Il candidato dell’estrema destra, Abelardo de la Espriella, e quello della sinistra, Iván Cepeda, si sfideranno per la presidenza della Colombia in un secondo turno, il 21 giugno. Senza che nessun sondaggio lo avesse previsto, De la Espriella ha ottenuto 10,3 milioni di voti (43,7%), mentre Cepeda è stato votato da 9,6 milioni di colombiani (40,9%). “Sconfiggeremo la tirannia e l’assolutismo!”, ha dichiarato De la Espriella in un video. E ha chiesto di difendere la democrazia “con la ragione o con la forza”. Che Abelardo de la Espriella sia in testa al primo turno, dice molto sulla Colombia, un Paese in cui l’omofobia, il machismo e il disprezzo per i diritti delle minoranze continuano a mobilitare milioni di persone.
Avvocato di 47 anni, Abelardo de la Espriella brilla sui social network per i frequenti voli col suo jet privato, per la sua Rolls-Royce Phantom, i lunghi periodi nelle sue case di Miami, Bogotà e della campagna toscana. Oltre a quella colombiana, ha nazionalità italiana e statunitense. Vicino ai paramilitari, in passato ha assunto la difesa legale di Alex Saab, ex ministro dell’Industria del Venezuela, che Delcy Rodríguez ha estradato negli Stati Uniti, dove ora è detenuto. Questi, condannato dalla giustizia statunitense per riciclaggio di denaro e cospirazione, era stato graziato da Biden nel 2023 e liberato grazie a uno scambio di prigionieri. Viene generalmente indicato come presunto prestanome di Nicolás Maduro.
In campagna elettorale, Abelardo ha adottato il soprannome di “Tigre”. Secondo Alejandro Chala, politologo dell’Universidad nacional de Colombia (Unal), è un candidato indefinito, la cui forza si spiega con la mancanza di una linea ideologica precisa. Il risultato è che la sua ambiguità gli ha permesso di riunire una coalizione eterogenea di elettori alla ricerca di un progetto ultraconservatore. “Abelardo, al di là del carisma, è un significato vuoto: un contenitore di diverse tendenze vicine alla destra radicale”, sostiene Chala. “Dietro di lui, convergono riservisti e pensionati dell’esercito, settori delle chiese neopentecostali ed evangeliche, alcune élite regionali e libertarie della scuola austriaca, in stile Milei”. Il candidato dell’ultradestra è l’erede di Rodolfo Hernández, l’ingegnere presentatosi, quattro anni fa, come una sorta di Trump alla colombiana, uscito sconfitto nella lotta elettorale contro Gustavo Petro. Secondo il politologo Ricardo García Duarte, in Colombia, tra i tre e i tre milioni e mezzo di voti risultano ancora fluttuanti, il che potrebbe determinare il risultato finale. Dal momento che, come ha ricordato García Duarte, in un dibattito della rivista “Razón pública”, “nel primo turno si vota per chi ti piace”, “nel secondo, il calcolo è impedire che vinca quello che temi di più”.
Il presidente uscente, Gustavo Petro, ha detto che non accetta i risultati del pre-conteggio e che aspetterà il controllo definitivo del tribunale. Analoga la posizione di Cepeda e della sua compagna di formula, Aida Quilcué. Iván Cepeda ha fatto sapere che richiederà la verifica di presunte incongruenze nel processo elettorale prima di pronunciarsi sui risultati definitivi della giornata. Ma, martedì 2 giugno, la Registraduria nacional de Colombia, l’ente incaricato dell’organizzazione delle elezioni, ha confermato che il conteggio ufficiale dei voti del primo turno delle elezioni presidenziali “registra un livello di coincidenza del 99,94%” rispetto al conteggio iniziale, a poche ore dalla chiusura delle urne.
Ritornando a De la Espriella, la cui idea base è “combattere e sventrare la sinistra” – un mix tra Nayib Bukele, con la sua vocazione megacarceraria, e la motosega di Javier Milei (prevede di ridurre i diciannove ministeri esistenti a una decina ed eliminare settecentomila impieghi statali) –, ha chiesto agli Stati Uniti di “vigilare” sul secondo turno. In virtù del fatto che Trump è il primo interessato al ritorno della destra al potere – il che è confermato, del resto, dall’esplicito endorsement arrivato per il secondo turno –, dato che in Colombia si gioca la prima elezione che definirà i nuovi rapporti di forza nella regione, con la seconda prossimamente in Brasile.
