dentro” e “fuori” le carceri sarebbero più controllabili.

Altro discorso sono i passaggi di messaggi tra “dentro” e “fuori” attraverso la complicità del personale carcerario, dei legali o dei familiari dei detenuti, ove gli stessi non venissero documentati dalle registrazioni audio e video dei colloqui (non quelli dei legali). E questo problema (di ricatto o corruzione) esisteva ieri come esiste oggi, e riguarda le sezioni del 41-bis come tutte le altre.

Di questo stiamo parlando. Del 41-bis necessario per isolare i boss detenuti, per impedire che comunichino con la rispettiva organizzazione, o clan, di riferimento. Non è fuori luogo chiedersi, a questo punto, se non sarebbe il caso di aggiornare le conoscenze sullo stato dell’arte delle varie mafie. Che ancora esistano è fuori discussione. Idem che alcune abbiano cambiato pelle. Che per esempio Cosa nostra, a un certo punto, diciamo dal 1994, si sia “inabissata”, non abbia avuto più bisogno di risolvere i conflitti uccidendo – anche questo lo confermano le statistiche, i numeri.

Bene, di fronte alla complessità e all’evoluzione del fenomeno criminale e terroristico non sarebbe il caso di promuovere un’assise nazionale di studio e di proposta circa i nuovi strumenti necessari per fronteggiare le organizzazioni criminali contemporanee? Perché si preferisce perseverare con strumenti che ormai non tranquillizzano più l’opinione pubblica, come il 41-bis? C’è un filo nero che considera “il trattamento carcerario speciale” più come un intervento repressivo che preventivo.

L’avvocato Giuliano Dominici – nel libro-denuncia Barriere di vetro, della Camera penale di Roma – ricorda che, nel periodo del terrorismo degli anni Settanta e Ottanta, “si fece un ampio e disinvolto ricorso al trattamento carcerario speciale, all’articolo 90 dell’Ordinamento penitenziario”. “Alberto Franceschini, un brigatista della prima ora, ricorda il soggiorno all’Asinara, nel luglio 1977: ‘La conoscenza con quello che si intendeva per carcere speciale la facemmo presto. Mi misero in cella insieme a Piero, senza mangiare, senza bere. Era un caldo torrido, dai rubinetti non veniva nemmeno l’acqua, era tutto asciutto. In due giorni i carabinieri di Dalla Chiesa avevano tradotto nelle sette prigioni speciali appena aperte, e con la stessa tecnica del prelevamento serale e del trasporto in elicottero, almeno 600 detenuti’”.

Torniamo al presente. Alcuni numeri. Secondo la tabella del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, al 7 aprile scorso, nelle carceri italiane, erano detenute 63.940 persone. Al di là delle condizioni di vita intollerabili per il sovraffollamento delle celle e per la fatiscenza delle strutture, erano 741 i detenuti al 41-bis e 9.264 quelli reclusi nelle sezioni “alta sicurezza”. Nessun 41-bis è detenuto nelle regioni Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata e Toscana. A occhio e croce, il 90% delle regioni di provenienza dei detenuti mafiosi al 41-bis.

Quando entrò in vigore, dopo la strage Borsellino, il 41-bis prevedeva la sospensione totale delle visite di terzi, della partecipazione alle attività ricreative e sportive, del diritto di telefonare, del lavoro interno al carcere, della possibilità di acquistare alimenti da cucinare in cella. Era concessa solo un’ora al mese di colloquio con i familiari, attraverso un vetro divisorio blindato e sigillato. Naturalmente la posta veniva passata al vaglio della censura.

Per dirla con Marcello Bortolato, presidente del tribunale di sorveglianza di Firenze, “il 41-bis nasce per tranquillizzare l’opinione pubblica e alimentare la collaborazione” dei mafiosi con lo Stato. Ma – sottolinea Bortolato – il 41-bis comunque “è uno strumento di estremo rigore che determina una forte compressione di fondamentali diritti della persona”. Ed è evidente la difficoltà tra il dovere garantire le esigenze preventive e quelle di tutela dei diritti individuali.

Allora, in quello scorcio drammatico della fine del secolo scorso, di fronte alla minaccia del terrorismo mafioso, e dunque ai pericoli per la democrazia repubblicana, si sorvolò sulla violazione dei diritti costituzionali per i cittadini mafiosi o terroristi. Ma quanto doveva durare il pericolo, la logica emergenziale? Dieci anni dopo, il parlamento fu costretto a prendere atto che, dopo tanto tempo, non si poteva più parlare di emergenza, e il 41-bis fu stabilizzato. Alla fine del 2002, e poi nel luglio 2009, furono apportate modifiche all’impianto originario. Nell’agosto 1992, al ministero della Giustizia si ipotizzava che, potenzialmente, potessero arrivare a cinquemila i detenuti da sottoporre al 41-bis. Nell’aprile 1993 una circolare dell’allora direttore del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), Francesco Di Maggio, ipotizzò la creazione di un circuito di massima sicurezza per circa cinquemila detenuti per reati di mafia. Al 9 novembre scorso, al 41-bis erano detenuti, tra gli altri, 229 camorristi, 206 della ’ndrangheta, 197 di Cosa nostra.

Prima che fosse neutralizzato e costretto alle dimissioni per gli affari disinvolti con un riciclatore mafioso, il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, aveva elaborato il piano Kairos, secretato per motivi di sicurezza, per concentrare tutti i detenuti al 41-bis in sette penitenziari di massima sicurezza, il più possibile isolati anche da un punto di vista geografico. E se invece si ragionasse per arrivare all’abolizione del 41-bis? In discussione non dovrebbe esserci la liberazione dei mafiosi “per buona condotta”, ma rendere civili e rispettose dei diritti civili le sezioni di “alta sicurezza”.

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