Dopo gli istrionici Bolsonaro in Brasile, Bukele nel Salvador, Trump negli Stati Uniti e Milei in Argentina, l’estrema destra delle Americhe festeggia il suo nuovo campione nella persona di Abelardo de la Espriella, capofila dei colombiani Defensores de la Patria, eletto con poco più di duecentocinquantamila preferenze sul suo diretto avversario Iván Cepeda, del progressista Pacto histórico, successore di Gustavo Petro, primo presidente di sinistra del Paese. Appena appreso il risultato, Trump e il suo segretario di Stato, Marco Rubio, sono corsi a congratularsi, e l’argentino Milei – l’uomo della motosega, conosciuto come el León, mentre Abelardo è soprannominato el Tigre – ha immediatamente pubblicato in X il suo entusiastico commento: “Il Leone e la Tigre ruggiscono in America latina!!!”.
Con l’elezione di domenica, il giro dell’America latina si avvia al completamento. Una destra più o meno estrema ha prevalso in Ecuador con Daniel Noboa; in Bolivia c’è stata la fine del Movimiento al socialismo con l’elezione di Rodrigo Paz; in Cile la vittoria di José Antonio Kast, figlio di un nazista; riconfermato il dominio dei conservatori in Paraguay, e ci sono state anche le affermazioni della destra in Honduras e in Costa Rica, mentre appare ormai certa, in Perù, l’elezione a presidente di Keiko Fujimori sull’avversario di sinistra Roberto Sánchez.
La prima osservazione che si potrebbe fare è che queste vittorie avvengono con uno scarto di voti minimo, come appunto in Perù, dove, in attesa dei risultati definitivi, Keiko è in vantaggio di circa quarantamila voti; e dove il candidato di Juntos por el Perú, Sánchez, ha chiesto alla Giuria nazionale delle elezioni (Jne) di annullare le schede dei cittadini peruviani all’estero per una presunta manipolazione a favore di Fujimori. Nella conferenza stampa di ieri, il candidato di sinistra ha parlato di frode in corso, e ha detto che non riconoscerà la vittoria di Keiko, in queste condizioni. Ma non ha portato prove delle sue affermazioni, convocando una giornata di mobilitazione nazionale per sabato 27 giugno.
La seconda osservazione è che tutte le consultazioni elettorali hanno risentito di una pressione e un’interferenza senza precedenti da parte del governo statunitense, con una sinistra che rimane comunque forte, ma con i cicli politici che sono sempre più brevi, con la gente che vota sempre meno per scelta ideologica e sempre più per spinta anti-establishment. L’America latina, tra il 2021 e il 2022, aveva visto il progressismo vincere in sei delle sette elezioni che si erano tenute, Colombia compresa. Facendo allora parlare di “onda rosa”, mentre ora si affaccia una destra capace di sedurre la gente con le sue promesse di cambiamento e con il suo carattere di novità.
Di quello che originariamente era stato battezzato come il “socialismo del Ventunesimo secolo”, rimane qualche traccia in Uruguay e nel Brasile di Lula, prossimo alle elezioni presidenziali in ottobre. L’ottantenne presidente – che sempre più accusa problemi di salute, a dispetto dell’immagine di sé che vuole comunicare – risulta ancora in vantaggio su Flávio Bolsonaro, figlio di Jair condannato a 27 anni di carcere per il tentato golpe del 2023. Questo stando all’ultimo sondaggio di Datafolha, dopo il recente scandalo dell’estinto Banco Master, che ha travolto Flávio, ma ha coinvolto anche Jaques Wagner, portavoce al Senato del governo di Lula. Facile immaginare le pressioni che l’attuale amministrazione statunitense, da qui a ottobre, potrà esercitare nei confronti del gigante carioca.
Come accaduto in Perù alla figlia del dittatore Alberto Fujimori (che fu condannato a venticinque anni di carcere per crimini contro l’umanità e corruzione), anche nella consultazione di domenica scorsa in Colombia grande peso ha avuto il voto dei residenti all’estero, che ha premiato Abelardo de la Espriella. Avvocato penalista e uomo d’affari di 47 anni, Abelardo brilla sui social network come playboy, per i frequenti voli col suo jet privato, per la sua Rolls-Royce Phantom, e i lunghi periodi nelle sue case a Miami, Bogotà e nella campagna toscana. Oltre a quella colombiana, ha nazionalità italiana e americana. Negli Usa è un elettore del Partito repubblicano. Vicino ai paramilitari, è emerso dal nulla, prendendo in prestito idee da altri leader di destra, dalle mega-carceri del presidente di El Salvador, Nayib Bukele – “mi piace Bukele, ma Bukele sarebbe un boy scout accanto a me, è molto tenero”, ha detto –, ai tagli di bilancio del presidente argentino Milei.