Il risultato delle elezioni ha segnato anche un flop personale per Paloma Valencia, la candidata dell’ex presidente Álvaro Uribe, che ha ottenuto 1,6 milioni di voti, cioè il 6,92%, molto meno del 15% previsto dai sondaggi. Seguita da Sergio Fajardo e Claudia López, rispettivamente con il 4,3% e l’1%. Valencia ha annunciato il suo sostegno a De la Espriella. Stessa cosa ha fatto l’ex presidente Álvaro Uribe.
Con il problema della sicurezza come tema centrale della campagna elettorale, hanno votato più di ventitré milioni di persone, circa il 56% degli aventi diritto. Circa quattrocentomila persone hanno votato scheda bianca, l’1,7%. Altri 240.000, l’1%, hanno annullato il voto. I voti non assegnati sono stati 47.000, lo 0,2%. Anche questa volta – come già nel 2022, quando la partecipazione alle elezioni passò dal 55% del primo turno al 58% del secondo, il che oggi vorrebbe dire 1,5 milioni di voti – la presidenza non si deciderà da come si distribuiranno i voti di Fajardo o Valencia, ma dalla capacità di riportare al voto il 47% degli astenuti. Se nel ballottaggio la partecipazione aumenta di un 2-3%, sotto la spinta della polarizzazione del secondo turno, il candidato progressista deve tener ben presente che vince quando la periferia, le realtà urbane intermedie e i giovani, si mobilitano in massa.
La destra non ha ottenuto una vittoria espansiva, ha messo in campo un’operazione di salvataggio che ha avuto successo. L’elettorato conservatore ha votato sotto la spinta del panico. Constatando che Paloma Valencia non prendeva il volo, mentre Cepeda si consolidava al 40%, ha lasciato al suo destino le istanze moderate del Centro democrático, e ha abbracciato De la Espriella per proiettarlo al secondo turno, come l’unico in grado di arginare il candidato del partito di governo del Pacto histórico. Una grande maggioranza di elettori uribisti ha optato per abbandonare anticipatamente Paloma Valencia, al fine di evitare che vincesse Cepeda, spostandosi a favore del candidato meglio posizionato, cioè Abelardo de la Espriella, che così raggiunge valori molto alti. L’elezione si è polarizzata prima del tempo.
La buona notizia per Cepeda è che De la Espriella ha esaurito le sue riserve di voto utile già al primo turno, dato che il suo 43,7% di voti non è una rampa di lancio, ma è il tetto di quanto potrà ottenere al ballottaggio. Con la percentuale ottenuta da Paloma Valencia, il candidato ultraliberista otterrebbe la vittoria, sulla carta, con il 50,64%. La missione del progressismo, in queste tre settimane prima del ballottaggio, allora non è solo di crescere, ma anche di rompere il quadro. Per conquistare la presidenza, Iván Cepeda deve “depetronizzare” la sua campagna senza perdere il contatto con la realtà. Con il suo 40,9%, ha dimostrato che la base ha resistito alla naturale erosione dell’attuale amministrazione. Ma, per vincere, la campagna non può diventare un plebiscito sull’operato di Petro. Se il dibattito rimane ancorato al passato, quando invece è urgente indicare il futuro, la sconfitta è inevitabile. Petro però lascia la presidenza con un’alta approvazione, e con i migliori indicatori sociali della Colombia nella sua storia recente. Il primo governo di sinistra della storia colombiana ha fatto bene, migliorando la vita concreta della gente, con un presidente che non ha mai rinunciato alla disputa ideologica e non ha ceduto ai neoliberali. Il risultato è che Petro, con il suo governo, potrebbe avere cambiato le coscienze di una grande parte dell’elettorato, in un Paese storicamente dominato da un potere conservatore e profondamente oligarchico.
