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Home » Editoriale » Regno Unito, le stelle cadenti e quelle (forse) nascenti

Regno Unito, le stelle cadenti e quelle (forse) nascenti

24 Giugno 2026 Agostino Petrillo  787

La pallida stella di Keir Starmer, che mai ha brillato di particolare luce propria, si è consumata e spenta nel giro di nemmeno due anni. Sembra ieri che il Labour stravinceva le elezioni prospettando un’inversione di tendenza nella politica britannica a lungo dominata dai conservatori. Ma, nel lasso di tempo che ci divide da quel luglio 2024, sono andate bruciate molte speranze. La cautissima politica di Starmer ha finito per seguire le tracce dei governi precedenti: austerità, atlantismo, sostegno a Israele a tutti i costi. Tagli ai pensionati e al welfare, promesse elettorali di interventi migliorativi mai mantenute. Certo, l’avvocato londinese si è trovato a operare in una situazione oggettivamente difficile, ma ha finito per scontentare tutti, e in particolare i settori popolari, rivitalizzando l’estrema destra di Farage, che pareva estinta. Molto del male che si dice oggi di lui, anche all’interno del suo stesso partito, ha una giustificazione.

Le sue dimissioni non devono quindi sorprendere. Subito dopo la vittoria di Andy Burnham, nelle suppletive di Makerfield, giovedì scorso, la cosa era chiara: il tempo a disposizione di Starmer era scaduto, la sua sostituzione ormai inevitabile. Di lui rimarrà l’immagine di un politico che, pur avendo vinto le elezioni, non è mai riuscito a conquistare davvero il cuore degli elettori. Aveva promesso di riportare calma, stabilità e serietà nella politica britannica, dopo gli anni caotici del rapido succedersi dei governi conservatori. La stabilità e la continuità promesse si sono rivelate però largamente insufficienti sotto il profilo dell’offerta politica e delle necessità del Paese, che aveva bisogno di ben altro. Nonostante la sua abilità manovriera, e il tentativo di rimanere sempre e comunque in sella, Starmer non ha capito che occorreva prospettare un’ipotesi di rinnovamento con un’iniziativa politica maggiore, sostituendo alla narrativa conservatrice qualcosa di realmente nuovo.

Non si è mai invece capito che cosa volesse veramente essere e cosa il suo Labour volesse ottenere.  La traiettoria fatale dell’avvocato ha mostrato che la competenza tecnica, da sola, non basta a tenere insieme un progetto politico duraturo, soprattutto in un’epoca di pesanti trasformazioni sociali e di rivolgimenti nelle relazioni internazionali. Per questo, i suoi consensi nei sondaggi erano scesi da un pezzo ai minimi storici. Il calvario è cominciato con le elezioni comunali del 2025 e del 2026, che si sono rivelate un momento di vera e propria umiliazione per il Labour. E i sondaggi ora dicono che, alle prossime elezioni per la Camera dei comuni, i laburisti potrebbero finire dietro al Reform UK di Farage, in rapida ascesa. Reform UK si è spinto in profondità nelle ex roccaforti laburiste. Il partito ha vinto non solo nelle tradizionali città operaie del nord dell’Inghilterra, ma anche nel ricco sud. In particolare, il crollo dell’ex “muro rosso” ha segnato uno spostamento tettonico all’interno della classe operaia britannica. Molti ex elettori laburisti si sentono estranei a un partito che, sotto la guida di Starmer, si è spostato verso il centro, smarrendo la sua storica identità e perdendo così la sua tradizionale forza di coesione sociale e culturale.

Allo stesso tempo, i verdi hanno guadagnato terreno negli ambienti urbani e progressisti. Soprattutto a Londra, hanno creato una base consistente che, in futuro, potrebbe consentire loro di ottenere risultati significativi a livello parlamentare. Il Labour si trova così in una situazione politica difficile. A differenza del passato, il partito non può più dare per scontato di essere l’unica alternativa ai conservatori.