Ha vissuto per più di un decennio a Miami, dove, con la moglie Ana Lucía Pineda, ha comprato una lussuosa residenza, offrendo di sé un’immagine di ricchezza e buon gusto. Da avvocato, ha difeso alcuni trafficanti di droga e David Murcia Guzmán, il creatore della “piramide Dmg”, condannato per riciclaggio di denaro e truffa a danno di migliaia di colombiani; e anche Alex Saab, accusato dalle autorità statunitensi di avere aiutato l’ex presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, a riciclare centinaia di milioni di dollari. La sua idea di base è “combattere e sventrare la sinistra”, anche se, poco dopo avere appreso il risultato, ha detto di voler essere il presidente di tutti, tanto più che l’esito delle urne ha spaccato in due il Paese, negandogli un mandato che possa definirsi forte. La vittoria di stretta misura gli impedisce di imporre una svolta radicale nella politica colombiana, poiché in parlamento potrà disporre a malapena di una propria rappresentanza, che lo costringerà a dipendere dal sostegno della destra tradizionale. Senza basi solide su cui poggiare la sua azione di governo, il timore è che sarà tentato di fare ricorso a sistemi autocratici. Ha esordito ammonendo Petro e Cepeda a non favorire sollevazioni sociali contro la sua elezione, dopo che migliaia di cittadini sono scesi in piazza, a Bogotà e a Cali, per esprimere la loro insoddisfazione per l’esito elettorale. Ma, rivolgendosi agli elettori di sinistra, ha detto: “Non dovranno mai temere di pensare in modo diverso. Il mio scopo sarà conquistare la loro fiducia con i risultati, non con i discorsi”.
Più modesto del suo modello di Washington, non parla della sua elezione come di un ritorno all’età dell’oro, ma soltanto di una nuova era. Prevede di ridurre i diciannove ministeri esistenti a una decina e di eliminare settecentomila impieghi statali. Vuole ritirare la Colombia dalla Corte interamericana dei diritti umani (Cidh) e dall’Onu, che considera feudi della sinistra. Ha dichiarato che consentirà alle forze speciali americane di condurre operazioni antidroga sul territorio colombiano. Abbandonerà la via intrapresa da Petro per l’affrancamento dagli idrocarburi e per la tutela ambientale. Farà ricorso alla mano dura contro la criminalità e contro le residue guerriglie che ancora insanguinano il Paese, data per fallita la politica di Petro, detta Paz total, il cui fine era porre fine ai conflitti armati in Colombia, attraverso negoziati politici con i gruppi guerriglieri e la sottomissione alla giustizia dei clan criminali dediti al narcotraffico. Si propone come un difensore della “famiglia tradizionale”, con una serie di proposte che si ispirano ai suoi alleati evangelici conservatori. Sembrano pertanto fondati i timori che i progressi compiuti dalle donne, dalla comunità Lgbtq+, e dalle minoranze etniche, siano a rischio. La sua elezione rafforza lo Shield of the Americas, di cui la Colombia di Petro, insieme con il Brasile, non faceva parte: un organismo anti-narcos voluto da Trump a cui hanno aderito i vari Stati latinoamericani che si sono inchinati ai voleri del presidente statunitense. Mentre in politica estera il Paese – una delle più importanti economie regionali e storico alleato degli Usa – abbandonerà l’equidistanza che finora Petro aveva cercato di tenere nei rapporti tra Washington e Pechino. È dato per assodato che, per quanto riguarda Israele, il cambiamento rispetto a Petro sarà totale, avendo annunciato sia il suo più convinto sostegno sia di volere spostare l’ambasciata a Gerusalemme. In un tweet del 1° aprile, aveva scritto: “Innoveremo un’alleanza strategica con lo Stato di Israele per affrontare con decisione il narcoterrorismo”.
Gustavo Petro ha accusato Israele di essere dietro a presunte manipolazioni di dati e irregolarità nel pre-conteggio del secondo turno delle elezioni. Gli hanno risposto “The Economist”, che ha descritto l’atteggiamento del presidente uscente come “vergognoso” e “incendiario”, e il procuratore Gregorio Eljach, che ha escluso la frode elettorale: “Non ci sono prove di manipolazione”. Ieri Petro è tornato alla carica chiedendo che sia esaminata l’eventuale nullità del secondo turno presidenziale per interferenza straniera, seguendo lo stesso criterio applicato di recente in Romania. E ha sostenuto che, nel caso colombiano, ci sia stato un intervento dichiarato del presidente degli Stati Uniti, che ha influenzato la sovranità del processo elettorale. Ha inoltre insistito sul fatto che ci sarebbe stata un’alterazione del software delle elezioni.