Ciò detto, Cepeda deve affermare la propria identità. È un uomo del mondo accademico, dei diritti umani e delle procedure legislative. Di fronte all’atteggiamento teatrale e all’intransigenza di un avvocato penalista, come De la Espriella, Cepeda deve proiettare l’immagine di uno statista sereno. Accantonare la narrazione del “cambiamento contro la continuità”, a favore della “maturità costituzionale contro il salto nel vuoto”, rappresentato da De la Espriella. Pensare che il 6,92% di Paloma Valencia andrà automaticamente a De la Espriella sarebbe un errore, dal momento che il suo elettorato è eterogeneo, composto non solo da uribisti radicali, ma anche da tecnocrati, dai giovani della classe media e da coloro che detestano lo stile e il personalismo del populismo di destra. Sarà fondamentale costruire urgentemente relazioni con i settori moderati di quella coalizione, parlando il loro linguaggio sulla stabilità economica, sul rispetto della proprietà e sulla certezza del diritto. Sarà necessario parlare anche agli elettori moderati che hanno votato per Sergio Fajardo e Claudia López, a cui si dovrà garantire che non ci sarà una Costituente – un progetto ipotizzato da Petro, che preoccupa parte dell’elettorato –, convincendoli del grave pericolo che rappresenta Abelardo. Cepeda dovrà cimentarsi in un difficile equilibrio: prendere le distanze dal presidente su alcune questioni per attirare voti, pur continuando a mobilitare i sostenitori di Petro nel ballottaggio.
Scegliendo l’outsider De la Espriella, le élite economiche hanno dato mostra di preferire il fascismo quando l’alternativa è la sinistra. Anche se con la sinistra al governo i loro affari hanno prosperato. Abelardo è la scommessa con cui una parte dei ricchi tenta di recuperare il comando. Con Petro, almeno simbolicamente, lo avevano perso; ora, con De la Espriella, cercano di recuperarlo.
Qualunque cosa accada, il progressismo colombiano è riuscito a diventare un’opzione di potere reale in un Paese dove, fino a poco tempo fa, si ammazzava la gente solo perché di sinistra. E lo ha raggiunto con Trump, che incarna un imperialismo che ha gettato la maschera e non accetta chi non si dimostra servile con lui. Il piano di Washington è quello di spostare tutta la regione latinoamericana a destra per avere governi servili, che consegnino i loro Paesi agli interessi economici e ai settori ideologici che circondano Trump. Di recente, il senatore statunitense Bernie Moreno, di origine colombiana, ha lasciato intendere che, se vincesse la sinistra, gli Stati Uniti non riconoscerebbero il risultato delle elezioni.
In generale, non sono mancate le pressioni psicologiche tese a creare un clima di paura, in cui i discorsi degli ultraconservatori potessero avere maggiore penetrazione. Con Trump, non ci saranno elezioni pulite in nessuno di quei Paesi che l’attuale ospite della Casa Bianca considera parte del cortile di casa. Tuttavia, se Cepeda riuscisse a spingere una parte del blocco uribista ad astenersi, o a votare scheda bianca per rifiuto dei metodi di De la Espriella, potrebbe sbaragliare la destra. Si tratta di far capire che De la Espriella alla Casa de Nariño, come si chiama il palazzo presidenziale, sarebbe un rischio reale per le libertà civili e per la stabilità del Paese. Ci sono quasi tre milioni di voti, tra gli astensionisti e quelli di centro, che non voteranno per l’estrema destra, ma non andranno automaticamente verso Cepeda. Ed è anche utile ricordare che, quattro anni fa, ci fu gente che votò per Rodolfo Hernández, al primo turno, e per Petro al secondo, quando cominciò a capire chi fosse l’ingegnere.
La paura suscitata dal radicalismo di destra potrebbe dimostrarsi, insomma, più mobilitante della classica paura scatenata dal progressismo di Cepeda, che si propone di regolare il capitalismo e renderlo meno ingiusto. Abelardo De la Espriella è un candidato forte nel compattare i suoi sostenitori, ma estremamente vulnerabile nell’ampliamento della sua base elettorale. Se Cepeda accetterà che le elezioni siano un confronto destra/sinistra, i numeri non gli saranno favorevoli. Se sarà capace di far capire che le elezioni sono una questione di salvezza democratica e di stabilità istituzionale, sarà molto probabilmente eletto presidente della Colombia. Ma, come osserva il politologo Miguel García Sánchez, condirettore dell’Observatorio de la democracia dell’Universidad de los Andes, questa volta “per la sinistra è più difficile di quattro anni fa”.