È questo il quadro in cui entra in scena Andy Burnham. Egli ha qualcosa che a Starmer è sempre mancato: è popolare. Parla la lingua della base laburista, non appare tecnocratico, ma con i piedi per terra, e si pronuncia su di un tema sentito nel partito, ma a lungo tabù, come la vicenda di Gaza. Il sindaco della “grande Manchester”, definito il “re del Nord”, è considerato l’uomo in grado di rilanciare il Labour, sia dal punto di vista programmatico sia da quello comunicativo.

Molti credono che potrebbe essere in grado di unificare le diverse correnti del partito. Allo stesso tempo, gli è stata affidata la missione di riconquistare quegli elettori della classe operaia che, nel frattempo, hanno votato per Reform UK. In apparenza, Burnham rappresenta un ritorno a un Partito laburista più interventista e di sinistra, dal punto di vista economico. Le sue richieste di un ruolo più forte dello Stato e di una politica industriale attiva suonano, per molti, come un ritorno alle tradizionali certezze socialdemocratiche. Questa immagine del “re del Nord” come uomo di sinistra, sia pure soft, contrasta però con un passato che lo vede provenire dall’entourage blairiano, ed è contestata da molti, dentro e fuori il partito. Al di là del blairismo originario – che potrebbe anche essere considerato un peccato di gioventù – le sue vedute non appaiono poi così audaci. Anzi, il rischio è che questo passaggio di consegne tra i due leader si traduca nel classico vino vecchio in bottiglie nuove. Con qualche ragione, Jeremy Corbyn ha osservato che questo cambio della guardia sta avvenendo all’insegna del personalismo, con ridottissimi contenuti politici. Ripercorrere ancora una volta la via usurata delle politiche neoliberali potrebbe avere, però, conseguenze pesantissime in un Paese estenuato dalla Brexit, in preda a una crisi che sta erodendo i ceti medi e immiserendo quelli popolari.

La Gran Bretagna sta per avere il suo settimo primo ministro in soli dieci anni. Un ritmo così serrato non lo si era mai visto nel Regno Unito, ed era forse normale solo in Italia. È espressione di una volatilità politica che il Paese non aveva mai conosciuto in passato. Come abbiamo già rilevato su queste pagine, il tradizionale predominio dei laburisti e dei conservatori sta crollando. Al suo posto, sta emergendo un sistema multipartitico frammentato. Oggi non sono più due, ma cinque, i partiti che competono seriamente per conquistare il favore degli elettori: i laburisti, i conservatori, Reform UK, i liberaldemocratici, i verdi.

Le recenti elezioni amministrative non hanno solo messo in luce una crisi di governo, quindi, ma anche una svolta epocale nel sistema partitico britannico. Ciò solleva una questione istituzionale. Il sistema elettorale maggioritario britannico era stato concepito per un sistema bipartitico stabile. In un panorama a cinque partiti, si producono invece, e sempre più spesso, maggioranze distorte, e crescono i problemi di rappresentanza. Una situazione di frammentazione che potrebbe rendere ancora più complessa e macchinosa l’azione di governo. Intanto, il legame degli elettori con i partiti si sta indebolendo. Le preoccupazioni economiche crescono, e, a destra della stessa destra di Farage, si muove una nebulosa inquietante, con figure come quella del suprematista bianco Tommy Robinson, che cominciano perfino a raccogliere un certo seguito. Il parallelo con la Germania weimariana non pare più così anacronistico. La Gran Bretagna sta vivendo una fase storica convulsa e di crescente frammentazione: regionale, sociale, culturale e partitica. Bisogna solo sperare che la caduta della cometa laburista non preluda a una notte che potrebbe essere veramente buia. Andy Burnham non sarà il messia, ma pare proprio l’ultima spiaggia.

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TagsAgostino Petrillo Andy Burnham elezioni di Makerfield Gran Bretagna Keir Starmer Labour Regno Unito

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