Andrés Forero, senatore del Centro democrático, che ha già dichiarato di entrare nella maggioranza di de la Espriella, è stato uno dei primi a reagire: “Questo antidemocratico e cattivo perdente, che in un brutto momento è stato eletto presidente, vuole rubare le elezioni. Ci deve essere un rifiuto generalizzato, da parte dell’intero spettro politico e di tutte le istituzioni, e dobbiamo chiedergli di consegnare pacificamente il potere il 7 agosto”.
La partecipazione al voto ha raggiunto il 63, 60%, la più alta da decenni. L’interrogativo ora è come Abelardo vorrà governare un Paese in cui Petro ha concluso il suo mandato con un’alta approvazione, e con i migliori indicatori sociali nella storia recente colombiana, migliorando la vita concreta della gente, pur tra continue polemiche e scandali che ne hanno indebolito la presidenza. Forse l’eredità più solida, che l’ex guerrigliero diventato presidente lascia, è quella di avere trasformato il Paese in un luogo in cui finalmente la sinistra è una presenza accettata, e di avere messo alle spalle un passato in cui essere di sinistra era un motivo sufficiente per essere uccisi. L’alta adesione ottenuta dal fronte progressista, nonostante la sconfitta, potrebbe contribuire alla sua mobilitazione, ed essere un valido freno contro possibili iniziative radicali da parte del presidente eletto.
Solo un mese e mezzo fa, Iván Cepeda era dato favorito, con diversi punti di vantaggio sui suoi concorrenti. Al primo turno la sorpresa: de la Espriella al 43,74%, un vantaggio di quasi tre punti percentuali sul candidato di sinistra, con una partecipazione del 57%, un risultato molto alto per i parametri colombiani. Dallo shock del primo turno, Cepeda ha saputo crescere, conquistando più di tre milioni di nuovi voti, non sufficienti, purtroppo, a fargli superare il numero di quelli andati al suo avversario.
Il risultato del candidato outsider si spiega con l’appoggio della destra tradizionale, con la disillusione per la politica, con il suo gradimento presso i settori finanziari e imprenditoriali, e anche con il rifiuto della persona di Gustavo Petro, che, in campagna elettorale, disattendendo al ruolo che avrebbe dovuto imporgli la neutralità, è intervenuto spesso in maniera controproducente per Cepeda, al punto che qualche osservatore ha sospettato che puntasse più su una vittoria di de la Espriella, per assumere il ruolo di suo massimo oppositore, che su un’affermazione del candidato progressista.
Ruolo centrale in tutta la vicenda elettorale ha avuto, ancora una volta, la violenza, con più di quattrocento casi di aggressioni contro leader politici e candidati, e con l’assassinio, l’anno scorso, di Miguel Uribe Turbay, precandidato presidenziale del Centro democrático. Questo ultimo episodio pare avere spinto de la Espriella a entrare in politica, trovando nella violenza un terreno fertile su cui fare attecchire la sua proposta della mano dura. Alla fine, la campagna elettorale ha fatto perno più sulla paura che sulle proposte su come superarla, con la destra che ha soffiato sui pericoli per la sicurezza che un altro governo di sinistra avrebbe fatto correre al Paese.
Sul piano economico, il Pacto histórico ha messo in guardia contro il rischio che una vittoria della destra avrebbe comportato per i progressi in campo lavorativo, pensionistico e sanitario, e degli avanzamenti sul tema della riforma agraria, realizzati dal governo di Petro. Con la destra che invece ha sfruttato l’incremento del salario minimo, trasformato in un attacco all’impresa e alla proprietà privata. Nel voto di destra, ha pesato anche la paura dell’inflazione e la situazione fiscale del Paese. Mentre forti timori ha suscitato la posizione di Abelardo in appoggio a una strategia estrattivista, basata sul rifiuto della transizione energetica avviata da Petro.
L’austero Iván Cepeda, uomo dei diritti civili e candidato suo malgrado, è apparso più distante dalle basi politiche e sociali di quanto lo sia stato Petro. Ha riconosciuto il risultato del pre-conteggio delle presidenziali, ma ha anche avvertito di volere contestare trentatremila seggi elettorali in tutto il Paese. “Uno per uno dovrà essere oggetto di scrutinio” – ha detto –, sottolineando che si tratta della “più risicata differenza di voti che qualsiasi ballottaggio abbia registrato nella storia elettorale colombiana”. Ma, alla fine, ha riconosciuto la sconfitta.







